Archivi per la categoria ‘Lavoro che uccide’
Volevo un lavoro che mi facesse girare il mondo…
Quando dovevo ancora iniziare la mia avventura nel mondo del lavoro, avevo il sogno di un impiego che mi facesse girare il mondo. Invece poi, l’avventura più esotica che mi è capitata è stato un intero mese di trasferta a Nuoro, nel pieno del gelido inverno dell’entroterra sardo.
Mi era stato imposto di partire il lunedì sera, dopo una giornata di lavoro su un altro progetto. Alle 18.00 uscivo dall’ufficio correndo come un pazzo, cambiando metropolitana, autobus e due aerei per arrivare intorno a mezzanotte ad Olbia. Se perdevo una coincidenza, mi aspettava una nottata all’addiaccio sulla panchina di una sala d’attesa.
In quel periodo dell’anno la gente che prendeva il mio aereo si contava sulle dita di una mano, e quindi le hostess erano spesso costrette a fare delle strane azioni di bilanciamento che me la facevano fare sotto dalla paura: cose tipo i due viaggiatori più grassi in coda, il magrolino vicino all’ala, e quello che si spaventava vicino alla toilette. Se uno si alzava, l’aereo si piegava come uno skateboard. L’atterraggio poi era terrificante: la pista arrivava letteralmente a pochi metri dal mare, ed il vento forte che lì soffia trecento giorni all’anno faceva sbatacchiare le ali come un colibrì iperteso.
Poi arrivato finalmente all’aeroporto dovevo affrontare l’impiegata dell’Avis, sempre incazzata nera perché doveva aspettare me per chiudere, ed oltre due ore di strada con radio a manetta e cicca in bocca per non addormentarmi. Inevitabilmente mi perdevo, e questo non era bello visto che spesso non incontravo anima viva per tutto il percorso. Una volta mi sono ritrovato in un paese che sembrava ritagliato da un documentario storico dell’istituto Luce, erano forse le due di notte ed ero veramente disperato. Ho inchiodato la macchina e sono uscito in strada gridando come un pazzo “dove siete finitiii? Bastaaardiii? Venite fuori!! Mi volete fare impazzire!!!” Niente da fare, nessuna risposta, neanche per mandarmi affanculo. Appena appena percepito, ho solo sentito il rumore lontano di una imposta che si chiudeva sbattendo.
Comunque sono sicuro che tutto questo disagio poteva essere un sacrificio accettabile se si aveva l’opportunità di fare un lavoro interessante. Provate a giudicare voi: il mio incarico consisteva nel verificare i miglioramenti apportati alla organizzazione da un nuovo sistema informatico, in una filiale di una nota società assicurativa. Avevo un pacchetto di circa duecento schede, in cui erano elencate tutte le possibili attività che venivano svolte, tipo “registrazione di un pagamento con assegno”, oppure “compilazione del modulo xyz” e via dicendo. Appena vedevo un impiegato che faceva una di queste attività, dovevo tirare fuori il cronometro e calcolare quanto tempo impiegava. All’inizio venivo guardato per lo meno con preoccupazione, come se dovessi valutarli e decidere chi non era abbastanza bravo. Poi dopo qualche tempo hanno capito che ero innocuo, ed hanno iniziato a prendermi in giro in modo umiliante: “hei bello…Sto andando al cesso! Accendi il cronometro”, oppure “prova a guardare, questa attività è censita?” mentre si soffiavano il naso spernacchiando.
L’albergo che mi ospitava non era tra i migliori della regione, tanto per spiegarmi non avevo il riscaldamento ed il bagno in camera. Anche il ristorante faceva schifo, però almeno costava poco, e questo era un bene visto che mi davano una diaria forfettaria di trentamila lire (quindici euro circa) con cui dovevo pagarmi pranzo e cena. Mangiavo in una grande sala assieme ai pochi altri avventori, e non eravamo mai più di quattro o cinque. Per una strana forma di reciproco rispetto prendevamo sempre posto alla massima distanza l’uno dall’altro, come se fossimo un gruppo di cani rognosi. In mezzo a noi, restava acceso un piccolo televisore in bianco e nero sintonizzato sui programmi locali, cose tipo partite di calcio dell’oratorio e balli popolari.
Poi finalmente il venerdì sera avevo riservata la notte in un albergo niente male ad Olbia, giusto per qualche ora di sonno prima di prendere l’aereo all’alba. Una sera mi sono detto “sono in uno dei posti più belli del mondo, e non devo proprio vedere nulla?!?” E così a mezzanotte circa ho preso la macchina e sono andato a vedere la Costa Smeralda. Alle due di notte ho parcheggiato la macchina davanti ad una famosa scogliera, una località molto famosa che d’estate è gremita di turisti. Sentivo il rumore del mare, ma non si riusciva a vedere assolutamente nulla. Ad un certo punto una roba biancastra mi si è avvinghiata ad una caviglia, facendomi quasi crepare di paura. Era una busta di plastica. L’ho lasciata volare via, e nel buio distinguevo appena questa sagoma bianca come un fantasma, che si muoveva spinto dal vento. Mentre la guardavo, riflettevo sul fatto che in quel momento stavo toccando uno dei punti più bassi della mia esistenza. Alle quattro di mattina sono rientrato in albergo, giusto per fare la valigia ed andare in aeroporto. A Roma mi sono addormentato ed ho perso la coincidenza, mentre il mio bagaglio proseguiva il suo viaggio verso l’ufficio oggetti smarriti di Milano Linate.
