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Finalmente i mondiali di calcio!!!

soccer-world-cup-2010Niente mi fa essere più italiano dei mondiali di calcio. Avete presente gli uomini di mezza età calvi e panciuti che guardano la partita in canottiera e pantofole da piscina? Con magari un piccolo tavolo apparecchiato con il frittatone di cipolla ed il bariletto di birra? E che quando c’è un gol urlano dalla finestra e terrorizzano la vecchietta del piano di sotto? Perdonatemi, io sono così. Potenzialmente un giorno potreste anche vedermi in TV, inquadrato nel mezzo di una tribuna, con la faccia dipinta di rosso-bianco-verde ed una enorme parrucca di boccoli biondi; sarò quello che sventola una grande bandiera azzurra su cui c’è scritto “Leggete Tempodalupi.it”.

Per vedere Italia-Paraguay l’altra sera ho dovuto fare venti minuti di trattativa con mia figlia Betrice, cinque anni, un metro zero sette di altezza. Mi sentivo come un criceto davanti ad un gigante; ad un certo punto per intenerirla ho anche provato a piangere dicendole che era una ingrata. La concomitanza della partita con i cartoni animati mi ha costretto a garantirle una serie di regali imbarazzanti, tra cui sette Skifidol puzzolenti, due videogiochi dei Pokemon ed il reggiseno delle Winx.

Quando avevo vent’anni era tradizione incontrarsi con gli amici e lasciarsi andare come animali; c’era solo qualche problema a casa del mio amico Jacopone che aveva un cagnolino bastardo che ti azzannava le chiappe appena facevi un movimento brusco; la situazione era paradossale, noi seduti calmi come dei lord inglesi all’ora del the, ed il cane tra noi e la tv che ci fissava attentamente per tutta la partita; in caso di gol, poteva al massimo scapparci una esclamazione: “oh, che bel gol!”, “sisi, veramente bello…”, “quand’è che portiamo il cagnolino sull’autostrada?”, “magari prima della partita col Brasile…”.

E poi, quando l’Italia vinceva, partivamo in macchina per festeggiare per le strade. Le scarse risorse a disposizione non ci consentivano azioni scenografiche: di solito ci infilavamo in sette o otto in una macchina, generalmente la Seicento di Jacopone, facevamo qualche strombazzata, e poi tornavamo a casa a giocare a Risiko. Una volta abbiamo anche fatto una colletta per comprare una bandiera, che sventolavamo a turno dal finestrino; arrivati in centro, due poliziotti si sono avvicinati alla macchina gesticolando infuriati; davanti a noi c’era un pickup pieno di invasati che sparavano fumogeni, dietro una cabriolet con due ragazze in topless e le tette dipinte col tricolore, capite che ci era venuto d’intuito chiederci perché i poliziotti erano proprio interessati a noi che eravamo quattro sfigati con una bandierina; le loro urla superavano appena il casino di fondo: “così accecate qualcuno!!”. Allora abbiamo capito: da almeno quaranta minuti sventolavamo a turno solo una asticella lunga e nuda, probabilmente il drappo tricolore era volato via subito dopo aver lasciato il chioschetto di gadget calcistici.

Quattro anni fa Beatrice aveva poco più di un anno, e nel periodo dei mondiali eravamo al mare. L’inizio delle partite era sempre concomitante con il delirio pre-nanna, e di solito riuscivo a lasciare l’albergo solo una ventina di minuti prima del fischio finale; allora giravo per le strade vuote ed i chioschi sul lungomare alla ricerca di un televisore, e di qualche disperato che mi facesse un minimo di telecronaca differita; una volta mi sono fatto raccontare tutta Italia-Olanda da un turista tedesco ubriaco, che si spiegava in un misto di gesti e lingue sconosciute: “Totti, puum, ball in corner, puf, gooool!, yellow card, Buffon kaputt…”.

Mia figlia comunque dimostra di avere una certa passione per il calcio: nelle feste con gli amici è l’unica femmina che gioca; dovreste vederla mentre molla pedate furiose e rincorre la palla con i suoi sandaletti rosa e la gonna tirata sopra le spalle come una ballerina di Can Can. Già adesso è significativamente più brava di me, e questo spiega perché quando ero ragazzino nessuno mi voleva nella sua squadra.

Domani pomeriggio la nazionale torna in campo. Per l’occasione comprerò un paio di chili di pop corn, qualche litro di birra, e magari anche una trombetta. Spero che Beatrice mi venga incontro, ed accetti di guardare la partita buona buona… Mia moglie le ha parlato in questi giorni, e non mi stupirei se ad un certo punto mi arrivassero richieste del tipo “per la mamma una collana di perle, e per me un week end a Disneyworld”.

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Raffreddore allergico

fazzoletti_cartaIn questo periodo dell’anno, quando a scuola falsificavo la firma di mio padre per giustificare una assenza, mettevo come causa “raffreddore allergico”; il risultato però era spesso il rischio di una sospensione, ed ancora peggio il confronto con la scusa particolarmente pirla di un mio compagno che copiando la sorella aveva messo “ciclo mensile”; nessuno riusciva a capire l’enorme sofferenza che provavo passando la mattina al bar con gli amici, tentando inutilmente di concentrarmi sul tavolo da biliardo mentre gli occhi lacrimavano e gli starnuti continui mi facevano sbagliare colpo su colpo.

Citando una mitica frase di Liguabue, se avessi cinquanta centesimi per ogni fazzoletto di carta consumato, potrei permettermi una vecchiaia nella piscina piena di Playmate di Hugh Hefner. E d’altra parte vi assicuro che non posso farne a meno, gli effetti del raffreddore allergico hanno una potenza devastante: rassegne interminabili di starnuti, infiammazione dei globi oculare da spray al pepe, asma e naso chiuso. Di solito appena sento prurito ho pochi decimi di secondo per evitare un moccolo che spunta dalle narici imponente come una stalattite; poi, dopo una soffiata nel fazzoletto ed un effimero momento di gratificazione, tornano gli starnuti e si ricomincia da capo.

Nel giro di qualche giorno il raffreddore impatta sul tuo aspetto fisico come una tortura medioevale: sembri uno zombie barcollante, con gli occhi lucidi ed arrossati che spuntano dalla faccia come se ti avessero strizzato i genitali. Il segno distintivo più tipico però è la crosticina di muco solidificato e scaglie di pelle raggrumata sulla punta del naso, provocata dal continuo microscatarramento allergico, che generalmente impiega settimane per guarire.

