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La bestia
P. forse non è stato il miglior capo che ho avuto, ma neppure il peggiore; all’inizio lo apprezzai come un calcio alla caviglia, probabilmente perché ero cresciuto col mito del manager stile IBM: camicia azzurra e completo grigio, inglese perfetto e master ad Harvard; per questo non ero pronto ad un uomo che sembrava scolpito nella selce come un pastore Keniano, fiero di utilizzare in ogni occasione un gergo da scaricatore di porto e dall’espressione acuta ed attenta come quella di un primate.
P. arrivò al termine di una fusione in cui chi comandava erano gli altri, scalzando un paio di capetti di breve termine che ebbero giusto il tempo di ricevere l’auto aziendale, con costo detratto dalla precoce liquidazione. Il suo posto era assicurato da motivazioni che avevano fatto il giro dell’azienda con la velocità di un virus: P. era “uno con le spalle coperte”, amico di qualcuno molto in alto, talmente in alto che nessuno riusciva ad identificarlo con certezza.
Lo incontrammo la prima volta in una riunione plenaria, in cui gli venne fatta una lunga presentazione con svariate decine di slide multicolore; la sua attenzione però era talmente focalizzata sui prosperosi seni di una consulente, che per staccarlo sembrava fosse necessario un piede di porco; quando alla fine dopo molti solleciti capì che doveva esprimere un parere, pronunciò una sentenza che si impresse nella memoria di tutti come un marchio sulla chiappa di un bovino: “non fatemi mai più vedere presentazioni con più di due slide di m…a”.
Che P. non fosse il tipo da convenevoli risultò evidente durante una cena con il direttore commerciale di una importante società partner; l’ospite arrivò con qualche minuto di ritardo, zoppicando vistosamente e con una espressione sofferente; P. quindi si presentò allungando una mano, e con grande serietà gli chiese “lo ha per caso appena preso nel di dietro?”. Facendo finta di niente, l’interpellato mormorò una cosa del tipo “mi fa terribilmente male la schiena… incidente sugli sci…”, e P. forte di una confidenza che nessuno gli aveva concesso rincarò la dose con un bel “evidentemente era bello grosso!!”, cui fecero seguito venti minuti di risate solitarie. E se a questo punto l’imbarazzo si tagliava col coltello, mai dico mai nella mia vita ho provato maggiore vergogna di quando alla fine della cena, con in mano ancora il cucchiaio del dolce, P. lanciò una ultima proposta di svago: “cosa ne dite se adesso andiamo tutti a troie?”.
Dopo questo episodio cominciai a documentarmi sul serio, perché davvero volevo capire come aveva fatto una bestia simile a diventare un manager affermato; scoprii così che la sua fortuna era iniziata con il coordinamento di un grande progetto, un incredibile successo sotto tutti i punti di vista. Provai quindi a contattare qualche amico, e così scoprii che nel team di lavoro c’erano alcuni personaggi noti nell’ambiente informatico, tecnici eccezionali, gente che aveva completato il lavoro in assoluta autonomia, dando a P. meriti e gloria praticamente senza che muovesse un dito.
Dopo qualche tempo arrivò il giorno della valutazione annuale, e rimasi sorpreso nel vedere che P. mi aveva dato tutto sommato un buon giudizio; l’unica limitazione che mi riconosceva era una certa mancanza di originalità, con una certa tendenza a ripetere modelli consolidati. Boh, mi dissi, evidentemente il pirlone doveva per forza inventarsi qualcosa che non andava, e così fregandomene un po’ conclusi la serata con una spesa al supermercato; come ogni mercoledì mi concessi una bella pizza capricciosa surgelata, da accompagnare con la mia birra prediletta da oltre vent’anni; rimasi un po’ sconcertato però dal fatto che i biscotti che solitamente mangiavo a colazione erano finiti, e quando scoprii che non c’era neanche il latte Parmalat cominciai a sentirmi davvero nervoso; ad un certo punto guardai il carrello, e di colpo capii che P. non era così pirlone come pensavo: due chili di spaghetti De Cecco, l’unica pasta che consumo, quattro barattoli di pisellini primavera della solita marca, la solita acqua, il solito tonno, il solito formaggio, l’ovetto di cioccolata ed il budino come quando facevo merenda da piccolo.
P. ora è il direttore dei sistemi informativi di una delle principali aziende nazionali, ed è uno di quei manager di stampo italiano che il mondo ci invidia; le sue caratteristiche sembrano un fattore comune di molti leader di grandi aziende, team sportivi e partiti politici: spalle coperte da qualche altissima astratta personalità, visione della realtà offuscata da una certa propensione per la pornografia, ed una grande capacità di capire le persone e creare sempre il giusto team che lavora per il successo del capo.
Share on FacebookBrunetta e gli imprenditori con l’autobus
Avete mai lavorato per una azienda in crisi? Io si, e non è il ricordo più bello della mia vita: settimane intere senza niente da fare, in attesa di un progetto che “sta per partire” ma che non parte mai, con colleghi che a turno venivano chiamati per proposte di incentivo alle dimissioni…proposte da accettare, perché l’alternativa è un calcio nel culo…
Si trattava di in una società di consulenza software di un centinaio di persone, tutta gente giovane ed in gamba; eravamo terrorizzati, ognuno di noi spediva giornalmente svariati curricula, e nessuno riceveva mai risposta. Passavamo le giornate consumati dalla tensione, sempre in attesa di una telefonata o di una mail che non arrivava mai; aspettavamo solo il colpo di grazia, spesso anticipato da qualche messaggio apparentemente innocuo: un trasferimento al piano inferiore, un pettegolezzo alla macchinetta del caffè, un questionario “di auto-valutazione” da compilare.
Per qualche motivo oscuro, vista la situazione, due o tre volte all’anno l’amministratore delegato organizzava una riunione plenaria, con affitto di sala cinema e hostess carine. Ci salutava cordialmente, e poi faceva una presentazione sull’andamento della società, con tanto ottimismo per mitigare l’effetto dell’inevitabile slide del fatturato con la linea che finiva per terra. Talvolta il discorso era arricchito da qualche simpatico aneddoto; una volta è saltata fuori la leggenda degli “imprenditori degli autobus”: si tratta di malavitosi che in meridione investono un po’ di soldi per comprare un autobus scalcinato, e poi la mattina presto fanno il giro dei paesi per raccogliere ragazzi giovani ed in gamba, con diplomi o lauree tecniche e tanta disperazione; poi, alle nove li scaricano davanti alle porte delle grandi aziende di città come Roma e Napoli, dove vengono svenduti per consulenze software a bassissimo costo su base giornaliera. Alla fine del racconto negli occhi di tutti c’era la disperazione; il timore diffuso era che la conclusione fosse: “bene, basta con gli uffici, da oggi anche noi abbiamo il nostro autobus!!”