Share on FacebookPer ulteriori informazioni, rivolgersi all’amministratore di sistema
Buongiorno a tutti dal vostro Tempodalupi. Oggi per questo sito è un giorno importante, perchè inizio a pubblicare anche i vostri racconti! Quello che segue, è un racconto di Aristea…leggetelo, divertitevi, e se anche voi credete di avere tanto da raccontare, contattatemi!!
Insieme a “soddisfare le esigenze dei clienti”, “azienda leader nel settore” e “Fare clic su OK”, con variante “Scegliere OK”, la frase “Per ulteriori informazioni, rivolgersi all’amministratore di sistema” è probabilmente la più ricorrente nelle colorate giornate della localizzatrice di software.
Lavorando in completa autonomia, con il solo ausilio di glossari e di memorie di traduzione nonché dei numerosi, infernali strumenti di traduzione assistita, che nulla hanno a che vedere con quelli di traduzione automatica, da cui ogni esperto del settore si tiene ben lontano, vuoi perché alcuni di tali strumenti non sono affatto efficienti, vuoi per il segreto e legittimo orgoglio legato a questo particolare lavoro, la localizzatrice non conosce attualmente alcun amministratore di sistema ed è per questo motivo che a tale figura, ingigantita nel pensiero, attribuisce un’importanza particolare.
Non senza un motivo, se si vuole, perché mentre nel mondo reale il supporto degli amministratori di sistema con cui raramente ha interagito nel passato si è limitato alle frasi “Altri utenti hanno avuto il tuo problema, chiedi un PC in prestito a un collega, vedi un po’ tu cosa puoi fare…” oppure “Disinstalla e riprova”, nel mondo virtuale e fiabesco dei file da tradurre in cui la localizzatrice si muove ogni problema di rilievo informatico sembra risolversi come per magia grazie all’intervento dell’amministratore, che è in grado non solo di scovare e installare tutti i componenti e le applicazioni, spesso introvabili e sconosciuti, che costituiscono i “prerequisiti hardware e software” per l’installazione di un certo programma, ma anche di sbloccare password dimenticate da tempo, assegnare diritti a chi non ne ha e abilitare funzioni altrimenti proibite, accentrando pertanto in sé tutte quelle capacità che gli conferiscono notevole potere e un’aura senza dubbio misteriosa. (PER LEGGERE IL RESTO…CLICKA QUI!)
Share on FacebookNomi in codice
Qualche tempo fa nella mia azienda il direttore dello sviluppo software organizzò una riunione intitolata “dismissione software obsoleto”. In quella occasione vennero proiettate delle slide con lunghi elenchi di sigle a malapena comprensibili per gli addetti ai lavori, nomi di procedure e programmi software definiti con regole da tempo dimenticate. E’ stata una delle poche riunioni divertenti della mia vita; ricordo l’entusiasmo dei partecipanti, che gridavano “non è possibile, la jqs38! Ma qualcuno la sua ancora?”, e giù tutti a ridere come pazzi! E poi: “guarda, la p47jqv, quella per cui mi hanno quasi licenziato! Mandiamola affanculo!!”, e di nuovo tutti a ridere; ogni tanto prendeva la parola qualche leccapiedi, con proposte puntuali al limite della follia umana: “capo, se butto la kkz31 e metto assieme la pr39cq con la sppl73, forse possiamo eliminare la zz2931, che è una schifezza che ci portiamo dietro da dieci anni”, ed il capo che ovviamente non aveva capito nulla ma doveva per definizione fare il capo, replicava con cose del tipo “ottima idea, procedi pure!”; spesso poi, i vecchi programmi ricordavano facce ed episodi dimenticati, con scambi di battute del tipo: “guarda un po’, la abc38fq! Ma chi è che la aveva fatta?”, “doveva essere quel consulente biondo, com’è che si chiamava…”, “hai ragione, era quello che si scaccolava alla macchinetta del caffè”, “si, quello che voleva farsi la Giusy”, “e chi era la Giusy?”, “ma si, quella delle procedure pqz7!”
Quando si lavora nel dipartimento informatico di una azienda, uno dei metodi più veloci per rincoglionirsi completamente è dare dei nomi in codice al software che si gestisce. Purtroppo però questo spesso è reso obbligatorio da alcune necessità o addirittura dalle direttive aziendali. Come fai ad esempio a far capire ad un collega dove deve mettere le mani, se usi frasi generiche e semplici del tipo: “credo che ci sia un errore nel programma che calcola il fatturato per filiale diviso per mese?” Anche perché il tuo collega può risponderti: “quale? Ce ne sono almeno un centinaio che fanno più o meno la stessa cosa” E’ molto più semplice e preciso dire “ehi vecchio, dai una occhiata al JW035b v7, che mi dicono dalla regia che fa acqua”. Così al malcapitato a cui dai questa direttiva non resta che andare dove ci sono i programmi JW, selezionare il trentacinquesimo, ed individuare la settima versione della sezione b. Diciamo che così parte un’oretta di lavoro. Poi almeno una mezza giornata per capire come funziona, ed almeno due per fare qualche correzione che magari non è quella richiesta.