Gli umani si distinguono in due grandi categorie: gli allergici, e chi non sa ancora di esserlo. E gli allergici a loro volta si dividono in chi impara cosa deve evitare per stare male, ed in chi si rifiuta di accettarlo. E così capita che qualche volta cedo alla tentazione di una bella scampagnata in bicicletta, un picnic con la famiglia in un campo di graminacee, e magari anche una corsa tra i soffioni con mia figlia. I risultati potete immaginarli: crisi d’asma, congiuntivite, orticaria, percezione di immane demenza.

Per cercare di ricuperare un po’ di dignità alla fine tento sempre la carta dell’antistaminico, provandone uno nuovo ogni anno sperando che la scienza nel frattempo abbia inventato la soluzione miracolosa. Ed invece niente da fare: starnutisco un po’ meno, ma è come se prendessi una vagonata di sonniferi. Se poi dimentico gli effetti secondari e la sera mangio qualcosa di pesante, è come passare la notte davanti ad una rassegna di film horror: una scarica di incubi da Dario Argento dei tempi d’oro.

Col tempo ho provato anche altre soluzioni. Avete mai provato l’agopuntura? Sembra incredibile, ma serve anche per le forme allergiche; è stato proprio quando mi sono trovato solo in una stanza, in mutande, con un centinaio di aghetti conficcati ovunque che ho deciso che prima o poi mi sarei dovuto fare un tatuaggio. E’ stato l’unico risultato dell’unica seduta di agopuntura della mia esistenza: ho abbandonato il lettino quando ho visto il medico abbassarmi le mutande con una mano, mentre teneva uno spillone di venti centimetri con l’altra.

Seguendo i consigli di un farmacista vagamente simile ad un santone, per alcuni mesi ho provato anche a seguire una complessa e costosa cura omeopatica a base di ribes nero e zenzero. Quell’anno sono stato male come un cane scannato; “ma quando fa effetto sta roba?”, chiedevo sempre, ed il farmacista mi rassicurava: “devi avere pazienza, devi perseverare”. Normalmente la sofferenza dura fino ad agosto, quando la percentuale di pollini nell’aria cala fino a perdersi tra il biossido di zolfo ed i nitrati dell’inquinamento standard, e finalmente il naso si stura come lo spumante di capodanno; quell’anno invece ho sofferto fino a settembre inoltrato, dimostrando che ribes e zenzero mi rendono solo più sensibile alle fioriture tardive ed ai farmacisti rimbecilliti.

In una fase della mia vita ho anche provato a fare i test per il vaccino: decine di punturine nel braccio simili all’attacco di uno sciame di zanzare tigre affamate. Il risultato è stato che sono “poco” allergico a “tante” cose, e che per questo motivo avrei dovuto subire iniezioni settimanali per circa tre decenni. E’ stata in quella occasione che ho capito che spesso la vita è fatta di tante piccole sfighe, che tutto sommato conviene sopportare.

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Cresciuto a pane e Pac Man

pac-manAlla fine ci sono cascato anch’io. Ero andato a fare la spesa con nobili intenzioni: prosciutto di Parma, pane integrale, latte e verdura fresca; magari anche un paciughino per mia figlia, che era a casa con l’influenza. Ma quando ho visto in offerta la console di videogame Wii Nintendo non ho capito più nulla, ed una forza invisibile mi ha costretto a sborsare i duecento euro richiesti. Colto dal senso di colpa ho preferito poi rinunciare a buona parte della spesa, costringendo la mia famiglia ad una triste cena con patate e ceci.

Inutile dire che Silvia mi ha tolto il saluto per tre giorni. Mia figlia invece si è esaltata, ed in pochi minuti era già un mito del ping pong multimediale. Ma per me che sono cresciuto a pane e Pac-Man non è stata solo esaltazione: è stato il risveglio dei sensi, un bagno di emozioni psichedeliche e di adrenalina che alla mia età può essere raggiunto solo da un corretto impasto di Viagra ed anfetamine.

Dopo solo una settimana ho acquistato il primo titolo per adulti, un gioco di simulazione che mi trasforma in un assassino orientale che gironzola con pistola e Katana, ammazzando tutto quello che si muove. Vi assicuro che è meraviglioso passare la giornata in ufficio piegati sul computer come piccoli programmatori sfigati, e poi trascorrere la serata a tagliare teste come burro.

Il problema è che quando ci prendi gusto non ti fermi più. E così inizi a gironzolare per i negozietti specializzati, piccoli luoghi di piacere annidati per lo più nei centri commerciali. Appena entri ti accorgi con un certo imbarazzo che sei l’unico sopra i quindici anni oltre al commesso, e questo non è un male perché sono proprio i quindicenni che sanno le cose: ti ritrovi a fargli domande incredibili del tipo “ma in questo si vede il sangue?”, oppure “cosa mi consigli, il gioco con i morti viventi, o il picchia-duro con il culturista mascherato?”; poi quando vai a pagare ti inventi scuse pietose, sul genere di “che ne dice, va bene come regalo per una Cresima?”, e se il commesso schifato ti fa notare che è vietato ai minori per gli alti contenuti di violenza, allora abbassi le brache e lo ammetti “è per me, che ci vuol fare, da piccolo non mi facevano entrare nelle sale giochi perché ero troppo basso”.

In bolletta cronica e con un mutuo che mi graverà sulle spalle per i prossimi vent’anni, mi ritrovo a fare dei budget familiari sempre più azzardati, che includono l’acquisto dei videogiochi novità del mese a spese del detersivo per piatti e dello shampoo antiforfora. Ultimamente mi sono anche abbonato ad una rivista specializzata, ed aspetto con un’ansia famelica le recensioni sulle nuove uscite. Mi appassiono ad argomenti difficilmente comprensibili per un adulto sano di mente, del tipo “è meglio la grafica spettacolare delle produzioni giapponesi, o le storie di ruolo fantasiose ed un po’ fuori di testa di quelle californiane?”. Ho anche sottoscritto una petizione per chiedere di anticipare l’uscita del nuovo “Mario Galaxy 2”, e tra i firmatari ero l’unico maggiorenne.

