Archivio di luglio 2011

Insane travolgenti passioni

I palazzi di viale Famagosta dalle mie parti sarebbero considerati già dei piccoli grattacieli; è una successione ininterrotta di vetro e cemento da dieci piani, annerita dallo scarico giornaliero medio di centomila automobili che transitano cercando spazio tra lo snodo della tangenziale e la circonvallazione di viale Romagna. Ho vissuto per cinque anni in un piano rialzato di questo grigio angolo di mondo, pagando un affitto in condivisione con quattro anime; tra queste c’eravamo sempre io e J, ed è lui il protagonista dei miei ricordi di oggi.

Era un personaggio unico, una specie di alieno in mezzo a noi; ricorderò sempre le sue cene a base di teste di pesce in salsa di radici di cactus, le sue celebrazioni solitarie delle feste ebraiche in papalina e pane azzimo, i folli racconti della sua vita e specialmente la sua insana, smodata, totalitaria passione per il pene.

Non parlo di un interesse sessuale, perché anzi J. approfittava di un fisico da fotomodello per esplorare l’universo femminile con l’avidità di un adolescente nel pieno picco ormonale; la semplice verità era che un giorno aveva visto nella vetrina di un negozio l’accendigas a forma fallica della Alessi, ed al cospetto di una idea così geniale aveva capito cosa voleva fare nella vita; così da Berlino si era trasferito a Milano, si era impratichito con la lingua alternando una decina di fidanzate, e si era iscritto all’istituto europeo di Design.

Nel corso degli anni J. si era progressivamente specializzato, ed aveva brevettato una vasca da bagno a forma di pene, una trappola per le zanzare a forma di pene, un portauovo a forma di pene, una lampada stroboscopica a forma di pene, ed alla fine aveva anche vinto un concorso con un grandioso plastico-prototipo di una piazza cittadina a forma di pene.

Per alimentare la sua creatività J. era solito fottersi tutto quello che incontrava sul suo cammino; nella sua stanza aveva accumulato scatoloni, assi di ferro e legno, pacchi di giornali, lettere al neon alte due metri, vasi con quintali di terra prelevati direttamente dalle aiuole spartitraffico, persino un carrello della spesa adattato a divanetto per gli ospiti. Per questo non mi stupii più di tanto quando rincasando una sera un tizio sotto casa mi intimò di sgombrare le merci accumulate sul balcone; mi dissi, “boh!, chissà J. che cavolo ci avrà messo”… però la cosa era strana, il tipo era parecchio infervorato, ed il suo attaccamento alla causa mi sembrava eccessivo. Incuriosito andai a vedere: ampiamente visibile da una enorme quantità di passanti che passavano sul marciapiede a solo un paio di metri, c’era una piantagione di canapa indiana degna di una pianura afgana, un tripudio di foglie e fiori biancastri, piante alte come un uomo, con un tronco largo quanto il palmo di una mano.

J. pianse come un bambino quando dovette ficcare tutta quella flora nelle buste della spazzatura biodegradabile. Per incassare il colpo si chiuse in camera, partorendo una serie di geniali progetti fallici e fumando di tutto in modo ininterrotto. Poi però una sera Thomas, un altro compagno di appartamento, mi bussò alla porta preoccupato: era da diversi giorni che J. non si muoveva più dal letto.

Arrivammo a notte inoltrata nel pronto soccorso della zona, uno di quelli dove dovevi fare la fila anche con un pugnale piantato nella carotide, ed un caso come il suo non avrebbe suscitato molto clamore. Dopo qualche ora di attesa un infermiere ci chiese chi di noi due poteva accompagnare J. in bagno per depositare le urine; se è vero che nella nostra vita non riusciamo mai a far funzionare il cervello per più del venti per cento, vi giuro che nei secondi successivi il mio esplose in una attività frenetica da quattromila per cento, ed ogni possibile motivazione per evitare di essere io il fortunato venne vagliata al massimo dettaglio; alla fine ebbi l’intuizione: diedi una pacca sulla schiena di Thomas, che era di Merano e parlava un italiano da strisce di Sturmtruppen, e gli dissi “devi per forza andare tu, non c’è alternativa, sei l’unico che sa il tedesco”. L’affermazione era talmente imbecille e fuori luogo da apparire come un ragionamento sensato, e Thomas accettò subito; quando lo vidi sbucare nei corridoi con in mano un bicchierino pieno di liquido giallo, provai un immenso piacere di sadica superiorità italiana.

Ho sempre avuto una preferenza per i pazzi, e tra questi J. eccelleva assieme al suo entusiasmo ed il suo gioioso approccio alla vita ed alla amicizia; sono sicuro che diventerà un grande designer; se un giorno vedrò una casa a forma di pene busserò alla sua porta, sicuro di essere accolto da un amico.

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