Alla fine di tutto, il grande vantaggio di questo approccio è che di solito non sai neanche che hai messo le mani sul “programma del fatturato di filiale”. Sai solo che hai corretto una routine che faceva male qualche conteggio; poteva essere un software per la gestione di un magazzino o un videogioco e per te sarebbe stata la stessa cosa. E facendo questo lavoro col tempo gradualmente, senza che te ne accorgi, per te i nomi in codice dei vari software diventano sempre più importanti e parlanti, e si imprimono nella tua memoria come il marchio a fuoco sulla chiappa di uno schiavo. Se non impazzisci prima, ti abitui a citarli nei tuoi discorsi come dei compagni di gioco, e col tempo finisci con l’affezionarti. A quel punto puoi dire che hai varcato una soglia importante, da cui non riuscirai più a tornare indietro.
Quando un tempo lavoravo in una grande azienda italiana produttrice di automobili, c’era la leggenda di un mitico operaio del passato, che era diventato talmente bravo da capire un difetto di verniciatura semplicemente accarezzando la carrozzeria di una macchina. Poi hanno inventato gli infallibili robot verniciatori, e quindi hanno dato all’operaio un bel calcio nel sedere. Questo racconto mi ha sempre fatto riflettere. In futuro credo che in nessun posto dove ho lavorato verrò ricordato per nome e cognome. Di me per un po’ resteranno alcune procedure software targate con sigle poco intellegibili. Forse in una riunione qualcuno dirà “ma chi cavolo ha fatto quelle schifezze?”, e magari qualche altro vecchione mi ricorderà e dirà “ma si, era quel tipo strano che andava in giro con un enorme zaino, quello che diceva a tutti che aveva sto cavolo di blog, com’è che si chiamava?”
Share on FacebookEffetto demo
A causa del mio lavoro almeno una volta al mese devo assistere alla presentazione di una società che vuole vendere un software, incontro che in gergo viene chiamato “una demo”. Per chi deve organizzare le cose, la parte più difficile è trovare la sala riunioni giusta, incastrare tutte le agende, convincere i vari interlocutori che è necessario essere presenti etc. etc. Un problema grave e purtroppo frequente è la preparazione del proiettore. Mi spiego: chi presenta il software per definizione porta con sé un computer portatile su cui questo è già installato; quindi arrivati in loco il computer va collegato al proiettore del cliente per mostrare la demo ad un pubblico numeroso; a quel punto si scopre che per fare questa semplice operazione si devono avere permessi e strumentazioni ad hoc, che cambiano almeno una volta al mese.
Una delle volte in cui disgraziatamente l’organizzatore ero io, ho dovuto affrontare un problema da incubo: il cavo di collegamento del proiettore che doveva essere attaccato al PC del fornitore, era fissato ad una presa esterna con alcune viti speciali, durissime da allentare, quasi come se fossero saldate; ho provato a chiamare l’help desk, e dopo essere stato rimbalzato da almeno cinque o sei interlocutori ho dovuto affrontare un solerte burocrate che si è stupito del fatto di non essere stato avvisato; scusi, ho detto io, ma cosa me ne frega di avvisare lei per una demo di un prodotto? e questo tutto seccato mi ha detto che era il responsabile del servizio di non so quale sicurezza, detentore della chiave speciale per allentare le viti del proiettore, e che dovevo ovviamente sapere di lui perché altrimenti erano affari miei; la demo doveva iniziare nel giro di pochi minuti, e la situazione sembrava disperata, quando un consulente improvvisamente si è alzato in piedi ed ha gridato “ci penso io, basta usare la mia unghietta!”; e nel dirlo ha alzato la mano stretta a pugno ad eccezione del dito mignolo, che disteso mostrava un’unghia di almeno quattro centimetri piantata sul polpastrello come l’asta di una bandiera. Siamo rimasti tutti allibiti, nessuno di aspettava che quest’uomo dall’aspetto serio e composto e dall’abito grigio con elegante cravatta rossa, potesse celare un dettaglio così ripugnante. Immune alla nostra sorpresa, il tipo si è infilato sotto il tavolo per raggiungere le viti incriminate, ed ha cominciato a lavorare alacremente emettendo solo ogni tanto dei mugolati di fatica appena soffocati; quindi ad un certo punto è spuntato trionfante dal tavolo, ed ha gridato “ce l’ho fatta!”; nel farlo agitava la mano nella stessa modalità di prima, stretta a pugno col mignolo disteso, ed incastrata sulla unghietta lunga e sottile c’era una delle viti del proiettore; alla vista di quello spettacolo, una mia collega si è scaraventata fuori dalla sala per andare a vomitare in bagno; mentre gli altri presenti bofonchiavano qualche complimento ridacchiando, il responsabile di questo squilibrato mi ha passato un biglietto da visita, mormorando “è uno dei nostri uomini migliori, riesce a risolvere sempre qualunque problema imprevisto”.
Definizione: l’ ”effetto demo” è un termine tecnico utilizzato per indicare sistemi informatici che sembrano fare miracoli quando vengono acquistati, ma che subito dopo rivelano una quantità pressoché innumerevole di problemi e limitazioni. Anche se esistono scienziati venduti a note multinazionali del settore che negano questa evidenza, è dimostrato che la percentuale di sistemi informatici che hanno questa caratteristica è pari al 100%; per questo nei pochi momenti di vita in cui sembra che tutto funzioni il commento tipico degli operatori del settore è “non si preoccupi, è ancora un effetto demo, vedrà che domani non funzionerà più”.
