Archivio di maggio 2011
Nato il 24 febbraio
Dico spesso che sono un uomo fortunato, ed ogni volta mia moglie mi ricorda il mutuo. E’ vero, i soldi sono un problema, assieme a tanti altri; però è anche vero che la mia vita ha avuto alcuni istanti di incredibile gioia, e che questo è patrimonio di pochi baciati dalla sorte.
E’ il giorno 24 febbraio. Ho paura di dimenticare i dettagli di un giorno così importante; quello che sicuramente non dimenticherò mai è la lunga attesa, ed infine l’emozione quando mi sento chiamare per nome; e poi l’enorme infermiera che tiene in braccio questo bambino di tre chili scarsi che ha appena visto la luce, avvolto in una coperta da cui spunta solo una testolina più piccola della mia mano stretta a pugno.
E’ il mio bambino. Lo spazio che mi divide da lui è di pochi passi, che mi sembrano chilometri. L’infermiera parla, ma è come se le sue labbra si muovessero senza emettere suoni; l’unica voce che sento è quella di cui le mie orecchie sono avide, ed è l’urlo di un cucciolo infuriato, rumoroso e potente come un coro di trecentomila angeli nella notte di Natale.
Purtroppo quel giorno è iniziato anche un periodo difficile che vi racconterò in un prossimo articolo; per il momento dirò solo che il cesareo di Silvia ha avuto qualche complicazione, e questo ha provocato un indesiderato supplemento ospedaliero di una decina di giorni. Però alla fine tutto si è concluso bene, e quindi ora posso bearmi nel ricordo di quel breve momento di estasi, quando il piccolo Sergio per la prima volta è stato accolto dal mio abbraccio.
Non volevo più lasciarlo andare, tanto che l’infermierona ad un certo punto chiede se per staccarmelo deve tramortirmi con una flebo di Valium. “Devo fargli il bagnetto, per caso ha portato una macchinetta fotografica?”; cara signora, penso, la macchinetta la lascio ai turisti in vacanza, qui serve altro; quindi con fredda rapidità estraggo dallo zaino una reflex con doppio teleobiettivo potenziato, monopiede telescopico e flash ad attacco rapido. “Urca”, dice l’infermiera, “mica si vede spesso tutta sta roba! Le spiace se chiamo la mia collega così le faccio vedere come è attrezzato il papà?”. Bene, penso io, così alla collega faccio tenere la monotorcia laterale e lo schermo riflettente, indispensabili per una bella luce morbida sulle guanciotte del piccolo…
In ogni bella storia c’è sempre qualche intoppo; nel mio caso è un breve passaggio di onde elettromagnetiche in uno spazio schermato, quel tanto che basta a far squillare il mio cellulare: pochi secondi di conversazione, sento solo mia madre chiedere “come va?”, ed io con il ricevitore incastrato tra le ossa della clavicola le rispondo “tuttobenetuttobene”… ma la chiamata è disturbata, e mammina che è sempre ottimista come un calcio nella tibia interpreta i suoni percepiti come l’annuncio di una immane tragedia; mentre la linea cade, la sento urlare “oddiooddiooddio!!!”. E così, per evitare ulcere ed infarti, sono costretto ad uscire di corsa dall’ospedale alla ricerca dell’introvabile campo GSM, abbandonando il mio piccolo su una bilancina e la mia reflex nelle mani di una persona incapace di distinguerla da un rasoio elettrico.
E’ una magnifica giornata di sole, e mentre al telefono cerco il giusto compromesso di entusiasmo e sintesi, la mia vista spazia sul cielo e gli alberi; il mio sguardo rapito dal volo di una rondine, alla fine si posa nell’attiguo parcheggio, dove un ausiliario del traffico mi sta appioppando due euro di multa per ogni minuto di ritardo sul parchimetro; gli grido “oooh, un attimooo! Mia moglie sta partorendooo”. L’ausiliario scuote appena la testa, mentre un tizio quasi si schianta in bicicletta per le risate; rientrando in ospedale sento alle mie spalle una rispostina spiritosa, qualcosa che suona come un “faccia pure con calmaaa”.
Arrivo nella mia stanza, e trovo il bambino che dorme in una culletta; è una immagine meravigliosa, appena incrinata dalla infermierona seduta accanto, che esamina incuriosita la reflex con i polpastrelli sporchi orrendamente pigiati sul vetro dell’obiettivo; “carina, l’hai presa coi punti dell’Ipercoop?”, mi chiede mentre dalla stanza vicina arrivano le urla devastanti di una partoriente di nazionalità incomprensibile.
Ci sono ricordi che stanno stretti nel piccolo spazio di un blog. Tornerò molte volte sul 24 febbraio, e sulle tante storie che sono iniziate quel giorno. Ora però vi lascio, perché ho un paio di bambini che pretendono le mie attenzioni. Non mangio da dodici ore, e non dormo da due mesi; investo giusto un secondo per abbracciare mia moglie, e mentre le urla di Sergio e Beatrice mi spaccano i timpani penso che la vita è una avventura meravigliosa.
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