Quando scopri le promozioni sui giochi usati infine, la tua raccolta si arricchisce rapidamente, e con la stessa velocità i rapporti con tua moglie si incrinano in modo drastico. Nel mio caso però ho un grande vantaggio: Silvia la sera si addormenta sul divano, lasciandomi almeno un’oretta buona di totale libertà. Così scendo in strada ed apro il portapacchi della macchina, dove nascondo i nuovi acquisti per evitare critiche e scuse pietose. Quindi salgo in casa, e mi scateno; talvolta mentre gioco Silvia ha degli strani incubi, e comincia a gridare sul divano come se i mostri dei giochi entrassero nella sua mente; “tutto bene Silvia, dormi…dormi…”, le dico, terrorizzato dall’idea che mi costringa a spegnere prima di finire il livello; e dentro di me penso che c’è anche un lato romantico: è un po’ come se giocassimo in due. Poi il giorno dopo la sento al telefono che parla con sua madre, e tra una battuta e l’altra le sfugge qualche commento su di me: “si…sta bene, è duro da ammazzare quello…si, ha i giochini nuovi…che ci vuoi fare, ha quarant’anni, è ancora un bambino…ieri sera ha segato zombie fino alle due di notte…”.

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Nachos e Avatar!

NachosL’attesa è finita. Sabato pomeriggio Silvia mi ha portato da Blockbuster, ed in cambio di un paio di film melensi e mezzo chilo di giuggiole mi ha concesso l’affitto di “Avatar”.

Per garantire una visione accurata, ho sentito la necessità di aggiungere una giusta dose di Nachos piccanti e Salsa Hot-Mexico. L’unico posto al mondo che garantisce i due prodotti è l’Auchan al di là del Po, che purtroppo in concomitanza con l’evento è straripato provocando la chiusura del ponte che collega l’ipermercato alla città. A quel punto Silvia mi ha detto “ok, va bene così, andiamo a casa”. Io invece, con una serie di scuse del tipo “ma no, fidati, basta prendere per di là, ancora un minuto e ci siamo etc. etc”, ho costretto la mia famiglia ad una deviazione di quaranta chilometri pur di raggiungere l’obiettivo.

Tornato in città in serata, mia figlia era addormentata nel sedile per cuccioli, e Silvia era imbestialita. A quel punto era rischiosetto mettere in evidenza che avevo dimenticato di comperare la birra. E così, con una scusa pietosa, mi sono fermato ad un take away dove ho acquistato una Nastro Azzurro da litro ed una gigantesca pizza tonno e cipolla.

Tutto questo investimento per un film dai grandi effetti speciali, e dalla storia semplice e banale come un romanzetto rosa, pieno di fragilità, con personaggi stravisti ed improbabili, ed in alcuni momenti noioso e pesante come un saggio di glottologia. Per la prima volta da dodici anni, alla fine è stata Silvia a svegliarmi e non il contrario.

Per controbilanciare la pessima trama, sono stato costretto ad ingurgitare tutti i nachos con la salsa, ed ora sto passando la settimana tra incubi notturni e passate di verdura in mensa, risatine dei colleghi e tisane al limone. Silvia continua a dirmelo: se continui a mangiare così, non arrivi a cinquant’anni. Ed io tastandomi penso, se continuano a produrre queste schifezze di film, preferisco non arrivarci a cinquant’anni.

D’altra parte non è colpa mia, se quando ero un ragazzetto c’era in giro roba tipo “Blade Runner”, e “Alien”. Film fantastici, che ti costringono a passare il resto della tua vita chiedendoti: “sarò mica un replicante?”. Con la robaccia di oggi al limite puoi immaginare di addormentarti e di svegliarti dentro un avatar viola alto tre metri. Ed a quel punto l’unica maledetta cosa che può darti soddisfazione probabilmente è una occhiata nelle mutande, sperando che tutto resti proporzionato e che non ci sia qualche assurda invenzione anche per la zona genitale.

“Come cacchio è finito?”, ho chiesto a Silvia mentre cercavo di trascinarmi verso il letto. “Muoiono tutti”, mi ha risposto mentre si lavava i denti. Ho sempre apprezzato la capacità di sintesi di Silvia. “Tutti…tutti?”, ho provato a richiederle. “Tutti tranne il pistolone viola”. Capacità di sintesi confermata. Sono andato a letto con una delle peggiori depressioni della mia vita.

E così il giorno dopo sono andato a consolarmi da Mediaworld, dove almeno potevo mettere le mani su qualche oggetto tecnologico. Subito all’ingresso sono passato tra due enormi raccoglitori di “Avatar” in offerta speciale a 16.90 euro. Poco più avanti c’erano in vendita pupazzi di avatar, rivestimenti porta-cellulare griffate Avatar, videogiochi di Avatar, ed un paio di ragazzotte niente male cercavano pure di appiopparti la TV via cavo con un pacchetto “mondiali di calcio + Avatar”.

Però vi dirò con una certa soddisfazione che tutti questi gadget sembravano star lì a far polvere. Probabilmente in tutto il mondo non abbonda la gente che desidera rivedere il film. Invece Blade Runner avrà sempre un gruppo di vecchietti assatanati come me che ti cita a memoria Rutger Hauer, quando dice “tutto ciò andrà perduto, come lacrime nella pioggia”. Così ho deciso di concludere la mia visita da Mediaworld con un bel cd in offerta dei Jethro Tull, una roba della mia generazione come Nilla Pizzi per quella di mio padre.

Chissà se arriverà un giorno in cui mia figlia entrerà in un grande magazzino tutto luci laser ed ologrammi, con un bambino per mano che avrà una magliettina fosforescente con l’immagine di qualche mostro cinematografico del 2050. La vedo che scava in una enorme scatola di vecchi olo-dvd e trova “Avatar”, un pezzo da collezione. E così decide di fare un regalo al suo vecchio papà, che nel frattempo a causa dell’eccesso di caffè, nachos e pizza con la cipolla pesa ormai 200 chili, non riesce più a muoversi, ha fegato e cuore a pezzi, ed è ormai costretto su una enorme sedia a rotelle bloccata tutto il giorno davanti ad una olo-tv. La immagino che entra in casa, e mi grida “papàààà, ho un regalo!! Una roba dei tuoi tempi…Avatar!!!”. La paralisi facciale non mostrerebbe il panico che mi si accende negli occhi. Penso che solo così potrei essere costretto ad apprezzarne una seconda ed ultima visione.