Share on FacebookFare carriera per non stare davanti
C’è stato un periodo della mia vita in cui ogni giornata lavorativa era per me un motivo di grande sofferenza. E questa sofferenza proveniva da un essere umano, B., il “team leader” di un gruppo di una decina di poveracci tra cui c’era anche il sottoscritto.
B. non sorrideva mai, non salutava mai, non elogiava mai. B. era sempre attaccato ad un telefono, era sempre incredibilmente incazzato, e sembrava sempre essere a pochi millimetri da una crisi di nervi. Ma specialmente B. era uno che ti osservava, giudicava il tuo comportamento, e lo riferiva ai piani alti. Ti accorgevi delle sue attività solo nei mesi successivi, quando periodicamente incontravi il responsabile del personale per discutere la possibilità di avere promozioni ed aumenti di stipendio, e per l’occasione scoprivi che esisteva un tuo dossier dettagliato al punto da citare quante volte al giorno andavi alla toilette.
Conobbi B. nel mio primo assegnamento ad un progetto; dovevo correggere un software che la mia azienda aveva realizzato in poche settimane per entrare nelle grazie di un cliente, una autentica porcheria, scritto male e pieno di errori. E spesso non erano errori da poco, perché purtroppo questo software produceva fatture, ed a causa di alcune divisioni non molto calibrate sbagliava le cifre di svariati ordini di grandezza. Ricordo cosa mi dissero quando mi assegnarono l’incarico: è un software che fa schifo, devi sistemarlo subito perché escono fatture da fantastiliardi anziché di poche lire, è prodotto con una tecnologia che non conosci, fa cose che non hai mai studiato, e stai attento perché c’è B. che è incazzato nero.
Il mio doveva essere un intervento di pochi giorni, ed invece restai sul progetto quasi due anni. Ricordo che quando arrivavo sotto l’ufficio la mattina, già quando vedevo parcheggiata fuori l’auto di B. mi veniva automaticamente una nausea devastante. Il mio impatto con B. nel tempo divenne talmente difficile, che culminò con una discussione nel parcheggio in cui per miracolo non ci siamo messi le mani addosso, nonostante tutti i miei colleghi fossero affacciati alle finestre per gridare eccitati “vogliamo il sangue!!”.
Nei miei anni lavorativi ho conosciuto tanti B., credo di poter dire che in ogni ufficio c’è qualcuno che si annota quante volte al giorno vai al cesso e per quanto tempo ci rimani. Al confronto credo che anche B. non sia stato il peggiore, ma era uno dei più pittoreschi. Ad esempio aveva una autentica mania per gli atti contro natura: ogni volta che qualcosa non funzionava, si infuriava e piazzando la faccia a due millimetri dalla tua gridava “se non lo sistemi subito, te lo metto nel c…”! Questa frase per lui era diventata talmente usuale che spesso la usava a sproposito. Una volta in una riunione con alcuni clienti, con estrema serietà disse “riusciremo a fare il progetto in due mesi, vedrete che sarà perfetto, altrimenti potrete tranquillamente mettermelo nel c…”. Era una frase talmente assurda e fuori luogo che scoppiò una risata collettiva, e qualcuno chiese poi formalmente alla mia società se B. aveva qualche perversione personale di cui dovevano essere avvisati.
B. mi insegnò molte cose. Ad esempio una volta dovevo “sistemare” un programma di ricalcolo dei dati notturno che durava circa 30 ore, mentre ne doveva durare al massimo 8. Non avevo idea di come fare, e prima di me ci avevano provato almeno altre dieci persone. Poi ho avuto un colpo di fortuna impressionante: ho semplicemente eliminato un pezzo di software ed alcune tabelle, senza neanche sapere a cosa servissero, e come per miracolo tutto continuò a funzionare e l’elaborazione passò da 30 ore a circa 20 minuti. B. calmò il mio entusiasmo in un istante. Fissandomi negli occhi come Hannibal Lecter ne “Il Silenzio degli Innocenti”, mi disse “tu ora fai in modo che duri 8 ore. E non dici nulla a nessuno, altrimenti te lo metto nel c.”…
Col tempo, le minacce di B. erano diventate talmente usuali da diventare motivo di barzelletta. Io ed il mio amico Carlo ci scherzavamo sopra; lavoravamo gomito a gomito, ed ogni tanto uno commentava “cosa facciamo se non funziona?”, e l’altro “semplice, te lo metto nel c.” Ed allora il primo replicava “ed io a chi lo metto nel c.?”, e puntualmente si concludeva che tutti assieme allegramente dovevamo metterlo nell’identico posto a qualche neo-assunto che ci guardava terrorizzato.
Share on FacebookUn colloquio di lavoro da ricordare
Non so quanti colloqui di lavoro ho fatto nella mia vita. Al giorno d’oggi farne tanti è un indice di buona salute, un po’ come un basso tasso di colesterolo. All’inizio fai colloqui per cominciare; poi per fare qualcosa di più interessante o per aumentare lo stipendio; quindi arriva il momento che ti senti un genio incompreso, e cambi lavoro perché altrimenti ammazzi il tuo capo e qualche collega; per tutti poi almeno una volta arriva il momento che lo fai perché rischi di finire nella lista degli esuberi; infine arriva il colloquio finale, quello che fai con il personale della tua stessa azienda per discutere le condizioni del tuo prepensionamento.