E’ inutile che vi dica che dopo queste riunioni la tensione era alta, la motivazione calava sotto il livello della insubordinazione, e la gente diventava di gestione difficile. Un giorno però il direttore del personale apportò alla riunione una modifica inattesa, inserendo l’intervento di uno studioso di fama internazionale; costui era una di quelle persone dal curriculum incredibile: professore universitario in tre città diverse lontanissime tra loro, responsabile di molteplici commissioni del governo, membro di svariati consigli di amministrazione, insomma una vera bestia di iperattività; in particolare, il suo nome era noto per aver firmato un articolo di inchiesta sul software “open source”, la cui tesi era che sotto una finta filosofia di condivisione e gratuità si nascondevano bassa qualità ed interessi politici. Per una società di giovani innamorati della tecnologia, capaci di provare turbamenti sessuali per l’accoppiamento Linux-php, un argomento di questo tipo era una bomba.
Vi assicuro che era una persona di rara antipatia, un damerino imbalsamato davanti ad una squadra di carpentieri del software, con una vocetta stridula ed una spiccata propensione alla polemica da tribuna politica. Nel giro di dieci minuti ho visto svilupparsi una vera rivolta; c’era gente che gridava insulti, un paio sono stati portati fuori a forza, io stesso ad un certo punto stavo per tirargli un tramezzino ai cetrioli rubato al rinfresco; poi però, con la coda dell’occhio ho intravisto la faccia del direttore del personale, ed ho capito tutto: vi giuro che mai nella vita ho visto qualcuno più soddisfatto. Il suo obiettivo era stato raggiunto: io ed i miei colleghi avevamo spostato le nostre tensioni verso un obiettivo “comodo”.
Mi sono ricordato di questo episodio oggi, leggendo sul giornale uno spiacevole episodio con protagonista il ministro Brunetta; sembra che alla fine di un convegno abbia rifiutato una domanda, tra l’altro concordata, di una associazione di lavoratori precari; lasciando la sala, ha anche affermato che costoro erano “il peggio dell’Italia”. Ragazzi…che tristezza… penso ai tanti amici che oggi sono in difficoltà, e come faccio a non incavolarmi? Poi però, mentre ci penso e ci ripenso, mi chiedo: come mai c’è qualcuno come Brunetta in un ministero di grande responsabilità come il suo? Ed allora realizzo che qualcuno in questo momento ha la faccia soddisfatta, perché ha spostato le tensioni di tanti verso un obiettivo comodo.
So che Brunetta, ha detto che chi non ha un impiego dovrebbe andare a scaricare cassette al mercato. Mi mancano trent’anni minimo alla pensione, e visto come va l’economia c’è una altissima probabilità che nel frattempo perda il lavoro; mi vedo, a cinquant’anni, disperato, distrutto da una vita di pendolarismo, grasso, canuto, cardiopatico e rintronato, che vado al mercato a chiedere se c’è qualcosa che posso fare; il problema è che, temo, scaricare cassette sarà un impiego per cui dovrò fare la fila.
Share on FacebookRacconto di Natale
Certi ricordi affiorano solo quando è inverno, e dal finestrino del treno dei pendolari la nebbia sembra confondersi con il bianco dei campi innevati. Chiudo gli occhi e mi vedo come davanti ad uno specchio, quindici anni fa, con l’abito nuovo e la testa piena di sogni; davanti all’immagine di quell’ingenuo ragazzo, non posso trattenere un po’ di tenerezza.
Quando in Italia c’era ancora la “grande azienda” pensavamo di essere così bravi da poter esportare all’estero le nostre competenze; per questo ero stato chiamato a quel colloquio, per valutare la sfida di un team giovane e vincente che un dio geniale aveva staccato come una costola da una famosa e grandissima società energetica italiana. Però allora non c’era ancora nulla, ed anche gli uffici erano presi in affitto in un lussuoso residence dalle parti della stazione Centrale, giusto all’incrocio tra l’ingresso della metropolitana ed una stradina notoriamente frequentata da zoccole e spacciatori.
La persona che per primo mi ha esaminato era davvero un brav’uomo, e per una buona mezz’ora ha cercato di sondarmi l’animo con la caparbietà di un cane da tartufo; quando gli argomenti hanno cominciato a scarseggiare, ha estratto dal cappello la sua arma segreta, uno di quei test di intelligenza da Settimana Enigmistica che iniziano sempre con “tre soldati in tre celle in tre angoli separati di un castello con trecentotrentatre stanze”… Beh, non ricordo bene com’era il test, però ricordo che nell’esatto momento in cui l’esaminatore ha aperto bocca mi sono sentito travolgere da una delle più grandi botte di culo della mia intera esistenza; ero reduce da un mese intero passato a lavorare su quel test, sadicamente proposto dal più infido degli amici dopo una serata ad altissimo tasso alcolico; il risultato erano state decine di notti insonni, interi quaderni di appunti a matita, ed una soluzione alla fine raggiunta dopo innumerevoli momenti di sconforto; in più quel giorno avevo qualcosa che girava per il verso giusto, forse la rara combinazione di acido lattico e serotonina che capita tre volte nella vita: insomma non so cosa mi ha preso, ma ho sciorinato la risposta fingendo una rapida riflessione, improvvisando passaggi disegnati nell’aria e sparando fuori una tale “consecutio deduttiva” che l’esaminatore è rimasto a bocca aperta; quando con tono affannoso ha balbettato “mai…dico mai nella vita ho trovato qualcuno in grado di risolvere il test così…incredibilmente bene…”, ammetto di aver avuto qualche microsecondo di scrupolo, ma poi mi sono detto “e che cacchio, godiamoci il momento, quando mi capiterà ancora?”.