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Servizi pubblici ad alta flessibilità

Bus_StopQuesto mese ho iniziato a prendere l’autobus per andare in stazione. Per me è un grande ritorno all’infanzia: l’ultima volta l’ho usato alla scuola media. Poi, per anni ho usato la bicicletta, che mi permetteva di dare di tanto in tanto un passaggio a qualche ragazza coraggiosa. Quindi sono passato all’automobile, il mezzo della totale emancipazione. Ed ora finalmente, arrivato a quarant’anni, sette biciclette rubate, quattro parabrezza spaccati ed un numero imprecisato di multe per divieto di sosta, sono tornato all’autobus; tutto perché ho scoperto che ai pendolari fanno uno sconto di pochi euro sull’abbonamento.

Certo quando avevo quindici anni potevo contare su capacità fisiche ormai dimenticate. Ricordo che prendevo l’uno o il sei, ed erano talmente stracolmi che le porte si chiudevano incastrandosi nello zainetto. Approfitterò dell’indulto per ammettere che diverse volte ho utilizzato i soldi del biglietto per i videogame dei bar. Se capitava un controllore mi eiettavo fuori come se il sedile avesse preso fuoco, una volta addirittura ho fatto un salto dal finestrino. In un’altra occasione ho attaccato un discorso di dodici fermate citando situazioni da libro Cuore, dalla mamma malata ai fratelli in collegio; arrivato a destinazione il controllore aveva le lacrime agli occhi, poi mi ha tirato giù dall’autobus per orecchie, ed alla fine mi ha detto che la volta successiva anziché la multa mi avrebbe tirato un calcio nel deretano. Personalmente, pensavo che se questo mi consentiva di avere i soldi per Space Invaders non era uno scambio così svantaggioso.

Ora gli anni sono passati, ed avevo dimenticato che anche nella mia città ci sono gli autobus. Per me tali strani mezzi di locomozione esistevano solo in metropoli come Milano, dove garantiscono la sopravvivenza a milioni di posti di lavoro grazie alla loro capillarità ed ai loro orari precisi. Così quando nei pressi di casa mia ho visto che l’autobus era garantito alle 6.55, sono arrivato alla fermata la mattina dopo alle 6.50. Pensavo, caspita!, ben cinque minuti prima!!

A quell’ora la mia piccola città è meravigliosamente vuota, vedi al più passare un paio di motorini. Alle 6.55 non è passato nessun autobus. Idem alle 7.00 ed alle 7.05. Così, fissando l’orizzonte come una vedetta da una trincea, ho perso l’interregionale delle 7.08, il locale delle 7.21 e l’intercity delle 7.30. Solo alle 7.15, quando già stavo pensando ad una corsa folle di cinque chilometri per arrivare in stazione e prendere almeno l’eurostar delle 9.00, è arrivato placidamente un piccolo autobus giallo da dieci posti scarsi.

Dentro c’era la mia amica Francesca. “Franci!”, le ho chiesto io, “ma che autobus è questo? Quello delle 6.55 in ritardo o quello delle 7.21 in anticipo?”. Lei mi ha fissato allibita per oltre cinque minuti, poi è scoppiata a ridere. Come un eco, sentivo le stesse risate provenire dall’autista, e da una anziana signora con la busta della spesa tra le gambe. Tutto ciò mi ha fatto dedurre che in una città piccola come la mia, l’osservanza degli orari è legata a fattori piuttosto statistici.

Situazione analoga al ritorno. Mi ero annotato che il numero di autobus corretto da prendere era il quindici. Ammetto di essere un po’ rigido, ma al mio arrivo in stazione ho cercato proprio il quindici. Viale laterale, autobus uno, sei e quattordici. Centro piazza, due, sette ed otto. Allora chiedo ad un autista: scusi, ed il quindici? E questo mi risponde: che ne so? Io guido il sette. Salga pure, tanto vanno tutti più o meno dalla stessa parte.

Ora però credo di essermi adattato alla nuova mentalità. Scendo la mattina, e prendo il primo autobus che vedo. Ed allo stesso modo al ritorno, prendo il primo che capita. Man mano che l’autobus va, chiedo all’autista come arrivare in via Veneto, e questo mi dice cose tipo “scenda ora e poi prenda quel numero”, oppure “faccia un pezzo a piedi”; e così pian piano arrivo a casa per approssimazioni successive, col rischio una volta di prendere un diretto senza scali intermedi per Timisoara.

Certo devo stare attento a non utilizzare la stessa tecnica quando prendo l’autobus a Milano. Qui se sbaglio, rischio di trovarmi nel pieno di una baraccopoli dove ti fanno a pezzi anche solo se hai un portafoglio che spunta da una chiappa. Ed una volta sola ho chiesto un aiuto all’autista, ricevendo in cambio un “checazzovuoi” rapido e doloroso come la fitta allo stomaco dopo un chilo di prugne.

Voglio concludere raccontandovi un piccolo aneddoto. Non so se è una leggenda metropolitana.

Ogni città ha i suoi giusti metodi per prendere i mezzi pubblici, e forse anche per evitare di pagare il biglietto. L’altro giorno un collega mi ha raccontato di aver visto due energumeni, che sono entrati in metropolitana saltando direttamente il cancello d’ingresso con un balzo. Dal gabbiotto è spuntato un piccolo controllore con la faccia timida, che si è messo a gridare con voce delicata: “scusate signori! Il biglietto lo avete fatto?”. Questi si sono girati con aria vistosamente annoiata, ed in sincrono hanno risposto “abbiamo meno di dodici anni”. Uno aveva la barba, e l’altro un sigaro tra le labbra.

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Finanza e mazzate

aggressive_loL’eccezionalità di Stefano era che già da bambino sapeva cosa voleva fare nella vita. E non si trattava di diventare attore o astronauta; lui voleva diventare un esperto di matematica finanziaria. Quando eravamo compagni di appartamento aveva già una laurea in economia ad indirizzo statistico, un master in matematica finanziaria, un impiego come analista in una banca d’affari, e la notte studiava per essere ammesso ad un dottorato; e nonostante tutto questo era anche un simpatico compagno di bevute ed un degno avversario sulla Playstation.

