Archivio di giugno 2011

Brunetta e gli imprenditori con l’autobus

Avete mai lavorato per una azienda in crisi? Io si, e non è il ricordo più bello della mia vita: settimane intere senza niente da fare, in attesa di un progetto che “sta per partire” ma che non parte mai, con colleghi che a turno venivano chiamati per proposte di incentivo alle dimissioni…proposte da accettare, perché l’alternativa è un calcio nel culo…

Si trattava di in una società di consulenza software di un centinaio di persone, tutta gente giovane ed in gamba; eravamo terrorizzati, ognuno di noi spediva giornalmente svariati curricula, e nessuno riceveva mai risposta. Passavamo le giornate consumati dalla tensione, sempre in attesa di una telefonata o di una mail che non arrivava mai; aspettavamo solo il colpo di grazia, spesso anticipato da qualche messaggio apparentemente innocuo: un trasferimento al piano inferiore, un pettegolezzo alla macchinetta del caffè, un questionario “di auto-valutazione” da compilare.

Per qualche motivo oscuro, vista la situazione, due o tre volte all’anno l’amministratore delegato organizzava una riunione plenaria, con affitto di sala cinema e hostess carine. Ci salutava cordialmente, e poi faceva una presentazione sull’andamento della società, con tanto ottimismo per mitigare l’effetto dell’inevitabile slide del fatturato con la linea che finiva per terra. Talvolta il discorso era arricchito da qualche simpatico aneddoto; una volta è saltata fuori la leggenda degli “imprenditori degli autobus”: si tratta di malavitosi che in meridione investono un po’ di soldi per comprare un autobus scalcinato, e poi la mattina presto fanno il giro dei paesi per raccogliere ragazzi giovani ed in gamba, con diplomi o lauree tecniche e tanta disperazione; poi, alle nove li scaricano davanti alle porte delle grandi aziende di città come Roma e Napoli, dove vengono svenduti per consulenze software a bassissimo costo su base giornaliera. Alla fine del racconto negli occhi di tutti c’era la disperazione; il timore diffuso era che la conclusione fosse: “bene, basta con gli uffici, da oggi anche noi abbiamo il nostro autobus!!”

E’ inutile che vi dica che dopo queste riunioni la tensione era alta, la motivazione calava sotto il livello della insubordinazione, e la gente diventava di gestione difficile. Un giorno però il direttore del personale apportò alla riunione una modifica inattesa, inserendo l’intervento di uno studioso di fama internazionale; costui era una di quelle persone dal curriculum incredibile: professore universitario in tre città diverse lontanissime tra loro, responsabile di molteplici commissioni del governo, membro di svariati consigli di amministrazione, insomma una vera bestia di iperattività; in particolare, il suo nome era noto per aver firmato un articolo di inchiesta sul software “open source”, la cui tesi era che sotto una finta filosofia di condivisione e gratuità si nascondevano bassa qualità ed interessi politici. Per una società di giovani innamorati della tecnologia, capaci di provare turbamenti sessuali per l’accoppiamento Linux-php, un argomento di questo tipo era una bomba.

Vi assicuro che era una persona di rara antipatia, un damerino imbalsamato davanti ad una squadra di carpentieri del software, con una vocetta stridula ed una spiccata propensione alla polemica da tribuna politica. Nel giro di dieci minuti ho visto svilupparsi una vera rivolta; c’era gente che gridava insulti, un paio sono stati portati fuori a forza, io stesso ad un certo punto stavo per tirargli un tramezzino ai cetrioli rubato al rinfresco; poi però, con la coda dell’occhio ho intravisto la faccia del direttore del personale, ed ho capito tutto: vi giuro che mai nella vita ho visto qualcuno più soddisfatto. Il suo obiettivo era stato raggiunto: io ed i miei colleghi avevamo spostato le nostre tensioni verso un obiettivo “comodo”.

Mi sono ricordato di questo episodio oggi, leggendo sul giornale uno spiacevole episodio con protagonista il ministro Brunetta; sembra che alla fine di un convegno abbia rifiutato una domanda, tra l’altro concordata, di una associazione di lavoratori precari; lasciando la sala, ha anche affermato che costoro erano “il peggio dell’Italia”. Ragazzi…che tristezza… penso ai tanti amici che oggi sono in difficoltà, e come faccio a non incavolarmi? Poi però, mentre ci penso e ci ripenso, mi chiedo: come mai c’è qualcuno come Brunetta in un ministero di grande responsabilità come il suo? Ed allora realizzo che qualcuno in questo momento ha la faccia soddisfatta, perché ha spostato le tensioni di tanti verso un obiettivo comodo.

So che Brunetta, ha detto che chi non ha un impiego dovrebbe andare a scaricare cassette al mercato. Mi mancano trent’anni minimo alla pensione, e visto come va l’economia c’è una altissima probabilità che nel frattempo perda il lavoro; mi vedo, a cinquant’anni, disperato, distrutto da una vita di pendolarismo, grasso, canuto, cardiopatico e rintronato, che vado al mercato a chiedere se c’è qualcosa che posso fare; il problema è che, temo, scaricare cassette sarà un impiego per cui dovrò fare la fila.