Così il giorno stesso mi è stata proposta la fase due, il colloquio con il megadirettore galattico; tutto era grande in lui, dalla pancia alla scrivania, due metri di giacca e cravatta firmata ed intagliata su misura ed installati in un ufficio di mogano ed ottone, intervallati solo da una gigantografia che lo ritraeva abbracciato ad un noto politico dell’epoca. Credo di aver parlato si e no per venti secondi, ma ciò è bastato per vedere le sue palpebre abbassarsi teneramente come in un neonato che si sta per addormentare.
Poco dopo ero già davanti al direttore del personale, che invece era un ometto piccolo e malvestito, e viveva in un sottoscala spelacchiato con la porta sfondata ed un tavolo logoro che sembrava rubato ad una scuola elementare. Anche con lui il colloquio è durato venti secondi, giusto per arrivare ad una seria proposta economica: venti per cento meno del mio stipendio di allora. Io neanche ho fiatato, il mio primo esaminatore invece è partito come l’intero esercito Garibaldino: “noooooo!!!! Costui è il primo umano che ha superato il mio test!!!!” Niente da fare, il piccolo direttore del personale era arenato alla sua posizione come una cozza sugli scogli; parlava di stipendi conformi alla sfida e di similcazzate, e dall’alto della sua microstatura manteneva le braccia conserte ed il musetto imbronciato, battendo il piedino per sottolineare i concetti come un bambino che non vuole la zuppa. Così il giorno dopo ho chiamato per rifiutare cortesemente l’offerta, evitando a stento di dire che erano una gabbia di matti.
Un anno dopo è arrivata Tangentopoli, e per me guardare la televisione era meglio del cinema. Ogni giorno mi chiedevo di chi era il turno, finché è arrivato quello dei grandi appalti delle aziende energetiche; c’erano grandi manager italiani che avevano esportato le nostre competenze all’estero, facendo giusto qualche cresta qua e là per garantire un futuro felice ad amici e parenti; un giorno ho visto anche lui, l’enorme megadirettore, con le manette ai polsi che spuntavano dall’abito elegante; ho fatto un po’ fatica a riconoscerlo, era molto diverso dal giorno del colloquio: aveva il viso stravolto, e gli occhi grandi e spalancati mostravano due vivaci iridi verde smeraldo. Ho pensato che stava provando la più grande emozione della sua vita, e ciò poteva essere un bene; era Natale, ed in un certo senso anche per lui sotto l’albero c’era stato un inatteso regalo.
Buon Natale per tutti voi!!!
Share on FacebookSoldi facili
Se penso a quanto profondamente odio lavorare mi commuovo; in questo so di non essere molto diverso dagli altri: rabbia ed insoddisfazione aleggiano nei discorsi della pausa caffè, negli occhi dei pendolari con la valigetta tra le gambe e sulle tavole delle serate con gli ex-compagni di scuola. Lo stipendio è sempre troppo basso, le capacità non sono mai sufficientemente riconosciute ed apprezzate, e l’orario di lavoro è immancabilmente troppo lungo; e mentre cerchi di sopravvivere al mutuo ed alle bollette del gas, apri il giornale e scopri che ci sono politici che fanno porcherie e filibustieri che guadagnano milioni; e così torna nella tua mente la domanda terribile che non ti fa dormire la notte e che in ogni momento del giorno cerchi di schivare come le cacche dei cani: ma non è che il più coglione sei proprio tu?
La mia insoddisfazione è abbastanza generalizzata: non mi piace svegliarmi prima dell’alba per prendere un treno, non mi piace l’idea di passare la giornata seduto davanti ad un computer, non mi soddisfa il numero di zeri della busta paga, e non voglio più ubbidire alle richieste folli di decine di persone che vogliono le cose subito perché “è il business che lo richiede”. In sostanza vorrei lavorare poco, non avere capi, divertirmi come un pazzo, girare il mondo in prima classe e guadagnare un sacco di soldi. Però se proprio devo scegliere, direi che l’unica cosa che davvero desidero è il denaro, il denaro, ed ancora il denaro.
E così un giorno ho deciso di tradurre questo desiderio in un impegno serio, ed ho iniziato a navigare su internet alla ricerca di ogni possibile metodo per guadagnare come Paperone lavorando come Paperino. Dopo aver vagliato con attenzione ogni opzione, sono arrivato alla conclusione che esiste un solo metodo infallibile per scafandrarsi di soldi: il poker on line. Subito ho iniziato ad applicarmi con serietà e passione: ho iniziato a frequentare forum di esperti, ho acquistato un paio di manuali, e quando davanti alla tv la sera Silvia si addormentava mi sintonizzavo automaticamente su “PokerItalia24”.
Dopo aver studiato una serie di metodi statistici infallibili, le partite dei grandi del passato ed i risultati di oltre quattromila simulazioni effettuate con il mazzo di carte con i gattini di mia figlia, mi sono convinto di aver capito tutto e che era il momento di passare ai fatti; seguendo i consigli di una rivista specializzata ho selezionato il sito web adatto valutando una serie di criteri: generosità del bonus all’iscrizione, offerta di tornei gratuiti per guadagnare senza rischiare, adeguato numero di iscritti da spennare; poche lettere dopo il “www” ero circondato da una miriade di monete lampeggianti, assi e re, playmate che ti dicevano “bravo!” ed una tale quantità di promesse di facili guadagni in formato HTML da esserne quasi spaventato.