Detto questo, è veramente incredibile la quantità di cazzate che ho detto ed ascoltato nei colloqui. E’ impensabile essere sinceri, si cambia sempre perché sei uno tosto alla ricerca di nuove sfide. Davanti all’esaminatore devi soffocare tutte le tue tensioni interiori: se hai perso il lavoro devi dire che ti chiamano continuamente per delle consulenze, se ti hanno sbattuto in un sottoscala a fare fotocopie tutto il giorno devi dichiararti coinvolto in un progetto strategico, se il tuo capo ti maltratta devi parlare di sana competizione tra colleghi alla continua ricerca di opportunità.
Come tutti posso citare esempi di colloqui andati bene o male. Ve ne voglio però raccontare uno che ha di gran lunga la palma del peggiore. Prima di tutto per tanti motivi stavo attraversando un periodo difficile. In più proprio quella mattina mi ero svegliato con una leggera influenza, che nel corso della giornata era peggiorata velocemente fino ad arrivare a livelli imbarazzanti.
Verso le 15.00, mentre ero in una piccola sala riunioni e stringevo la mano alla mia esaminatrice, sudavo per la febbre e lo sforzo di soffocare l’impulso di inginocchiarmi e vomitare nel vaso del ficus accanto al tavolo. Dopo qualche convenevole sono quindi iniziate le domande: ha lavorato nel posto tal dei tali? Si, ero coinvolto in un progetto strategico. E come si trovava con i colleghi? Bene, c’era un sano clima di competizione. E mentre il discorso entrava nel vivo, sentivo arrivare a ripetizione vampate crescenti di nausea, assieme a crampi simili a quelli provocati da una pallonata ben piazzata tra le gambe. Ad un certo punto è arrivata la classica domanda: ma lei perché vuole cambiare lavoro? Ed io che in quel periodo ero talmente disgustato della mia attività che spedivo almeno una ventina di curriculum al giorno senza minimamente tenere traccia dei destinatari, ho risposto con una di quelle frasi tattiche tipiche del decalogo dei colloqui: voglio uscire dalla consulenza, ed avviare una carriera di responsabilità in azienda. E la tipa mi ha guardato un po’ strabiliata, e mi ha chiesto: scusi, ma allora perché è venuto a questo colloquio? Che ovviamente era per un posto in una società di consulenza… La situazione non era ancora compromessa, potevo cavarmela con una battuta, o con qualche spiegazione un po’ strampalata. Io invece l’ho fissata attentamente, e le ho detto “risposta sbagliata, vero?”. Da quel momento la situazione è andata rapidamente degradandosi, e dopo pochi minuti tutto era ormai totalmente compromesso che volevo solo andarmene a casa e ficcarmi in un letto. A qualunque domanda ormai rispondevo a casaccio, quasi ad implorare di lasciarmi andare senza più infierire. Ma la mia intervistatrice purtroppo il suo lavoro lo faceva seriamente, e continuava ad esplorare il mio passato con l’attenzione di un investigatore, registrando sul quadernetto tutte le idiozie che sparavo. Quando ad un certo punto mi ha invitato a dirle un mio lato positivo, ero talmente schifato dalla situazione che non riuscivo più ad essere serio; e così le ho risposto: “sono un bell’uomo”, e sono scoppiato a ridere come un pazzo; a quel punto, ho visto che ha smesso di prendere appunti.
Nel congedarmi la tipa mi ha illustrato la procedura nel caso di esito negativo del colloquio, fondamentalmente non mi avrebbero semplicemente più cercato; non mi ha invece illustrato il caso opposto. Quindi mi ha accompagnato alla porta, e mentre mi stringeva freddamente la mano ha improvvisamente spalancato gli occhi allibita rimanendo ammutolita. Come in un fumetto, ho provato a tracciare una linea immaginaria dalla sua iride, ed ho visto che la cosa che l’aveva così colpita era posizionata sul mio braccio. Era la mia giacca, ripiegata, e subito sotto il collo aveva un enorme buco che non avevo mai notato.
Beh, inutile dire, non mi hanno più chiamato. Però sono contento, so che rimarrò sempre nella memoria di questa esaminatrice, forse in futuro sarò anche un racconto per i suoi nipotini. Comunque vorrei cogliere l’occasione, se mai questa signora leggerà questo blog, per dirle che a tutti ogni tanto capita di fare la figura del demente. L’importante è capirlo, e non perdersi d’animo.
Share on FacebookDiverse scale di priorità
Se avete voglia di divertirvi con i vostri figli e magari anche di commuovervi un po’, non perdete “Up”, l’ultimo cartone animato della Pixar. Io per andarci oggi ho dovuto convincere Silvia falsificando la temperatura di mia figlia (ho finto trentasette, poco per stare in casa, troppo per andare in un giardinetto), combinando in modo perfetto il pranzo dai miei genitori e la visita da quelli di Silvia, ed imprecando trenta minuti per un parcheggio in centro nel momento di punta della domenica pomeriggio. Ne è valsa la pena.
Ho letto per la prima volta la trama del film circa sei mesi fa, casualmente, curiosando tra le notizie dei giornali sul web nella mia pausa pranzo in ufficio. In un articolo si raccontava la storia di una bambina negli Stati Uniti, malata terminale di leucemia. C’è una associazione no profit molto potente, makeawish.org, che realizza un desiderio per ogni bambino gravemente malato. Il desiderio di questa bambina era vedere questo cartone animato, che in quel momento era ancora in preparazione. Apposta per lei, è stata prodotta una prima copia completa, e visto l’esito che stava prendendo la malattia le è stato recapitato frettolosamente a casa. E così questa bambina ha visto questo cartone, ed è morta poche ore dopo. Sua madre ha lasciato un pensiero sul sito della associazione, in cui diceva che la sua bambina era volata via come il protagonista del film, con la sua casa attaccata ad un milione di palloncini.