C’erano però situazioni in cui si trasformava completamente, sullo stile di dottor Jekyll e Mister Hyde. Proveniva da un piccolo paese pugliese a malapena citato sulle carte, ma ben noto ai nativi della regione; tanto per intenderci anche la mia famiglia è di origine pugliese, e quando ero monello mia madre mi diceva che se non la smettevo mi portava proprio in quel paese, e mi lasciava lì, come se fosse uguale ad abbandonarmi in una giungla o nel bosco della strega crudele di Hansel e Gretel.

Certe origini lasciano nella persona dei segni profondi. Quando Stefano era al telefono con i genitori urlava come un pazzo, usando un dialetto lontano dall’italiano tanto quanto può esserlo il cinese o l’aramaico antico. Poi, una volta riattaccata la cornetta, si calmava istantaneamente, e commentava con noi la situazione con un laconico “a casa tutto bene”. Questa duplice personalità, oscillante tra il delinquente e l’onesto professionista, era frequente nel suo modo di fare, e si manifestava nei nostri dialoghi serali con improvvise sparate all’interno di lunghi monologhi educati e benpensanti; talvolta iniziava un discorso con una battuta scherzosa, e finiva con una bestemmia ed un calcio ad una porta; altre volte gli giravano subito e si metteva a gridare mostruosità, andando avanti per venti minuti da solo nella sua stanza o in bagno mentre si lavava i denti; c’erano poi argomenti assolutamente tabù, da evitare come la peste, tra cui tutto ciò che riguardava il gentil sesso che lo portava subito a sentenziare: “le femmine hanno bisogno solo di tre cose, minchia, mazzate, e poi ancora mazzate”.

In quel periodo la situazione lavorativa per me era al limite della sopportazione umana. Avevo come capo Cinzia (ma quanti capi ho avuto nella vita?), una tipa che sembrava la protagonista di Sex and the City, un misto assurdo di aggressività e follia. Arrivava la mattina in scooter con un casco su cui erano innestate due enormi orecchie da marmotta, con dei sandali a tacco alto rosso laccati che avrebbero storpiato una esperta di passerelle, già incazzata nera come se il riposo notturno nel suo caso fosse equivalente alle anfetamine. Attraversava la reception urlando al cellulare cose del tipo: “Nooo, non me ne frega un caazz…, capito??? La presentazione reeeestaa come l’ho fatta io, capitooo?”. Poi salutava tutti dolce come uno zuccherino, e quindi iniziava una lunga interminabile serie di riunioni in cui c’era lei che urlava come una pazza, e tanti poveracci intorno al tavolo che dovevano solo ascoltare e beccare schiaffoni.

Il mio grande problema era che mi odiava. Non era chiaro come si era arrivati in quella situazione; di base c’era sicuramente la mia scarsa fiducia nel suo approccio, e forse la cosa trasudava involontariamente dal mio sguardo e dai miei comportamenti come una fiatata con l’acetone. Sono sicuro che la sua carriera non era stata agevolata, come dicevano le malelingue, dall’accoppiamento con un top manager e da qualche frequente moina; la verità è che le persone aggressive proprio non le tollero, e dopo la decima riunione in cui la vedevo insultare in modo gratuito tutto e tutti senza motivo avevo cominciato a sentirmi fuori luogo. E così Cinzia una sera mi aveva preso in disparte, e guardandomi fisso negli occhi mi aveva detto la mitica frase “ti ho visto che mentre parlavo ridevi, non lo dimenticherò, te la farò pagare, ti farò un culo così”. Vorrei aver risposto a tono, cose tipo “mi sa che di deretani te ne intendi”, ma purtroppo non sono mai stato il tipo a suo agio sul ring.

E così quel giorno sono tornato a casa bisognoso di consolazione, ed ho raccontato tutto a Stefano trovandolo incredibilmente ricettivo. Lui mi ha appoggiato la mano sulla spalla, e con serietà indescrivibile mi ha detto: ”se vuoi te la sistemo io questa cosa…” Sul momento non ero sicuro di aver capito bene, e così gli ho implorato qualche delucidazione. Dopo la sua risposta, credevo di essere finito in un film di gangster: “mi bastano un paio di giorni per capire le sue abitudini, e per trovare il posto adatto; poi metto assieme un paio di amici e la vado ad aspettare…L’ideale è un parcheggio, non hai detto che va sempre in motorino?” “La vuoi spaventare?”, gli ho chiesto. “No, spaventare non ha senso. Nella mia esperienza si deve colpire una volta sola, senza esagerare, ma senza lasciare in piedi…”

Il mondo è fatto così, ci sono sempre delle scorciatoie. Io ho deciso di non approfittare dell’aiuto di Stefano, e dopo qualche settimana ho cambiato lavoro. E se sicuramente non sono il tipo che fa gambizzare una persona, ammetto di essere abbastanza debole da chiedermi qualche volta…e cosa sarebbe successo se avessi accettato?

Vorrei concludere con una raccomandazione per tutti voi. Non illudetevi, ovunque lavorerete, ci sarà sempre una Cinzia che vi coprirà di insulti ingiustificati. Però vorrei cogliere l’occasione anche per mandare un messaggio a tutte le Cinzie del mondo. Non illudetevi, prima o poi, arriverà il momento in cui ci sarà Stefano con gli amici che vi farà la festa in un parcheggio.

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La battaglia delle aragoste

aragosta_loSabato scorso ho inseguito mia figlia per mezzo supermercato con una aragosta surgelata. Quelle della Ipercoop sono fantastiche come arma, perché sono intere con tutte le chele; riesci a prenderle per la coda ed a sfoderarle dalla tasca come una revolver sei colpi del Far West. Ho provato ad istruire Beatrice ad utilizzare per difesa i polpi surgelati, quelli con la testa schiacciata e larga un braccio, ma purtroppo è ancora un po’ piccolina e fa fatica a maneggiarli in modo adeguato.