In un paio di click ero già seduto ad un tavolo circondato da personaggi connessi da qualche posto remoto, nascosti dietro un soprannome colorito e scaramantico del tipo “Perdosempre82”, “Faccioschifo” e “Poverome64”. In palio c’erano ventimila euro virtuali, il premio per un torneo gratuito con la possibilità però di convertire i guadagni in soldi veri secondo un rapporto di un euro ogni duecento milioni di fantamonetine. Praticamente un valore economico nullo, ma evidentemente già abbastanza alto da creare un discreto clima di competizione; le carte hanno iniziato a fare il giro del tavolo, le puntate a saltellare sul piatto, e ad ogni mano io cercavo di completare a mente calcoli statistici a quattro decimali per applicare tutto ciò che avevo imparato, dal “modello della chip indipendente” alla teoria “dell’aggressività implicita”. Dopo cinque mani non capivo più nulla, ed ho iniziato ad applicare metodi più approssimati ed aggressivi, cose tipo “spara tutto, e toccati”. Nel giro di altre due mani avevo finito tutti i fantasoldi, e con essi il sogno di comprarmi un paio di macchine fotografiche ed un gingillino per Silvia; mentre la schermata si chiudeva, non ho potuto evitare il saluto di Chiappachiara78: “torna presto, che almeno ce fai ride…”
Share on FacebookDomenica lavorativa di mezza estate
La mia azienda fa il mestiere più antico del mondo: presta soldi. Un tempo nelle piazzette dei mercati c’era il banchetto degli usurai; ora invece ci sono società come la mia che fanno il “credito al consumo”, vale a dire prestano soldi in modo corretto e legale a milioni di persone. Ogni giorno stipuliamo migliaia di pratiche, e questo è un gran casino se non ci sono adeguati sistemi informatici che gestiscono dati personali, convenzioni, crediti e debiti, fatture ed insolvenze… Tutta questa roba viene salvata ed accumulata come trippa nello stomaco di un mostro che ha mangiato pesante, e se non si agisce in modo corretto si rischia di ricavare solo una enorme indigestione; il software su cui lavoro è alla fine di tutti i processi informatici, e riceve queste informazioni grezze e puzzolenti come l’accogliente tazza di un cesso, le pulisce e purifica e con esse crea centinaia di tabelle e documenti belli ed ordinati per le varie funzioni aziendali: conti economici, rapportini del venduto per filiale, analisi del consuntivo rispetto al budget, redditività delle partnership etc. etc.
Per spiegare il mio lavoro a parenti ed amici utilizzo spesso l’analogia con il cesso; è qualcosa che mi viene spontaneo, forse anche perché ho un capo dall’animo sensibile che ama dire che trasformiamo la cacca in oro. Questo però solo nella teoria, perché nella pratica il duro destino di un cesso è sempre dipendente da chi c’è accomodato sopra; in altre parole ogni volta che non funziona qualcosa in un sistema informatico che mi alimenta di informazioni, dalla mia parte scoppia un casino: se il sistema di fatturazione ha qualche piccolo difettino, i miei report sul venduto hanno un calo del 4000 %, e se qualche processo di calcolo sbaglia a considerare la virgola il mio conto economico tocca il fantastilione.
Questa accertata sensibilità alle cazzate degli altri mi rende talvolta molto popolare in azienda. Domenica scorsa ad esempio sono stato in ufficio per l’avvio di un progetto informatico, solo e triste come un cane rognoso; ho trascorso tutto il giorno in una stanza surgelata dall’aria condizionata, fermo davanti ad uno schermo pieno di numeri ed allietato solo da due panini melanzana e scamorza gentilmente offerti per il pranzo. Il mio compito era eseguire una serie di controlli, e segnalare immediatamente eventuali squadrature sui conti. Grazie al cielo i risultati dei test erano positivi, a meno di poche pratiche che avrei verificato con calma nei giorni successivi; così nel pomeriggio ho inviato una mail del tipo “Tutto ok! I dati tornano a meno di sette pratiche”, sottointendendo un amichevole “andatevene tutti a fanculo, io me ne vado a casa”; ma appena spento il computer e preparato lo zainetto, la porta dell’ufficio si è spalancata ed è iniziata la tragedia: c’era il direttore dei sistemi informativi con una decina di persone, avevano in mano la stampa della mia mail, e mi fissavano con occhi spalancati e sporgenti come dei pesci palla.
Per le successive tre ore sono rimasto al pc a cercare quelle maledette pratiche, mentre per farmi sentire a mio agio il direttore restava in piedi dietro la mia schiena scuotendomi violentemente le spalle, ed il suo vice stava seduto sulla mia cassettiera con i piedi appoggiati sul tavolo; il telefono continuava a squillare, ed ogni due minuti qualcuno mi chiedeva un aggiornamento o di verificare qualche ipotesi strampalata; incastrato tra la spalla e l’orecchio, il cellulare mi collegava all’ugola del mio capo che da trecento chilometri di distanza partecipava alla mia agonia gridando “ma chi cacchio c’è in ufficio con teeee!?!?! mandali tutti viaaaa!”
La verità è che quasi sicuramente non c’era nessun problema: se le cose non funzionavano non avrei trovato sette pratiche di squadratura, ma milioni. Se però non trovavo il motivo di questo errore, nessun dirigente si sarebbe assunto la responsabilità di dire che il problema poteva essere trascurato. E così per alcune ore ho continuato ad estrarre numeri da decine di file, producendo quantità industriali di pagine stampate che qualche poveraccio al mio fianco provava a quadrare seguendo le righe col ditino come uno scolaretto delle elementari; col fare della sera il livello di rincoglionimento generale era talmente elevato che qualcuno ha creduto di aver dimostrato che tutto era a posto, e nessuno si è sentito di contraddirlo.
Venti minuti dopo ero sul treno per tornare a casa; la calma improvvisa mi ipnotizzava, facendomi raggiungere uno stato di consapevolezza da monaco tibetano; tra Lodi e Codogno ho ripercorso con la mente ogni singola operazione effettuata in ufficio; mi sembrava di vedere i tabulati stampati lì davanti agli occhi che ballavano a mezz’aria come le tendine davanti ai finestrini abbassati; arrivato a casa avevo ormai chiaro che in quella squadratura non aveva capito nulla nessuno. La notte ho fatto incubi mostruosi; mi sono visto alla gogna in sala mensa, con davanti sette tavolini occupati da enormi clienti grassi e bavosi che mangiavano giganteschi piatti di spaghetti alle vongole.
Il mattino dopo sono arrivato in ufficio che quasi non mi reggevo in piedi. I miei colleghi mi hanno accolto come un profugo, e quasi tenendomi per mano mi hanno aiutato ad estrarre le sette pratiche impiegando più o meno venti minuti. Come volevasi dimostrare, erano pratiche annullate proprio nel week end, e quindi non contavano nulla; così finalmente nel pomeriggio abbiamo potuto affermare ufficialmente che il progetto si era concluso con successo, ed in un’aula riunione abbiamo fatto un breve festeggiamento brindando con la coca-cola ed i panini alla scamorza avanzati dal giorno prima; quando qualcuno ha provato a parlare delle fantomatiche sette pratiche è stato subito zittito con battute sconce e cori da stadio.