E così oggi quando si sono accese le luci in sala avevo tutta la faccia bagnata di lacrime, stesso effetto avuto in ufficio dopo aver letto la notizia, il che ha contribuito ad alimentare l’immagine un po’ originale che sicuramente i miei colleghi hanno di me. Per me però i bambini sono un argomento troppo delicato e viscerale per lasciarmi indifferente.
Qualche anno fa mi è capitato di fare una consulenza in una azienda di Milano dalle parti di corso Sempione, vicino all’Ospedale dei Bambini. Diverse volte mi è capitato mentre parcheggiavo, di vedere dei papà che accompagnavano per mano i loro bambini sofferenti. Era uno spettacolo straziante, potete immaginarlo. E giusto davanti all’ospedale, a pochi metri di distanza, c’era un ripetitore televisivo su enorme traliccio alto oltre cento metri. Il campo elettromagnetico prodotto era talmente intenso, che nella zona non si riusciva neanche ad usare l’autoradio. Considerando tutte le ricerche attuali finalizzate a dimostrare l’effetto cancerogeno di questi campi elettromagnetici, devo dire che questa situazione è stata una delle cose che più mi ha lasciato perplesso nella vita.
In quel periodo lavoravo ad un grosso progetto software in un gruppo di lavoro animato dal principio della efficienza totale. A pranzo si faceva a gara per chi finiva di mangiare prima, e normalmente chi impiegava più di quindici minuti per tornare a lavoro era considerato un poveraccio. Era considerato anche sconveniente arrivare dopo le 8.00, ed andare via prima delle 21.00. Era uno dei miei primi progetti da consulente senior. Dopo pochi giorni dal mio arrivo, un consulente junior ha avuto una crisi isterica. Mi volle parlare in privato, ed in lacrime mi disse che non riusciva a sopportare la competizione con me. Vi giuro che io invece quasi non sapevo come si chiamava, non lo avevo quasi mai visto lavorare, ed ero lontano chilometri dal dargli qualunque tipo di giudizio.
Dopo alcuni giorni venni convocato dal capo progetto, che mi disse che era prioritario sviluppare il progetto con la tecnologia D-Com. Non sapete cos’è? Bene, neanche io avevo idea di che cosa cacchio stesse parlando. Era una scelta folle, visto che eravamo già nei guai fino al collo con le tempistiche. Ma in realtà ero ormai prossimo a cambiare lavoro, e quindi della tecnologia D-Com e di tutto il resto non me ne fregava assolutamente nulla. Finsi approvazione ed entusiasmo, e dopo una settimana rilasciai con grande serenità una lettera di dimissioni. Uscendo per l’ultima volta da quel posto di pazzi, lanciai una occhiata all’ospedale. E pensai che davvero è incredibile come a pochi metri di distanza ci possano essere persone con priorità così diverse.
Share on FacebookLe delizie della mensa
E’ successo lunedi, più o meno alle 12.30; ero seduto ad un tavolo della mensa, affamato come una bestia e discretamente su di morale, e per appagare tutti i miei istinti primari avevo davanti il vassoio ancora pieno di cibo fumante ed una collega simpatica da tramortire con le mie chiacchiere.
Ad un certo punto una decina di ragazzi di un centro sociale sono entrati come un team di teste di cuoio, hanno dispiegato alcuni striscioni ed hanno iniziato a distribuire volantini. Complice il fatto che avevano tutto tranne che un aspetto pericoloso, sono stati accolti dagli impiegati in fila con curiosità ed entusiasmo. Qualcuno grato del fatto di avere finalmente delle novità da raccontare a casa dopo anni di brutale e noiosa routine si è anche commosso, ed ha iniziato a fare il tifo gridando “lasciateli stare” nel vuoto assoluto, visto che nessuno ha pensato pur vagamente che fosse necessario ostacolarli.
Mi sono trovato un volantino in mano lasciato da una graziosa fanciulla che un tempo avrei corteggiato alla follia, nonostante uno splendido nasino costellato di piercing ed una espressione determinata sul volto che mi garantiva un occhio nero in caso di discussione. Purtroppo la lettura mi ha tolto l’appetito. Sembra che la mensa che visito giornalmente faccia parte di una multinazionale francese, la Sodexo. Ero convinto che fosse una piccola cooperativa gestita da quattro gatti, ed invece ho scoperto che è una multinazionale francese di quelle grosse, che serve pasti contemporaneamente in altri ottanta paesi. Il problema è che pare che il servizio sia leggermente differenziato. Nei CIE ad esempio, i centri di identificazione ed espulsione per gli extracomunitari, pare stando al volantino che il cibo sia fornito dalla stessa Sodexo avariato e talvolta accompagnato da vermi e scarafaggi. E già i CIE non sono famosi per essere ambienti accoglienti, provate a cercarlo su Wikipedia, e vi assicuro che due domandine sulla nazione dove viviamo ve le fate.