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Storia di un uomo libero

Di questi tempi la parola “libertà” è un po’ inflazionata: la si sente negli slogan dei politici, nelle commemorazioni storiche, in tanti film, persino nelle pubblicità televisive. Talvolta mi chiedo cosa voglia dire davvero essere liberi, ed ogni volta finisco col pensare ad F.; la sua storia potrebbe essere ambientata all’epoca dei nostri trisnonni, in quelle piccole comunità rurali ferme al medioevo, dove viveva gente talmente povera da non avere neanche un paio di scarpe, e la sfortuna si accaniva sui disgraziati trasformandoli in reietti emarginati dalla comunità. Ed invece F. è una persona dei nostri giorni, una delle tante che potreste incrociare nel vostro cammino.

Non so perché i genitori di F. ad un certo punto della loro vita abbiano deciso di metterlo al mondo, visto che avevano abbastanza difficoltà già solo per gestire sé stessi; sicuramente però, quando si sono accorti che il bambino parlava male ed era quasi sordo, lo avevano abbandonato a sé stesso come un giocattolo rotto.

Le difficoltà e la scarsa attenzione non avevano favorito in F. una crescita armonica e serena, tanto che a dieci anni aveva già abbastanza disturbi della personalità da convincere qualche eletto della scienza medica a rinchiuderlo in un centro per pazzi veri; qui il ragazzino aveva completato le scuole dell’obbligo guardando di straforo la luce del sole, perennemente calmato dai farmaci e dalla minaccia della nanna assicurato al letto da un paio di robusti lacci di cuoio.

Quando l’ho conosciuto F. aveva diciassette anni, ed era uno dei ragazzi che venivano seguiti nel doposcuola dove facevo il servizio civile. Alla fine di una lunga battaglia, gli assistenti sociali erano riusciti a farlo tornare a casa, ed a farlo iscrivere ad un corso professionale; improvvisamente F. era quindi passato da uno stato di totale reclusione ad una situazione di libertà persino eccessiva, con un impegno scolastico che gli prendeva qualche ora, e tutto il resto del giorno in cui poteva girare per la città tra la gente; il passaggio era stato troppo intenso ed improvviso, e questo gli aveva provocato uno stato di euforia assimilabile all’assunzione di stupefacenti.

F. non camminava, correva, anche per spostamenti di pochi metri; F. non parlava, gridava a squarciagola, e rideva per piccole banalità; F. non aveva amici, ma se gli rivolgevi la parola ti si attaccava come una cozza; F era entusiasta della vita, era felice, era pazzo di gioia.

Una volta lo abbiamo seguito di nascosto per la città; lo abbiamo visto entrare in un supermercato e fregarsi un detersivo con lo spruzzatore, che poi aveva svuotato e riempito con semplice acqua; poi aveva iniziato ad inseguire le persone, per spruzzarle; era solo un leggero soffio umido, molti neanche se ne accorgevano; era uno scherzo da ragazzini monelli, fatto da una persona che ragazzino non era mai stato, per divertisti in compagnia dell’unico amico che aveva: sé stesso.

Un giorno il responsabile del doposcuola aveva trovato nello zainetto di F. un pacco di riviste pornografiche, e per qualche inspiegabile motivo aveva deciso di convocare sua madre per concordare una azione educativa. Non scorderò mai questa signora con il suo completo maculato, la minigonna aderente sulle enormi natiche e gli zoccoloni zeppati di finto coccodrillo; l’abbiamo vista rinchiudersi con il responsabile nella stanzetta dei colloqui per pochi minuti, che erano sembrati una eternità; poi la porta si era spalancata, e lei ne era uscita sparata fuori come uno di quei mostriciattoli a molla pigiati nelle scatole degli scherzi. Gridava “F.! Dove sei, porco schifoso!!!”; ma F. nel frattempo si era saggiamente rintanato in un gabinetto, riuscendo ad evitare la miserabile scena della mamma bloccata a forza da due bidelli e quattro educatori. Da fonti sicure, ho saputo che prima di partire la signora aveva afferrato le riviste e le aveva rapidamente infilate nella borsetta, come per rimpossessarsi di un bene prezioso rubato.

Non so che fine abbia fatto F., ma mi piace pensare che alla fine sia riuscito a trovare la sua collocazione nel mondo; con la maggiore età sarebbe andato a vivere in una casa-famiglia, avrebbe avuto un lavoro, e sarebbe stato libero di comprarsi la sua copia di “tette-special” senza rubarla alla mamma. Nel suo sguardo brillava la luce intensa di chi era sopravvissuto ad una condanna, ed aveva capito più di ognuno di noi cosa vuol dire essere davvero liberi.

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