I weekend delle famiglie di oggi sono estremamente legati alle visite ai supermercati, molto più delle gite fuori porta e delle serate pizza e cinema; fare la fila per due etti di crudo ventiquattro mesi ha in sé qualcosa di catartico, un po’ come il sottile piacere di approfittare delle promozioni sui carciofi e petti di pollo biologici. Io e Silvia poi ci facciamo sempre tentare da qualche porcata; sabato ad esempio siamo finalmente riusciti a scoprire la salsa Messicana perfetta, quella da abbinare ai Nachos della serata Blockbuster; lo dicevo io, si doveva prendere quella Texana con i peperoni verdi, direttamente importata sullo stesso aereo che all’andata porta agli americani i nostri spaghetti ed il parmigiano. La sera è stato meraviglioso sbaciucchiarsi con le labbra insensibilizzate dal peperoncino, e scambiarsi parole affettuose appena affogate dai rutti imposti dalla libagioni di birra.

Uno dei grandi vantaggi degli ipermercati è che riesci sempre a risparmiare; alla Conad ad esempio ora prendo il ricambio di detersivo per i piatti, non la confezione intera; mi porto da casa il barattolo mezzo vuoto, che lascia sempre nel portapacchi dell’auto un po’ di liquame profumato al limone, e con questo contribuisco alla salute dell’ambiente e risparmio un buon trenta centesimi; poi però inevitabilmente mi faccio fregare dieci euro dal banco pane per una combinazione di focaccia di Recco e un blocco di crostata ai mirtilli spagnoli, che molto probabilmente poi ammuffirà nel frigorifero.

Adoro la capacità degli ipermercati di oggi di coltivare le tue abitudini. Io ad esempio mangio da quindici anni solo I Galletti del Mulino Bianco; inoltre mangio esclusivamente gli spaghetti De Cecco, gli yougurt Kir, e l’insalata “ghiaccio” prelavata; se manca una di queste cose, faccio una scenata isterica. Da quando c’è la crisi economica utilizzo anche esclusivamente il reparto abbigliamento dell’Ipercoop, quello della premiata linea Joyful; con dieci euro ti porti a casa pantaloni e camicia, e sono l’ideale per viaggiare in treno; certo non potete avere in cambio una grossa scelta di colori, e c’è il serio rischio di salire sul locale delle sette e trovarti seduti accanto altri dieci disgraziati vestiti uguale.

Un tempo collezionavi francobolli, ed aspettavi con ansia le lettere degli amici. Ora invece metti da parte i punti di venti raccolte diverse per riempirti la casa di variopinte insalatiere e set di coltelli, ed hai la posta intasata di pubblicità per carne e pesce scontato. Quando ero piccolo c’era sempre il negozietto dietro casa; una volta ogni sei mesi andavo con tutta la famiglia all’Esselunga, ma mio padre sentenziava sempre “sta roba qui non ingrana”; ed invece nel giro di pochi anni i negozietti sono spariti, e ci siamo abituati a girare tra i parcheggi di venti supermercati diversi, divertenti come un Luna Park e tentatori come un Casinò. Un tempo la vita era più semplice, le crostate le faceva la nonna, i pomodori si vendevano solo d’estate, e per assaggiare i tarallini pugliesi dovevi farti dodici ore di treno. La mamma ti portava a giocare ai giardini, ed i papà lavoravano sodo ed erano rispettabili: difficilmente si facevano cacciare da un ipermercato per aver spappolato una aragosta surgelata.

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Ricordando nonna Emma: ex case popolari ed i molteplici utilizzi del chinino

Old_CoupleLa vecchiaia talvolta rende insensibili alla paura della morte. Mia nonna fino all’ultimo era molto più preoccupata delle cose che marcivano in frigorifero, e forse grazie a questo ha vissuto con dignità per quasi un secolo.

Per un paio d’anni durante la settimana ho vissuto con lei, che abitava in una ex casa popolare a pochi minuti dall’università. Quando ci si era trasferita con mio nonno Milano finiva proprio lì, ed i bambini facevano giusto due passi per arrivare a correre tra i prati; ma anche se la città dopo si era sviluppata affogando la fisionomia iniziale in chilometri di tangenziali e paesi dormitorio, il gruppo di case di mia nonna aveva continuato ad avere l’aspetto di terra di frontiera che aveva negli anni quaranta; di allora era rimasta solo l’architettura lineare ed un po’ pomposa dell’epoca, riconoscibile solo se si distoglieva l’attenzione dalle pareti sporche piene di graffiti, le crepe nel pavimento di cemento del cortile e le persiane screpolate; dai balconi riempiti all’inverosimile di sedie sfondate, rifiuti ed antenne satellitari si intuiva la presenza di una umanità vissuta fuori dai privilegi borghesi, fatta di tatuaggi di prigione ed anziani in canottiera, giovani sbandati che diffondevano nel cortile musica da discoteca a tutte le ore del giorno e famiglie povere addensate in pochi metri quadri, come le foglie d’inverno sui rami di Ungaretti.

Quando mia nonna era ragazza si diventava grandi molto in fretta; mentre io a vent’anni avevo a malapena la patente, lei era già sposata, aveva avuto due figlie morte di influenza, ed un complicato trasferimento nel nord con una valigia di cartone. La vita l’aveva temprata, e quando negli anni settanta era rimasta una vedova sola si era adattata a questa nuova condizione con una forza e una rassegnazione che al giorno d’oggi non sono più citate neppure su Wikipedia.

La sua vita era regolata da un rigido copione che lei stessa si era creata nel tempo; si svegliava presto per andare a fare la spesa, percorrendo talvolta chilometri tra i mercati all’aperto del quartiere; mangiava ascoltando il radio-giornale, una rassegna di pettegolezzi sui personaggi pubblici del momento e disgrazie di cronaca quotidiana; infine riordinava la casa e cenava davanti ad una telenovela; i suoi rapporti col mondo erano talmente legati a questa multimedialità spazzatura che ogni volta che mi vedeva coglieva l’occasione per ricordarmi che le ragazze vogliono solo farsi mettere in cinta, e le stufe elettriche prendono inevitabilmente fuoco mentre dormi. Infine andava a letto, senza mai dimenticare di chiudere le due persiane che la mettevano in contatto col mondo dei vivi, e di dare la carica all’orologio da polso del nonno che le legava il cuore al ricordo dei morti.

