Archivio di ottobre 2011
La bestia
P. forse non è stato il miglior capo che ho avuto, ma neppure il peggiore; all’inizio lo apprezzai come un calcio alla caviglia, probabilmente perché ero cresciuto col mito del manager stile IBM: camicia azzurra e completo grigio, inglese perfetto e master ad Harvard; per questo non ero pronto ad un uomo che sembrava scolpito nella selce come un pastore Keniano, fiero di utilizzare in ogni occasione un gergo da scaricatore di porto e dall’espressione acuta ed attenta come quella di un primate.
P. arrivò al termine di una fusione in cui chi comandava erano gli altri, scalzando un paio di capetti di breve termine che ebbero giusto il tempo di ricevere l’auto aziendale, con costo detratto dalla precoce liquidazione. Il suo posto era assicurato da motivazioni che avevano fatto il giro dell’azienda con la velocità di un virus: P. era “uno con le spalle coperte”, amico di qualcuno molto in alto, talmente in alto che nessuno riusciva ad identificarlo con certezza.
Lo incontrammo la prima volta in una riunione plenaria, in cui gli venne fatta una lunga presentazione con svariate decine di slide multicolore; la sua attenzione però era talmente focalizzata sui prosperosi seni di una consulente, che per staccarlo sembrava fosse necessario un piede di porco; quando alla fine dopo molti solleciti capì che doveva esprimere un parere, pronunciò una sentenza che si impresse nella memoria di tutti come un marchio sulla chiappa di un bovino: “non fatemi mai più vedere presentazioni con più di due slide di m…a”.
Che P. non fosse il tipo da convenevoli risultò evidente durante una cena con il direttore commerciale di una importante società partner; l’ospite arrivò con qualche minuto di ritardo, zoppicando vistosamente e con una espressione sofferente; P. quindi si presentò allungando una mano, e con grande serietà gli chiese “lo ha per caso appena preso nel di dietro?”. Facendo finta di niente, l’interpellato mormorò una cosa del tipo “mi fa terribilmente male la schiena… incidente sugli sci…”, e P. forte di una confidenza che nessuno gli aveva concesso rincarò la dose con un bel “evidentemente era bello grosso!!”, cui fecero seguito venti minuti di risate solitarie. E se a questo punto l’imbarazzo si tagliava col coltello, mai dico mai nella mia vita ho provato maggiore vergogna di quando alla fine della cena, con in mano ancora il cucchiaio del dolce, P. lanciò una ultima proposta di svago: “cosa ne dite se adesso andiamo tutti a troie?”.
Dopo questo episodio cominciai a documentarmi sul serio, perché davvero volevo capire come aveva fatto una bestia simile a diventare un manager affermato; scoprii così che la sua fortuna era iniziata con il coordinamento di un grande progetto, un incredibile successo sotto tutti i punti di vista. Provai quindi a contattare qualche amico, e così scoprii che nel team di lavoro c’erano alcuni personaggi noti nell’ambiente informatico, tecnici eccezionali, gente che aveva completato il lavoro in assoluta autonomia, dando a P. meriti e gloria praticamente senza che muovesse un dito.
Dopo qualche tempo arrivò il giorno della valutazione annuale, e rimasi sorpreso nel vedere che P. mi aveva dato tutto sommato un buon giudizio; l’unica limitazione che mi riconosceva era una certa mancanza di originalità, con una certa tendenza a ripetere modelli consolidati. Boh, mi dissi, evidentemente il pirlone doveva per forza inventarsi qualcosa che non andava, e così fregandomene un po’ conclusi la serata con una spesa al supermercato; come ogni mercoledì mi concessi una bella pizza capricciosa surgelata, da accompagnare con la mia birra prediletta da oltre vent’anni; rimasi un po’ sconcertato però dal fatto che i biscotti che solitamente mangiavo a colazione erano finiti, e quando scoprii che non c’era neanche il latte Parmalat cominciai a sentirmi davvero nervoso; ad un certo punto guardai il carrello, e di colpo capii che P. non era così pirlone come pensavo: due chili di spaghetti De Cecco, l’unica pasta che consumo, quattro barattoli di pisellini primavera della solita marca, la solita acqua, il solito tonno, il solito formaggio, l’ovetto di cioccolata ed il budino come quando facevo merenda da piccolo.
P. ora è il direttore dei sistemi informativi di una delle principali aziende nazionali, ed è uno di quei manager di stampo italiano che il mondo ci invidia; le sue caratteristiche sembrano un fattore comune di molti leader di grandi aziende, team sportivi e partiti politici: spalle coperte da qualche altissima astratta personalità, visione della realtà offuscata da una certa propensione per la pornografia, ed una grande capacità di capire le persone e creare sempre il giusto team che lavora per il successo del capo.
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