Archivio di gennaio 2012

Le nostre vite sono l’incrocio di molteplici universi

Cari amici, vorrei salutarvi con la solita allegria, ma il periodo di festività appena trascorso è stato il colpo di grazia per il mio spirito già provato. La sera del 13 dicembre stringevo la mano di mio padre, mentre il suo respiro già da tempo fievole si interrompeva per sempre. Vorrei raccontarvi tante cose di lui, e forse un giorno lo farò. Per il momento però vorrei proporvi solo queste righe, scritte appena qualche settimana fa, e che oggi mi sembrano provenire da un’altra vita.

Se non fosse per le circostanze, avrei evitato il giro domenicale da Toys; è una questione di forza maggiore: Beatrice compie gli anni tra qualche giorno, la bambola a cui è interessata va a ruba, e nei prossimi giorni escludo di avere tempo. Il problema è che in questo periodo prenatalizio la gente impazzisce, litiga per il parcheggio, ti strappa i peluche dalle mani, ti guarda in cagnesco sospettando che tu voglia passare davanti alla cassa, ed alla fine si accoda nel reparto pacchetti mollando due euro di beneficenza in cambio di quaranta imballaggi, mandandoti pure a fare in culo se scopre che gli hai rubato l’ultimo fiocco rosso.

Lascio il regalo sui sedili posteriori dell’auto, accanto ad una valigia di biancheria di ricambio e ad un piccolo disegno incredibilmente prezioso. E’ di mia figlia. C’è lei con il nonno, un piccolo angelo che tiene per mano un vecchietto col bastone; accanto a loro c’è un enorme sciroppo di medicinale miracoloso, ed una scritta colorata in modo bizzarro: BUONA GUARIGIONE. Il destinatario è il letto ventiquattro del reparto di Geriatria, mio padre.

E’ arrivato in ambulanza venerdì, dopo un trasporto per le scale del palazzo che è sembrato più complesso della scalata del Kilimangiaro; legato alla barella ciondolava debolmente la testa, mentre gli infermieri organizzavano l’intervento con una gentile professionalità che sentivo fuori luogo; intorno a noi il mondo andava avanti come se niente fosse: per strada c’era la solita nebbia mattutina, le macchine che suonavano, ed i ragazzi che andavano a scuola limitavano all’ambulanza parcheggiata pochi secondi di distaccata curiosità.

Il pronto soccorso è come una grande sala d’attesa, con medici ed infermieri talmente avvezzi alla gente incazzata che ormai sono diventati insensibili ad urla ed insulti; è come un call center di primo livello: un solo ingresso come un numero verde, un elenco di domande per assegnarti una priorità, sei ore di media per farti arrivare al reparto specialistico; così mio padre attende con pazienza qualcuno che lo classifichi come anziano bisognoso di cure, confermando il responso della guardia medica ed il parere di qualunque demente che puoi fermare per strada, e dopo questa profonda valutazione resta senza motivo parcheggiato per mezza giornata accanto ad un quarantenne con un attacco di cuore ed una signora con l’emicrania.

Alla fine il letto ventiquattro arriva come una conquista, e nel giro di dieci minuti mio padre ha aghi in vena e tubi per inserimenti ed espulsione forzata di materiali assortiti; viene il sospetto che ci sia una strategia di fondo per limitare la rottura di palle: i due infermieri che gestiscono i quaranta letti precisano subito che è gradita la presenza notturna di un parente; così mi organizzo per una nottata su una sedia, senza neanche la gratificazione di un caffè caldo e di un angolo decente dove appoggiare la testa. Le ore passano tra le urla dei malati ed il gergo multietnico di una moltitudine di badanti, che fa sembrare questo luogo la sede di una multinazionale del terzo mondo.

Da quella prima notte sono passati pochi giorni, e già mi sembrano una infinità; oggi però arrivo da mio padre con questo disegno, e per la prima volta lo vedo sorridere; siamo allibiti, è il primo segno di consapevolezza da quando siamo arrivati; di colpo ci sembra tutto sopportabile, ci scappa da ridere per una battuta del vicino di letto, e ci godiamo un momento di gioia che sembra il Natale più vero.

Torno nel parcheggio, ed accendo l’automobile per tornare a casa. I fari illuminano un uomo dalla faccia seria, che porta sotto braccio due enormi Cicciobelli rigorosamente uguali, per qualche coppia di bambine che non devono avere motivi di invidia; chi è che diceva che le nostre vite sono l’incrocio di molteplici universi?

Per un attimo scorgo il mio sguardo nello specchietto, e mi ricordo di mio padre; era un gioco, io dai sedili dietro cercavo il suo sguardo, e se lui alla guida intravedeva la mia immagine riflessa, mi sorrideva di rimando; sento il respiro che si fa affannoso, ed allora decido di concedermi cinque maledetti minuti di sana disperazione; ho paura, sento che i ricordi scorrono via dalla mia mente come lacrime sulle guance.

Con sincero affetto vi auguro un anno felice, da trascorrere continuando a rincorrere i vostri sogni, ma senza mai sprecare le occasioni che vi permettono di stare vicini alle persone che amate.

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