Oggi è sempre più di moda parlare del rapporto tra cibo e salute, ma mia nonna in questo campo è stata un pioniere d’ampie vedute, una audace sperimentatrice della cucina tradizionale in chiave post-moderna, capace di rimescolare le passioni personali per peperoncini ed altri violenti scuoti-stomaco con le ricette salutistiche per vecchietti raccontate da radiodue; sfidando le raccomandazioni del medico, beveva esclusivamente acqua raffreddata nel freezer per il tempo regolato da un timer con una gallina che scandiva i secondi col becco: appena questa suonava, estraeva dall’abbraccio dei surgelati un bicchiere che racchiudeva il principio fisico del punto triplo dell’acqua, la coesistenza di acqua, ghiaccio e vapore, e beveva avidamente dicendo che era l’unico metodo per vincere la sete; il brevetto dei suoi peperoni al forno ha messo alla prova lo stomaco di diversi parenti, che fino ad allora erano convinti di digerire anche le lattine; era molto audace poi la sua interpretazione dell’uso del chinino, l’unico farmaco che diceva di tollerare, che utilizzava sia in polvere nell’insalata per sminuire l’effetto del sale, sia al posto del bagnoschiuma per lavarsi una volta mischiato con scaglie di sapone di Marsiglia e gocce di Infuso delle Trentatré Erbe.

Poi arrivò il giorno in cui mio padre la trovò per terra priva di sensi. Ricoverata d’urgenza, l’ambulanza scelse una destinazione che anni dopo divenne protagonista della cronaca per una serie di illeciti praticati sulla pelle dei pazienti, la premiata clinica Santa Rita. Un giorno vi racconterò come andarono le cose, ma non aspettatevi un racconto divertente.

Talvolta i ricordi più belli che ti restano delle persone sono legati a piccoli episodi insignificanti. Una volta mia nonna mi chiese di aggiustarle una piccola lampada. Io invece andai all’Ikea e gliene comperai una nuova; era molto carina, bianca, di forma simpatica, stava benissimo sul suo comodino; lei si commosse un po’, disse che era forse il regalo più bello che aveva mai ricevuto. Poi dopo qualche giorno mi volle parlare, e sembrava un po’ imbarazzata; mi chiese, non è che mi aggiusti comunque quella vecchia? Io allora le chiesi: nonna, e che cavolo te ne fai di quella vecchia lampada sfracellata? E lei mi rispose: e come facciamo se la bella lampada bianca Ikea si rompe?

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Il kit dell’appassionato fotografo

Monumentale_okIl kit del fotoamatore include sempre un grosso borsone che raccoglie macchine reflex, obiettivi, flash, riviste e libri che nel tempo vengono accumulati con feticistica passione. Nei periodi in cui la passione prende il sopravvento sulla ragione, il borsone mi accompagna ovunque, anche nelle mie trasferte milanesi; nello zaino da pendolare già riempito all’inverosimile il materiale fotografico trova spazio solo se viene spinto dentro con una certa energia, ed alla fine ne modella la forma in modo grossolano ed irreale come la gola di un serpente che ha ingoiato per intero un formichiere adulto.

In queste occasioni di solito prendo il locale per Milano Garibaldi, che mi consente di passare prima di timbrare il cartellino a fare due scatti in uno dei miei luoghi preferiti: il Cimitero Monumentale; lì ci sono gran parte delle caratteristiche che cerco: fiori, ampi spazi verdi, monumenti ed oggetti di forma insolita, e specialmente soggetti che non si muovono e non rompono mai le palle, anche se gli spari addosso il flash tre volte di fila. Quando torno a casa la sera e mostro fiero a mia moglie rassegne interminabili di primi piani di lapidi e candele votive, ricevo spesso in cambio domande imbarazzanti sui miei pensieri mattutini tipici; qualche volta ho anche paura di trovarmi a casa un assistente sociale, nel caso a Beatrice sfugga dire alla maestra che al papà piace fotografare i morti. Però a mia discolpa ci tengo a dirvi che non sono il solo: nelle giornate di sole ci sono decine di fotoamatori come me che gironzolano tra le tombe acquattandosi tra i cespugli, sparando mitragliate di scatti sulle croci bronzee ed i volti pietosi delle madonne di marmo, e mimetizzandosi perfettamente tra statue e cappelle cercano di cogliere le espressioni delle vecchiette che portano i fiori a qualche defunto, rischiando spesso di farle crepare di paura.

Il turbamento delirante che un appassionato prova per la strumentazione fotografica è simile a quello di una donna davanti alla vetrina di una gioielleria: non si capisce più nulla, e se si ha qualche soldo da parte si spende spesso ben oltre le proprie possibilità. Poi dopo arriva il problema vero: ora che ho questa roba pazzesca, dove la uso? Se comperi una mega-collana di perle e diamanti non è detto che tu abbia occasione di sfoggiarla in pranzi di gala e serate eleganti; alla fine pur di farne uso finisce che indossi i gioielli in pizzeria ed in ufficio, così almeno fai crepare d’invidia le colleghe; e così allo stesso modo ti capita spesso di vedere tre-quattromila euro di reflex che partono per la tangente sulle montagne russe di Gardaland, flash nei musei sparati sugli inservienti che gridano che è vietato fare fotografie, e gente che fa filmati con l’I-Phone nei cessi pubblici.

Perdonatemi se non siete d’accordo, ma ormai la fotografia digitale è ovunque. La nostra intera percezione della realtà è andata a farsi friggere, tanto siamo sommersi da modelle ritoccate con Photoshop e verdi inspiegabilmente saturi, e se non c’è la risoluzione di un plasma ad alta definizione ci sembra tutto piatto e scialbo; io stesso mi sono sorpreso a chiedere a mia moglie se voleva una ritoccatina alle tette sulle foto del mare, barattandolo per un minor contrasto sulla mia testa pelata ed un filtro sfumato artistico sul naso di mia suocera.