Talvolta le vie del successo sono strade in discesa; alla fine siamo noi informatici che lavoriamo con i dati aziendali, e se noi diciamo che un numero è giusto vuol dire che è così per definizione; e se qualcosa non torna, siamo noi che dobbiamo fare le opportune correzioni, a costo di quella che in gergo chiamiamo “martellatina”. Per diversi giorni ho sentito qualche malignità mormorata a bassa voce nei corridoi, tipo che da qualche parte in Italia sette fortunati clienti stavano brindando con caviale e champagne; dovevano rimborsare un prestito in sessanta rate, e grazie alle nuove tecnologie si sono visti improvvisamente scomparire la pratica tra le mani come se avessero ricevuto semplicemente i soldi in regalo; se è così, dubito che qualcuno protesterà mai.
Share on FacebookFinanza e mazzate
L’eccezionalità di Stefano era che già da bambino sapeva cosa voleva fare nella vita. E non si trattava di diventare attore o astronauta; lui voleva diventare un esperto di matematica finanziaria. Quando eravamo compagni di appartamento aveva già una laurea in economia ad indirizzo statistico, un master in matematica finanziaria, un impiego come analista in una banca d’affari, e la notte studiava per essere ammesso ad un dottorato; e nonostante tutto questo era anche un simpatico compagno di bevute ed un degno avversario sulla Playstation.
C’erano però situazioni in cui si trasformava completamente, sullo stile di dottor Jekyll e Mister Hyde. Proveniva da un piccolo paese pugliese a malapena citato sulle carte, ma ben noto ai nativi della regione; tanto per intenderci anche la mia famiglia è di origine pugliese, e quando ero monello mia madre mi diceva che se non la smettevo mi portava proprio in quel paese, e mi lasciava lì, come se fosse uguale ad abbandonarmi in una giungla o nel bosco della strega crudele di Hansel e Gretel.
Certe origini lasciano nella persona dei segni profondi. Quando Stefano era al telefono con i genitori urlava come un pazzo, usando un dialetto lontano dall’italiano tanto quanto può esserlo il cinese o l’aramaico antico. Poi, una volta riattaccata la cornetta, si calmava istantaneamente, e commentava con noi la situazione con un laconico “a casa tutto bene”. Questa duplice personalità, oscillante tra il delinquente e l’onesto professionista, era frequente nel suo modo di fare, e si manifestava nei nostri dialoghi serali con improvvise sparate all’interno di lunghi monologhi educati e benpensanti; talvolta iniziava un discorso con una battuta scherzosa, e finiva con una bestemmia ed un calcio ad una porta; altre volte gli giravano subito e si metteva a gridare mostruosità, andando avanti per venti minuti da solo nella sua stanza o in bagno mentre si lavava i denti; c’erano poi argomenti assolutamente tabù, da evitare come la peste, tra cui tutto ciò che riguardava il gentil sesso che lo portava subito a sentenziare: “le femmine hanno bisogno solo di tre cose, minchia, mazzate, e poi ancora mazzate”.
In quel periodo la situazione lavorativa per me era al limite della sopportazione umana. Avevo come capo Cinzia (ma quanti capi ho avuto nella vita?), una tipa che sembrava la protagonista di Sex and the City, un misto assurdo di aggressività e follia. Arrivava la mattina in scooter con un casco su cui erano innestate due enormi orecchie da marmotta, con dei sandali a tacco alto rosso laccati che avrebbero storpiato una esperta di passerelle, già incazzata nera come se il riposo notturno nel suo caso fosse equivalente alle anfetamine. Attraversava la reception urlando al cellulare cose del tipo: “Nooo, non me ne frega un caazz…, capito??? La presentazione reeeestaa come l’ho fatta io, capitooo?”. Poi salutava tutti dolce come uno zuccherino, e quindi iniziava una lunga interminabile serie di riunioni in cui c’era lei che urlava come una pazza, e tanti poveracci intorno al tavolo che dovevano solo ascoltare e beccare schiaffoni.
Il mio grande problema era che mi odiava. Non era chiaro come si era arrivati in quella situazione; di base c’era sicuramente la mia scarsa fiducia nel suo approccio, e forse la cosa trasudava involontariamente dal mio sguardo e dai miei comportamenti come una fiatata con l’acetone. Sono sicuro che la sua carriera non era stata agevolata, come dicevano le malelingue, dall’accoppiamento con un top manager e da qualche frequente moina; la verità è che le persone aggressive proprio non le tollero, e dopo la decima riunione in cui la vedevo insultare in modo gratuito tutto e tutti senza motivo avevo cominciato a sentirmi fuori luogo. E così Cinzia una sera mi aveva preso in disparte, e guardandomi fisso negli occhi mi aveva detto la mitica frase “ti ho visto che mentre parlavo ridevi, non lo dimenticherò, te la farò pagare, ti farò un culo così”. Vorrei aver risposto a tono, cose tipo “mi sa che di deretani te ne intendi”, ma purtroppo non sono mai stato il tipo a suo agio sul ring.
E così quel giorno sono tornato a casa bisognoso di consolazione, ed ho raccontato tutto a Stefano trovandolo incredibilmente ricettivo. Lui mi ha appoggiato la mano sulla spalla, e con serietà indescrivibile mi ha detto: ”se vuoi te la sistemo io questa cosa…” Sul momento non ero sicuro di aver capito bene, e così gli ho implorato qualche delucidazione. Dopo la sua risposta, credevo di essere finito in un film di gangster: “mi bastano un paio di giorni per capire le sue abitudini, e per trovare il posto adatto; poi metto assieme un paio di amici e la vado ad aspettare…L’ideale è un parcheggio, non hai detto che va sempre in motorino?” “La vuoi spaventare?”, gli ho chiesto. “No, spaventare non ha senso. Nella mia esperienza si deve colpire una volta sola, senza esagerare, ma senza lasciare in piedi…”
Il mondo è fatto così, ci sono sempre delle scorciatoie. Io ho deciso di non approfittare dell’aiuto di Stefano, e dopo qualche settimana ho cambiato lavoro. E se sicuramente non sono il tipo che fa gambizzare una persona, ammetto di essere abbastanza debole da chiedermi qualche volta…e cosa sarebbe successo se avessi accettato?
