Archivio di novembre 2011
Polpette, patate e gavettoni
Con mia madre ho sempre avuto un rapporto schizofrenico, fatto di litigi burrascosi alternati a momenti di intenso ed esuberante affetto; specialmente quando ero bambino il gioco tra noi era sempre portato all’estremo, con scherzi innocenti che per successive rivendicazioni diventavano progressivamente più pesanti fino a diventare gavettoni lanciati tra il salotto e la cucina e dolorosi schiaffi a palmo aperto sulle chiappe. Quando si trattava di lottare sul piano fisico però non c’era confronto: mia madre nel pieno dei suoi anni era una bestia muscolosa; eppure per qualche strano motivo quanto più le prendevo, tanto più mi divertivo e mi sentivo invogliato a sfidarla, portando spesso la situazione al limite di una chiamata al Telefono Azzurro.
Talvolta mi capitava di diventare il bersaglio dei suoi zoccoloni del dottor Scholls, monoliti di legno dalla forma indefinita che fendevano l’aria fischiando come aerei a reazione; in questi casi mi salvava il fatto di essere piuttosto rapido, e quasi sempre riuscivo a schivare il colpo con uno scatto felino. Una volta però il lancio fu particolarmente infelice, ed il siluro volò fuori dalla finestra aperta; ci affacciammo terrorizzati, ma per fortuna nessun cranio era stato scoperchiato: il calzare giaceva solitario nel centro del cortile. “Vallo subito a prendere!!”, mi sentii urlare, ed ancora oggi ricordo, mentre mi chinavo per raccoglierlo, il suono sinistro dello spostamento d’aria provocato dal secondo zoccolone lanciato dal sesto piano che atterrava con un tonfo ad un paio di metri di distanza.
Per mia madre l’esperienza fu una rivelazione, e da allora cominciò a prendere di mira un angolo attiguo al cortile dove si appartavano coppiette e tossicodipendenti; riservava cure diverse per le due specie: pomodori per i primi, e patate per i secondi; l’effetto però era simile: gente barcollante che scappava come profughi sotto un bombardamento, chi con un laccio emostatico legato al braccio, chi con i calzoni abbassati alle caviglie, mentre nell’aria risuonava il grido “vergogna! Andate in chiesa!!”.
L’unica cosa che faceva incavolare per davvero mia madre era il rapporto che avevo con il cibo; in sintesi i problemi erano due: primo, non mangiavo, secondo, lei pretendeva che svuotassi piatti da scaricatore di porto. La tecnica educativa selezionata per me in età prepuberale era quella del pranzo lungo, vale a dire non mi potevo alzare da tavola prima di aver finito il piatto, e questo voleva spesso dire un no-stop indefinito tra colazione, pranzo e cena.
Una volta però, davanti ad un piatto con venticinque polpette al sugo, fui fulminato da una idea: ero rimasto solo in cucina, e dalla finestra aperta cominciai a lanciare una per volta le pallette di carne verso direzioni eterogenee; alla quindicesima cominciai anche una sorta di tirassegno verso le auto del parcheggio, ed in breve mi ritrovai quasi affranto per aver già finito il piatto.
Mia madre sprizzò gioia quando vide il piatto vuoto, e desiderosa in tutti i modi di farmi capire quanto era contenta mi fece vestire per portarmi fuori; ormai restava da attraversare solo la strada per arrivare ai giardini, e già intravedevo i miei amici che giocavano a pallone, quando improvvisamente mia madre si bloccò come una statua di sale; dal suo sguardo vitreo si poteva tracciare una linea immaginaria, che congiungeva il centro del suo ipotalamo con il finestrino di un’auto ferma al semaforo; su di esso due polpette spiaccicate lasciavano colare lentamente una quantità copiosa di sugo, che il moto altalenante della macchina aveva modellato come il profilo malizioso di un satiro sghignazzante.
Col passare degli anni il lancio dalla finestra è stato un piacere che ho condiviso con svariati amici; il mio compagno Alberto era un perfezionista in materia, e dal suo quarto piano riusciva a beccare con un gavettone il finestrino aperto di una macchina in corsa; se poi si armava di cerbottana, riusciva anche a centrare i dettagli anatomici della gang di motociclisti teppa che si riuniva al bar in fondo alla strada, gente pelosa dal giubbotto di pelle borchiato che si divertiva a picchiare la gente, e che probabilmente per anni si è chiesta chi era il bastardo che li centrava con pirioli di carta dalla affilata punta arricchita di stagnola pressata.
Alla ricerca di divertimento sempre più esasperato una volta abbiamo ficcato un gavettone nel freezer, ricavandone una palla di ghiaccio perfettamente sferica; a quel punto però anche noi ci siamo accorti che forse era eccessivo mollarla sulla schiena di qualche passante, ed Alberto aveva preferito liberarsene lasciandola cadere sul tetto del garage di uno che gli stava sulle palle; l’effetto era stato incredibile, un foro perfettamente circolare di una decina di centimetri di diametro; il proprietario impazzì per il mistero di quel buco ed aveva fatto lunghe indagini, ma ancora oggi dopo oltre venticinque anni l’ipotesi più diffusa in tutto il quartiere è quella di un piccolo meteorite arrivato dallo spazio…
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