La verità è che il nostro destino impiegatizio al giorno d’oggi è sempre affidato ad un servizio pasto, ed accanto a tanti esempi di eccellenza sicuramente si sprecano molti senza scrupoli che si arricchiscono alle spalle della nostra salute. Ricordo un pregevole baretto dove un mio collega aveva preso un dolce dichiarato come “fetta torta sacher”, riccamente guarnito di panna. Il problema è che scostando la panna col cucchiaino, si è trovato ad affrontare uno strano impasto verdastro. Il dettaglio più interessante è stata la giustificazione del proprietario del locale: “sapevo che era un po’ vecchio, ma vedevo che lei ci teneva così tanto”…
Non so se avete mangiato da poco, e quindi eviterò di raccontarvi del caffè con lo scarafaggio (domanda del gestore: “ve lo cambio?”), del prosciutto giallo nella mensa di un grande gruppo bancario (“signora, questo prosciutto è giallo”, risposta “complimenti, lei è l’unico che lo ha notato”) e dell’insalata con pomodoro marcio in un self service del centro (“scusi, ma ha visto quest’insalata?”, replica della cassiera “senta, non so se ha visto lei tutta la gente in fila, chieda al banco”, al banco non c’era nessuno).
Come in tutte le battaglie, ci sono vinti e vincitori. Diversi miei colleghi ormai si portano il pranzo da casa, come la cara vecchia “schiscetta” del muratore. Se passate nel mio open space intorno alle 13.00 ne potete vedere diversi, dai salutisti con insalata e pane nero ai più esigenti con Termos e spaghetti precotti con salsa di pomodoro a parte, dagli organizzati che ormai hanno accanto al monitor del computer mini-frigo e forno a micro-onde agli schiavi della dieta con confezioni di carote già pelate e fiocchi di mais ricchi di fibra. Silvia aveva addirittura una collega che si portava sempre da casa delle enormi ciotole di pasta e ceci, anche se nel pomeriggio generalmente la gente preferiva restarle alla larga.
Personalmente sono un po’ indeciso: continuare a fornirmi dai servizi Sodexo rischiando di contribuire ad un traffico miserabile, mi porto da casa la pasta e fagioli trasformandomi nel tempo in un’arma biologica, mi avveleno in qualche osteria malfamata che ti sfama in cambio di un solo ticket restaurant, o mi do al dietismo assoluto??
Share on FacebookBonsai cadavere, cesti da pallacanestro mignon ed altri gadget da ufficio
In tutti gli uffici che ho visitato nella mia vita, e vi assicuro che non sono pochi, ho sempre trovato il bonsai cadavere. E’ una presenza inquietante, tipicamente relegata in uno scaffale vicino alla finestra come in un estremo tentativo di farlo riprendere con un po’ di luce; ed è sempre incredibilmente uguale, con lo stesso vaso colorato finto-cristallo blu e lo stesso terriccio parzialmente coperto di muffa sintetica. Di solito nelle vicinanze sono presenti dei bicchieri di carta abbandonati dall’ultima festa d’addio di un dimissionario, qualche manuale di un software non più in azienda da dieci anni, ed un paio di matite con la punta rotta. L’immagine complessiva è di una tristezza insopportabile, non distogliere lo sguardo ti può portare ad essere una presenza fissa nell’agenda di uno psicologo per un paio di lustri.
Quello messo peggio era nell’ufficio di N., un mio ex capo, e sembrava preso direttamente da un esperimento sugli effetti delle radiazioni. Era talmente secco ed avvizzito che mi sembrava davvero incredibile pensare che in una epoca lontana potesse aver avuto delle foglie. N. diceva che lo conservava per ricordarsi che lo aveva fatto morire, a causa del continuo pressante impegno lavorativo che gli aveva impedito di dedicare i pochi nanosecondi al giorno necessari per dargli un goccio d’acqua. E probabilmente N. doveva valutare meglio la lezione di vita che il piccolo bonsai aveva cercato di dargli con la sua prematura dipartita: ogni tanto molla la presa, e dedicati a qualcosa di rilassante. Lui invece si era limitato ad una riflessione filosofica, abbandonandosi allo stress con il piacere di un drogato. Poco prima dei cinquant’anni aveva rischiato di finire dal Creatore per una semplice puntura di zanzare sul pollice di una mano; infastidito dal prurito e continuamente oppresso dalle tensioni lavorative, aveva continuato a grattarsi senza interruzione per un mese di fila provocandosi una lacerazione profonda fino all’osso; alla fine fu costretto a posticipare un paio di riunioni per visitare la sala operatoria della medicina d’urgenza, anche se già un paio d’ore dopo mentre un braccio era impegnato a smaltire l’anestesia locale, l’altro sosteneva il cellulare consentendogli di lavorare mentre restava sdraiato sul letto con una flebo.
Un altro gadget piuttosto comune è il canestro da ufficio; si tratta di un cesto da pallacanestro in miniatura, già predisposto per essere avvitato nelle tavole che separano i tavoli degli uffici “open space”, corredato di una palla piccola e sgonfia brevettata per evitare che un lancio maldestro possa spaccare il setto nasale di qualche collega non particolarmente amato. Personalmente lo odio, sembra uno di quei gadget da nerd che vuole fare il disinvolto, e dimostrare che anche in un triste luogo come un ufficio ci si può divertire. Lo preferisco però di gran lunga ad un tirassegno con le freccette che una volta ho visto appeso al muro di un direttore del personale. Nei miei incubi peggiori nel centro c’era la mia foto, infilzata da una freccetta con appesa una lettera di licenziamento.