Vorrei concludere con una raccomandazione per tutti voi. Non illudetevi, ovunque lavorerete, ci sarà sempre una Cinzia che vi coprirà di insulti ingiustificati. Però vorrei cogliere l’occasione anche per mandare un messaggio a tutte le Cinzie del mondo. Non illudetevi, prima o poi, arriverà il momento in cui ci sarà Stefano con gli amici che vi farà la festa in un parcheggio.
Share on FacebookL’uomo di Pietro
Dalla finestra del mio ufficio amavo guardare l’uomo di Pietro in pausa pranzo. Era estate e faceva molto caldo; il prepotente sole estivo si rifletteva sulla sua testa rotonda e pelata, creando strani giochi di luce tra le auto del parcheggio; la cosa però non lo interessava, lui camminava seguendo percorsi precisi e ripetitivi, totalmente assorto in letture di libri dal titolo un po’ enigmatico tipo “La casualità è casuale?” e “Messaggi criptati nella vita di tutti i giorni”.
Pietro era molto diverso: un bell’uomo alto oltre un metro e novanta, molto curato nell’aspetto, con un modo di fare che trasudava sicurezza ed autorità. Pietro inoltre era un professionista del marketing, ed era molto serio e preparato. Aveva solo un problema: era sempre maledettamente incazzato, violento, incontenibile. Se una cosa non gli andava bene si imbestialiva subito, gridava come un ossesso, scriveva mail direttamente al direttore generale, e se perdeva la testa era capace anche di metterti le mani addosso. Per questo quando aveva chiesto un tecnico personale per le sue procedure informatiche, nessuno aveva osato rispondergli sollevando questioni sul budget insufficiente o sulle regole di ingaggio dei consulenti. Si era preferito fare il giro della boa: il mio capo aveva chiamato una società fornitrice di consulenti, e gli aveva detto “procurami uno per xxx euro al mese”, e ”xxx” era molto molto poco. Così Pietro era stato accontentato con uno psicopatico che da almeno cinque anni non trovava un ingaggio, e purtroppo a Pietro costui era piaciuto.
Pietro si portava dietro il suo uomo ovunque, facendolo diventare una presenza costante e pericolosa. Nel bel mezzo di una riunione, il tipo improvvisamente alzava la mano come uno scolaretto che prendeva la parola, e quando apriva la bocca era sempre una tragedia. Si parlava di un nuovo progetto informatico ad esempio, e lui diceva “avete pensato allo storage?” Pietro non sapeva che cosa fosse lo storage, e come lui nessuno dei presenti, nessuno in tutta l’azienda, forse nessuno in tutto il sistema solare. L’unica cosa sicura era che lo “storage” c’entrava con la discussione come un melone in una cassa di birra, ma Pietro che era sempre incazzato appena vedeva le nostre facce interrogative si imbestialiva, e cominciava a gridare “avete visto? Voi non pensate mai alle cose necessarie! Porcaccia la miseria, qui è tutto un casinoooo!”, e picchiando il pugno sul tavolo come un forsennato apriva la posta elettronica, e cominciava a scrivere una mail al direttore generale; e questo che pure non sapeva nulla di storage scriveva al direttore dei sistemi informativi; e questo che forse aveva sentito parlare dello “storage” ma non capiva il problema convocava una riunione di dieci persone, e gira e rigira alla fine dopo svariate mail e gridate mi arrivava l’incarico di fare qualche investigazione e produrre qualche documento inutile che nessuno avrebbe mai letto.
Più passava il tempo, e più il rapporto tra Pietro ed il suo uomo diventava intimo. E con esso, Pietro aveva preso delle strane consapevolezze sul mondo informatico, arrivando a considerarci un branco di pericolosi traditori. Ormai nelle riunioni non faceva più parlare il suo uomo, si faceva confidare le cose all’orecchio. Se lo cercavi per dirgli qualcosa, che ne so, ad esempio che dovevamo cambiare i computer perché erano vecchi, lui chiamava il suo uomo; questo gli diceva due cose all’orecchio, e Pietro cominciava ad urlare “BASTARDI, NON AVRETE MAI IL MIO PC!!!”.
Dopo la lunga estate calda, il mio capo alla fine ha preso coscienza del problema ed ha richiamato la società che aveva affittato l’uomo di Pietro, rilasciando una comunicazione breve e concisa: riprendetevi il vostro uomo, non vogliamo più che passi entro un perimetro di due chilometri dalla azienda. Poi vigliaccamente ha chiamato me, e mi ha detto: va da Pietro, e digli che non abbiamo budget per il suo uomo. Ho impiegato una settimana solo per inventare qualcosa di plausibile e per prepararmi psicologicamente, ma non è bastato. Le urla di Pietro si sono sentite a centinaia di metri di distanza, e vi assicuro che non esagero. Grazie al cielo però Pietro mi voleva molto bene, forse perché anch’io sono un po’ psicopatico. E così, dopo che per un mese ogni volta che mi incrociava mi insultava a scena aperta, mi ha mandato una mail strana. L’oggetto era “Puttaniere, cosa fai stasera?”, e grazie al cielo non aveva in copia il direttore generale. Incredibilmente da quel momento io e Pietro siamo diventati amici; mi chiedeva sempre consigli, e mi portava sempre con se quando andava in una riunione; quindi mi faceva sedere nel primo posto al suo fianco, e parlandomi sottovoce all’orecchio mi diceva “ricordati, tu sei il mio uomo, se mi fregano, ti ammazzo”.
Share on FacebookLa grande onda
Febbraio è il mese peggiore dell’anno. Il tempo fa ancora schifo, l’estate è lontana, ed il lavoro è inevitabilmente arenato su qualche attività progettuale di evidente ripugnante inutilità. Se stamattina mi chiedessero di scegliere tra l’ufficio ed un calcio nel fondoschiena non avrei difficoltà a prendere una decisione, anche se poi zoppicherei per una settimana intera.