Eppure l’emozione che provo quando appoggio l’occhio all’obiettivo è indescrivibile. Poi purtroppo però affronto la realtà, che è sempre subordinata al “paradigma del fotografo”: al mondo non c’è mai un bel paesaggio senza un grattacielo ed una discarica, un albero fiorito senza di fianco un traliccio della luce, una strada pittoresca senza un camioncino Volkswagen bianco scrostato parcheggiato nel punto migliore; ogni fotografia ha in sé qualche maledetto elemento estraneo ed indesiderato, ed anche se vi mettete d’impegno arrampicandovi come l’uomo ragno in qualche angolo sperduto ed aspettate sei ore finché la luce è quella giusta e tutti si sono levati dalle scatole, inevitabilmente qualcosa non funziona e la foto viene una schifezza; ecco perché vado al cimitero monumentale: perché continuare a scattare foto ovunque è una condanna, perché i bambini sono abituati a mettersi in posa in modo sincrono, le ragazze appena un po’ carine fanno il botto su youtube, le cene con gli amici sono uno scambio di foto come trent’anni prima si faceva con le figurine; lo faccio per me perché ho speso un macello di soldi per la mia Canon con doppio zoom ultimo modello; e lo faccio per gli altri perché ormai oggi tutti possono essere al centro di un servizio fotografico, è un diritto, sia per i vivi che per i morti.

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L’ultima eclissi del millennio

EclissiNon so quanti di voi lo ricordano, ma nell’estate del 98 c’è stato un giorno in cui la natura ha avuto il sopravvento sulle riunioni di team, i computer si sono spenti all’unisono, le macchinette del caffè sono rimaste senza clienti, e gli uffici si sono svuotati: in mezza Europa gruppi assortiti di impiegati con le maniche delle camice rimboccate si sono riuniti nei parcheggi, sui balconi ed in ogni possibile angolo illuminato ed hanno voltato lo sguardo verso il cielo per guardare l’ultima eclissi del millennio.

In quel periodo lavoravo come consulente nella filiale italiana di una società che imbottigliava coca-cola e derivati; il posto non era male, anche perché permetteva di attingere liberamente da una serie di frigoriferi pieni di lattine. All’inizio questa libertà mi aveva inebriato; io ed i miei colleghi ci alzavamo a turno raccogliendo ordinazioni: “qualcuno beve qualcosa?”. Alla fine della giornata di solito avevo nello stomaco tanto di quel gas che levitavo come un dirigibile; eppure davanti alla tentazione riuscivo a non essere ancora sazio, e così mi riempivo le tasche e lo zaino di lattine tornando a casa barcollando per il peso, camminando rigido come un cavaliere medioevale. Quello che non bevevo lo portavo in regalo, lattine di coca per tutti, per i miei genitori, gli amici, i vicini. Dopo qualche settimana i miei gusti si erano sofisticati come quelli di un drogato, ed avevo cominciato ad assumere in uguali dosi Lemonsoda, Oransoda, Sprite, Nestè ed alla fine anche Bonaqua, l’acqua minerale più gasata del mondo. Quest’ultima in particolare era tremenda, era come essere attaccati ad una bombola di elio; nei giorni subito precedenti alle crisi di dissenteria ed alle coliche renali, entrando nell’ufficio credevo di nuotare sottacqua: percepivo pochi suoni ovattati, intervallati da strani rumori simili alle bolle d’aria che emergono in superficie subito dopo l’immersione di un palombaro.

La mia attività si svolgeva all’interno di un gruppo cospicuo di consulenti totalmente assorbiti da attività di prevendita, vale a dire lavoravamo come pazzi senza produrre assolutamente nulla, garantivamo che eravamo in grado di fare qualunque cosa, e passavamo le giornate facendo dettagliatissime presentazioni di argomenti che non conoscevamo. Io venivo seguito anche in bagno da un manager Belga di piccole dimensioni, che cercava di darsi un tono con una enorme capigliatura stile Little Tony, un vestito elegante due misure superiori alla sua, e degli stivali di pelle simil-coccodrillo con la punta lunga ed aguzza. Aveva avuto il compito improbabile di adattare alla realtà italiana un sistema informatico per la verifica del posizionamento delle lattine; in pratica aveva predisposto un esercito di schiavi che girava per i supermercati di tutta Italia, e verificava che le lattine fossero in evidenza ad altezza occhi, in quantità adeguata, con la pubblicità ben posizionata e specialmente senza pepsi e chinotti tra le palle; se tutto era ok, aprivano un computer portatile grande quanto un criceto e schiacciavano un bottone, mandando un segnale ad un satellite nello spazio che dopo aver raccolti i dati da tutta la città-regione-nazione-continente risparava tutto assieme direttamente sul computer della sede centrale. Il mitico Belga quindi la mattina accendeva il computer, e tutto soddisfatto diceva “all right!”, il che voleva dire o che in tutta Italia avevano messo bene a posto le lattine, o che il segnale aveva cannato direzione e si era perso tra Giove e Saturno.

Io ovviamente ero stato venduto come un esperto conoscitore di posizionamento lattine a livello internazionale, ed ero anche apprezzato per la mia capacità bevitoria che un anziano dirigente aveva definito “al limite delle capacità umane”. Il Belga adorava la mia capacità di produrre presentazioni con disegni assortiti di cannucce e bollicine, ed una volta era arrivato anche a propormi di trasferirmi a lavorare con lui a Bruxelles in uno splendido enorme palazzo a forma di bottiglietta.

In quel mitico giorno d’estate mentre la luna lentamente si posizionava tra milioni di occhi attenti ed il sole, a Milano la giornata era bellissima; purtroppo però da noi l’eclissi era solo parziale ed arrivò appena a coprire una fetta di tutto il disco infuocato. Il Belga quasi si bucò l’iride cercando di vedere il sole attraverso il buco di un floppy disk: diceva di aver letto da qualche parte che era la tecnica giusta, ma la luce passando dalla stretta feritoia aveva assunto l’intensità e la precisione di un raggio laser. Il mio capo (ma quanti capi ho avuto nella vita?) come al solito dimostrò di essere il più duro di tutti, e fissò a lungo direttamente il sole con i suoi occhiali a specchio da agente Poncharello. Uscì dalla esperienza talmente rincoglionito che un paio d’ore dopo, trasferendosi in moto da un altro cliente, rischiò un frontale con un palo del telefono. Per me fu uno spettacolo indimenticabile che mi resterà nell’anima, assieme ad una certa avversione per la coca cola che in quella occasione mi ha quasi bucato milza e duodeno, e ad un grande rispetto per i poveracci che ogni giorno si svegliano all’alba per svuotare casse di scatolame e surgelati per preparare al meglio gli scaffali dei supermercati.

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