Infine noto che è sempre più comune sui tavoli degli impiegati il tool del “decision maker”, fondamentalmente una rotella con un segno che può ruotare intorno al proprio asse, indicando una serie di possibili risultati tipo “vai bene così” oppure “persevera” o “inutile insistere”. La logica è quella per cui l’impiegato in difficoltà davanti a qualche decisione, può ruotare il decision maker lasciando a lui la riposta. Con il passare del tempo, ho visto questo affare diffondersi rapidamente incapsulato sotto diversi marchi aziendali, come regalo da distribuire a clienti e dipendenti. Questo fatto mi porta a tre conclusioni essenziali: primo, in ogni azienda oltre a chi si spacca la schiena ad una pressa e chi si rovina la vista davanti ad un computer, c’è anche chi per mestiere inventa queste stronzatine; secondo, le persone che inventano le stronzatine, tendono a riciclare le idee facendole rapidamente diventare porcherie distribuite su scala industriale; terzo, considerando il costo di produzione delle stronzatine e lo stipendio di chi le inventa, magari pure copiando qualcun altro, posso dire con certezza che anche nei peggiori momenti di crisi c’è sempre il modo di buttare via un sacco di soldi. Forse aveva ragione N., se proprio devi, è meglio tenere sul tavolo un bonsai cadavere; mantenerlo non costa nulla, ed è sempre un modo per ricordare che per quanto ti lamenti, c’è sempre chi sta messo peggio di te.
Share on FacebookSerate birra e sumo
Ci sono degli sport che mi fanno impazzire. Uno di questi è il sumo.
Associo la sua scoperta ad un periodo di trasferte di qualche anno fa. Andavo molto spesso a Torino e passavo la notte in un alberghetto di livello medio-infimo, con però due grandissime qualità: cena in camera, e tv satellite.
C’erano moltissimi canali diversi, di cui alcuni di matrice mistico-religiosa di cui vi parlerò un’altra volta. C’erano poi un paio di canali di sport specializzati su tutto quello che non è calcio, ed in particolare almeno in quel periodo golf e sumo.
Ordinavo la cena al telefono mentre tornavo in macchina, un po’ perché mi sembrava figo, un po’ per guadagnare tempo. Quindi doccettina, telefonatina a casa, pigiama, selezione del canale alla tv. Ed infine, relax totale, con sumo e birretta.
Prima di tutto mi piace il fatto che non è uno sport per tutti. Devi essere almeno centocinquanta chili, ad esempio. Altrimenti non stai molto bene con quella specie di perizoma infilato tra le chiappone. Ho fatto un paio di prove con il pigiama arrotolato davanti allo specchio, ma devo dire che non è la stessa cosa. Chissà come funziona in Giappone. Da noi tutti i bambini hanno la massima aspettativa di avere un pallone, ed un prato per giocare a calcio con gli amici. Chissà se lì come regalo di compleanno ricevono il mutandone, e poi anche loro corrono in strada per prendersi a panciate.
Comunque la parte più divertente di questo sport non è tanto il combattimento in se, che generalmente non dura più di due o tre secondi, ma è tutta la preparazione che c’è prima.
Di solito vedi questi giganti che vanno verso il combattimento, e nel farlo seguono tutto un rituale preciso e dettagliato. Arrivano in accappatoio e ciabattone, i mitici infradito giapponesi con le zeppe che loro indossano con le calze. Hanno acconciature sofisticatissime, tutte boccoli e ricami. Mi da l’idea che impieghino ore per farsi i capelli. Di solito poi in attesa del combattimento vengono trasmesse un sacco di statistiche complicatissime, brevi documentari sul loro allenamento, interviste. E anche da questo ti accorgi che non sono persone normali. Non è come quando da noi intervistano un calciatore, che ti accorgi che fuori dal campo sono solo dei ragazzi normali e magari anche un po’ ignoranti. I lottatori di sumo vivono di sumo. Passano tutto il loro tempo a mangiare, allenarsi, e pensare. Hanno tutta una loro filosofia di vita, è come se vivessero in un’altra dimensione. E poi li vedi che si spogliano, restando nel loro mitico tanga, e salgono sul tappeto dove si scontreranno. E lì il rituale procede, con il lancio sul pavimento di un pugno di sale. E poi si mettono di fronte l’uno all’altro, si guardano, si studiano, e danzano. Si danzano! Sapete, quella roba strana che fanno alzando lentamente una gamba e poi sbattendola per terra. Ma ci pensate ad avere davanti una bestia così? E’ una cosa da farsela sotto.
Poi l’arbitro da il via, ed appena entrambi appoggiano la mano per terra, BOM, si sfracellano uno contro l’altro. Fine del combattimento, uno vola fuori, i capelli si disordinano tutti, e l’arbitro decreta il vincitore. E mai, dico mai, nessuno ha un cacchio da dire. Da pazzi! Mi trovavo a fare il tifo urlando come un pazzo, seduto sul letto col vassoio della cena tra le gambe.
Vi dirò, non è stato un periodo felice. Ero sempre lontano da casa, solo come un cane rognoso. Torino poi non è una città consigliata a chi soffre di depressione. Mi hanno anche spaccato la macchina un paio di volte, generalmente per fregarsi qualche cd ed un golfino. La parentesi di sumo serale col tempo aveva assunto un significato per me. Mi era entrato dentro, come una filosofia di vita. E da allora mi è rimasto nel cuore, accanto ad un centinaio d’altre cose di cui vi devo assolutamente raccontare.
Share on Facebook