Dopo un paio di serate concluse alle due di notte per vedere un imperdibile film di alieni ribelli (“Distretto 9”, vi dirò, sei scarso…) mi sveglio stamattina confuso e dolorante, e nonostante venti minuti di doccia bollente faccio molta fatica a ritrovare il filo conduttore dei miei pensieri. Arrivo nel parcheggio che sembra sia stato appena investito da un bombardamento di raggi gamma, tra alberi scheletrici, rifiuti e pozzanghere puzzolenti, e parcheggio a fatica in uno dei pochi posti vuoti a quasi venti minuti di strada dai binari; mentre esco dall’auto un suono cupo echeggia nella mia tasca, il lamento del cellulare che ormai si scarica in poche ore, e ciò mi scatena dentro una depressione grigia ed umidiccia come il cielo di questa giornata uggiosa. Alla radio ho appena sentito un coro di notizie spezza-ginocchia: economia in crisi, corruzione, stragi, dichiarazioni deliranti di vari personaggi pubblici… Viene il sospetto che abbia ragione l’agente vestito di nero di Matrix (se non avete visto questo film, abbandonate subito il mio sito): l’umanità è un virus.
In mattine come queste imploro che il treno sia in ritardo, ed invece il bastardo chissà perché arriva sempre in orario, e non mi lascia mai il tempo di fare colazione al bar ed un giretto all’edicola. Oggi questo copione ha pure una crudele variazione sul tema: si dichiarano cinque minuti di ritardo, vado quindi al bar per prendere un cappuccino, ed appena me lo servono il treno arriva come se avesse ricuperato il ritardo con una accelerazione nucleare negli ultimi cinque chilometri. E così mi ustiono le corde vocali sbattendo giù nell’ugola un miscuglio malfatto di caffè e latte bollente, e mentre rischio la vita attraversando di corsa i binari la mia mente ritorna sull’angoscioso interrogativo che da tempo mi tortura: sarà così per i prossimi vent’anni?
Ognuno reagisce a modo suo. Io personalmente ho una sola soluzione per sopravvivere a giornate come queste: l’edizione Urania. Sono libri che trovate in edicola, spesso non valorizzati come meritano, generalmente relegati in qualche angolo buio tra le riviste sexy e quelle di informatica. Mi gira la testa solo a leggere i titoli: battaglie sull’orlo di un buco nero, robot umanoidi, esseri di altri mondi e viaggi nel tempo. Mentre dal finestrino del treno la vista si perde tra panorami di raro squallore, mi piace immaginare di scorgere una navicella spaziale che spunta dalla nebbia e silura la locomotiva. E così pure quando arrivo in stazione, tra la folla di viaggiatori mi pare di incrociare almeno un paio di replicanti in fuga da qualche colonia spaziale ed un autentico terminator travestito da pendolare con la valigetta.
Quando però emergo dalla metropolitana, un rantolo di dolore mi esce spontaneo dallo stomaco terrorizzando a morte un paio di vecchiette con la busta della spesa. Con le lacrime agli occhi alzo implorante lo sguardo verso le sommità degli edifici, e la mia fantasia facinorosa mi gratifica con l’immagine di una onda alta ventidue chilometri che si staglia all’orizzonte, dalla Stazione Centrale alla discarica di Gratosoglio. Non ho desideri omicidi, voglio solo che la sua avanzata imponente rimescoli un po’ le carte della mia esistenza, e possibilmente cancelli dall’agenda le due pallosissime riunioni che sono pianificate nel pomeriggio.
Share on FacebookEffetto Lazzaro
Personalmente lo chiamo effetto Lazzaro, ma escludo che ci sia molta narrativa sull’argomento. Mi capita quando penso proprio di avere toccato il fondo, specialmente nei mesi invernali quando la vita da pendolare incide sul mio fisico con la linea dura e precisa di uno stiletto da macellaio. Poi però quando penso di stare per tirare le cuoia, qualcosa mi scatta dentro provocando una reazione neurologica analoga all’assunzione di una miscela di cocaina ed LSD.
Ieri sera ero reduce da un lungo periodo di insonnia, un paio di indigestioni, una lunga influenza passata in piedi e specialmente un week end, due serate ed un giorno di ferie trascorsi a cercare di sistemare il computer di mio fratello ed il contratto telefonico dei miei genitori. Se il dolore è un segnale di allarme, allora era come se il mio corpo avesse invocato lo stato di crisi: non c’era un muscolo che non mi facesse male, intense fitte assalivano lo stomaco come una influenza gastrointestinale, ed un violento dolore pulsante partiva dalla cervicale diffondendosi in tutte le aree censite della testa; mentre mia figlia cercava inutilmente di spiegarmi un gioco, io restavo stravaccato sul divano in stato catatonico, mentre nel mio cervello dolorante continuavano a rimbombare le musichette melense di un paio di call center con cui avevo discusso per ore; già alle dieci facevo fatica a tenere gli occhi aperti, ho fatto fatica a cenare, a spogliarmi, anche a fare la pipì, e barcollando verso la camera da letto mi sembrava di scorgere strani minuscoli esseri che si muovevano negli angoli poco illuminati dell’appartamento.
Appena ho chiuso gli occhi però è scattato l’effetto Lazzaro; prima di tutto non mi sono semplicemente addormentato, la situazione può essere meglio descritta come uno stato di morte apparente. Quando alle sei è suonata la sveglia, sono scattato in piedi come un guerriero Masai. Ho fatto una doccia ferocemente calda di venti minuti, ho mangiato come un orso dopo sei mesi di letargo, ed ho fatto il tragitto in auto verso la stazione sparando a manetta nelle casse dell’autoradio un cd di musica metal di mia figlia.
Quando sono arrivato al binario mi sentivo come un dio greco, pieno di energie da fare paura, ottimista, sereno e pure un po’ strafottente. Il treno era già arrivato, schifosamente in orario come non capitava da dieci anni. Allora in segno di protesta nei confronti del mondo intero, mi sono seduto sulla panchina, ed ho lasciato partire il treno stracolmo guardandolo con disprezzo. Fanculo, mi sono detto, prendo il treno locale così mi siedo come un signore e viaggio comodo e tranquillo.
E così con la lentezza di un bradipo mi sono avviato verso il mitico binario sette, lì dove la stazione di Piacenza finisce assieme a tutta l’Emilia Romagna.
Salito sul treno, sono rimasto subito colpito da quanto era incredibilmente sporco e malmesso. I sedili erano quasi tutti rovinati e costellati da strane placche di sporco indurito, il riscaldamento non funzionava ed i finestrini non si chiudevano bene e lasciavano entrare spifferi di aria gelida; in più avevano appena soppresso un paio di treni, e così nel tragitto sono state fatte una decina di fermate in più per un totale di oltre quaranta minuti di ritardo all’arrivo. Tremante di freddo ho pregato che il treno si riempisse in modo da garantire un po’ di riscaldamento per effetto stalla; e così il fato mi ha punito con la compagnia di tre rompipalle che hanno discusso animatamente fino a Milano Rogoredo di questioni legate alle vicende del Grande Fratello, disturbandomi più di un coro di cellulari e precludendomi la possibilità di concentrarmi un po’ sul mio amatissimo blog; una tizia poi vestendosi mi ha sbatacchiato in faccia il giubbotto, quasi spaccandomi due incisivi con la chiusura lampo d’acciaio e facendo saltare la chiavetta internet che avevo nel pc fino al lato opposto del vagone.
Ed ora eccomi qui, già incazzato come un leone affamato mentre inizio una giornata che si prevede tremenda. Dopo un paio di riunioni alle undici sarò già distrutto, e quando arriverò a casa stasera sarò talmente malmesso che passerò come al solito tutto il week end a dormire lottando con la nausea ed il mal di testa. E mentre accendo il computer e cerco di iniziare la mia giornata lavorativa, mi rendo conto che l’effetto Lazzaro si è già esaurito, e che al giorno d’oggi il vero miracolo non è fare resuscitare i morti ma far stare in modo decente i vivi.
Share on FacebookCarichi di lavoro maldistribuiti e metodi di sopravvivenza
C’è sempre qualcuno che sta peggio di voi. Se pensate di essere messi male, consolatevi pensando che c’è chi ha visto l’inferno. Quando mi sento stressato ad esempio penso a Paolo, e subito smetto di lamentarmi; qualche anno fa eravamo vicini di scrivania, e vi giuro che la sua sola vicinanza ha rischiato di farmi venire l’ulcera.
A causa di un evidente errore di distribuzione del lavoro si ritrovava assegnate una quantità di attività impressionanti. Ad esempio almeno mezza azienda era autorizzata a chiedergli delle estrazioni di dati, dal fatturato delle filiali al consuntivo di vendita dei prodotti, dalle verifiche di contabilità a conteggi vari sul personale e le pratiche a rischio. In media gli arrivavano almeno una trentina di richieste al giorno, praticamente una pioggia devastante e continua di telefonate e mail con picchi allucinanti alla fine del mese, spesso caratterizzate da toni nervosi e velate minacce di grossi dirigenti.
Poi c’era la “verifica dei processi”, vale a dire stare con gli occhi spalancati davanti ad uno schermo che ti racconta come vanno una serie di elaborazioni informatiche. Se qualcosa non va generalmente sei fottuto: hai una trentina di secondi per capire il problema e risolverlo, evitando una propagazione dell’errore che può portare ad effetti disastrosi e di cui vieni inevitabilmente considerato responsabile.
A rendere il tutto ancora peggiore giocavano almeno altri tre fattori: gran parte delle attività che gli venivano richieste era legata a software che non conosceva, la sua scrivania era nel mezzo di uno degli open space più rumorosi del mondo, ed aveva almeno quattro livelli gerarchici sopra da cui provenivano ordini spesso completamente contraddittori. C’erano dei momenti in cui avevo il timore che scoppiasse: il telefono squillava e contemporaneamente qualcuno gli gridava di sbrigarsi a fare qualcosa, sulla scrivania c’era un elenco di cose da fare urgenti di almeno tre pagine, e sul video comparivano una dopo l’altra mail con oggetto “richiesta urgente”.
Messo di fronte ad una quantità di lavoro ingestibile per un essere umano, il suo istinto gli aveva fatto elaborare alcuni metodi di sopravvivenza. Prima di tutto non eseguiva mai subito quello che gli veniva richiesto. Se non veniva sollecitato almeno un paio di volte, semplicemente non faceva nulla, perché voleva dire che non serviva. Per le richieste telefoniche poi aveva elaborato un metodo geniale: rispondeva sempre “DIECI MINUTI E TE LO MANDO”, spesso senza neanche chiedere chi era e che cosa voleva. Sembra incredibile, ma questo spesso bastava; l’utente si sentiva appagato dalla sua solerzia, e nel corso della giornata si dimenticava quello che aveva chiesto.
Il metodo però non funzionava con tutti. Una volta aveva appuntamento con la fidanzata; lo ricordo che si affacciava dalla finestra, e le gridava “dieci minuti e scendo!”, mentre sullo schermo lampeggiava un “fatal error!!” ed il telefono squillava impazzito.
Per ogni situazione drammatica come la sua, c’è sempre qualcuno che prima ti ha scavato la fossa. Nel suo caso era stato un suo caro amico, che prima di lui occupava la stessa posizione. “Paolo, da noi cercano…”, e Paolo che in quel momento aveva voglia di nuovi stimoli che non comportassero rimbalzi nel di dietro rispose “interessante, ma com’è l’ambiente?”, e l’amico rispose “tranquillo, una pacchia, passo tutto il giorno a giocare su internet, e non sono mai uscito dall’ufficio dopo l’imbrunire…” E così il malcapitato colse al volo l’impedibile opportunità.
Tante cose ora sono cambiate. Paolo è stato perdonato dalla sua fidanzata, ed ora sono felicemente sposati. E’ riuscito anche a cambiare incarico, ed ora ha una mole di attività accettabile. Qualche settimana fa l’ho incrociato per i corridoi, ed ho colto l’occasione per fargli una richiesta: “mi mandi il tabulato xxxppp?”, e lui con la sua solita espressione amichevole mi ha subito risposto “tranquillo, dieci minuti e te lo mando!!”. Sono tornato alla mia postazione sereno, mi sentivo riconosciuto nella mia professionalità, sapevo che quel veloce scambio di battute mi avrebbe garantito quanto cercavo. Poi la giornata è passata, e con lei la settimana ed il mese. A capodanno ci siamo scambiati gli auguri, un paio di volte abbiamo anche mangiato assieme. Poi ieri mi è arrivata una mail, con oggetto “cos’è che ti dovevo mandare?”, e con orrore mi sono accorto che non lo ricordavo più.
NDR La foto allegata…forse non è troppo nitida…ma è originale…il vero Paolo in un momento di crisi, fotografato con un cellulare dell’epoca a beneficio dei posteri
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