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Le nostre vite sono l’incrocio di molteplici universi
Cari amici, vorrei salutarvi con la solita allegria, ma il periodo di festività appena trascorso è stato il colpo di grazia per il mio spirito già provato. La sera del 13 dicembre stringevo la mano di mio padre, mentre il suo respiro già da tempo fievole si interrompeva per sempre. Vorrei raccontarvi tante cose di lui, e forse un giorno lo farò. Per il momento però vorrei proporvi solo queste righe, scritte appena qualche settimana fa, e che oggi mi sembrano provenire da un’altra vita.
Se non fosse per le circostanze, avrei evitato il giro domenicale da Toys; è una questione di forza maggiore: Beatrice compie gli anni tra qualche giorno, la bambola a cui è interessata va a ruba, e nei prossimi giorni escludo di avere tempo. Il problema è che in questo periodo prenatalizio la gente impazzisce, litiga per il parcheggio, ti strappa i peluche dalle mani, ti guarda in cagnesco sospettando che tu voglia passare davanti alla cassa, ed alla fine si accoda nel reparto pacchetti mollando due euro di beneficenza in cambio di quaranta imballaggi, mandandoti pure a fare in culo se scopre che gli hai rubato l’ultimo fiocco rosso.
Lascio il regalo sui sedili posteriori dell’auto, accanto ad una valigia di biancheria di ricambio e ad un piccolo disegno incredibilmente prezioso. E’ di mia figlia. C’è lei con il nonno, un piccolo angelo che tiene per mano un vecchietto col bastone; accanto a loro c’è un enorme sciroppo di medicinale miracoloso, ed una scritta colorata in modo bizzarro: BUONA GUARIGIONE. Il destinatario è il letto ventiquattro del reparto di Geriatria, mio padre.
E’ arrivato in ambulanza venerdì, dopo un trasporto per le scale del palazzo che è sembrato più complesso della scalata del Kilimangiaro; legato alla barella ciondolava debolmente la testa, mentre gli infermieri organizzavano l’intervento con una gentile professionalità che sentivo fuori luogo; intorno a noi il mondo andava avanti come se niente fosse: per strada c’era la solita nebbia mattutina, le macchine che suonavano, ed i ragazzi che andavano a scuola limitavano all’ambulanza parcheggiata pochi secondi di distaccata curiosità.
Il pronto soccorso è come una grande sala d’attesa, con medici ed infermieri talmente avvezzi alla gente incazzata che ormai sono diventati insensibili ad urla ed insulti; è come un call center di primo livello: un solo ingresso come un numero verde, un elenco di domande per assegnarti una priorità, sei ore di media per farti arrivare al reparto specialistico; così mio padre attende con pazienza qualcuno che lo classifichi come anziano bisognoso di cure, confermando il responso della guardia medica ed il parere di qualunque demente che puoi fermare per strada, e dopo questa profonda valutazione resta senza motivo parcheggiato per mezza giornata accanto ad un quarantenne con un attacco di cuore ed una signora con l’emicrania.
Alla fine il letto ventiquattro arriva come una conquista, e nel giro di dieci minuti mio padre ha aghi in vena e tubi per inserimenti ed espulsione forzata di materiali assortiti; viene il sospetto che ci sia una strategia di fondo per limitare la rottura di palle: i due infermieri che gestiscono i quaranta letti precisano subito che è gradita la presenza notturna di un parente; così mi organizzo per una nottata su una sedia, senza neanche la gratificazione di un caffè caldo e di un angolo decente dove appoggiare la testa. Le ore passano tra le urla dei malati ed il gergo multietnico di una moltitudine di badanti, che fa sembrare questo luogo la sede di una multinazionale del terzo mondo.
Da quella prima notte sono passati pochi giorni, e già mi sembrano una infinità; oggi però arrivo da mio padre con questo disegno, e per la prima volta lo vedo sorridere; siamo allibiti, è il primo segno di consapevolezza da quando siamo arrivati; di colpo ci sembra tutto sopportabile, ci scappa da ridere per una battuta del vicino di letto, e ci godiamo un momento di gioia che sembra il Natale più vero.
Torno nel parcheggio, ed accendo l’automobile per tornare a casa. I fari illuminano un uomo dalla faccia seria, che porta sotto braccio due enormi Cicciobelli rigorosamente uguali, per qualche coppia di bambine che non devono avere motivi di invidia; chi è che diceva che le nostre vite sono l’incrocio di molteplici universi?
Per un attimo scorgo il mio sguardo nello specchietto, e mi ricordo di mio padre; era un gioco, io dai sedili dietro cercavo il suo sguardo, e se lui alla guida intravedeva la mia immagine riflessa, mi sorrideva di rimando; sento il respiro che si fa affannoso, ed allora decido di concedermi cinque maledetti minuti di sana disperazione; ho paura, sento che i ricordi scorrono via dalla mia mente come lacrime sulle guance.
Con sincero affetto vi auguro un anno felice, da trascorrere continuando a rincorrere i vostri sogni, ma senza mai sprecare le occasioni che vi permettono di stare vicini alle persone che amate.
Share on FacebookPolpette, patate e gavettoni
Con mia madre ho sempre avuto un rapporto schizofrenico, fatto di litigi burrascosi alternati a momenti di intenso ed esuberante affetto; specialmente quando ero bambino il gioco tra noi era sempre portato all’estremo, con scherzi innocenti che per successive rivendicazioni diventavano progressivamente più pesanti fino a diventare gavettoni lanciati tra il salotto e la cucina e dolorosi schiaffi a palmo aperto sulle chiappe. Quando si trattava di lottare sul piano fisico però non c’era confronto: mia madre nel pieno dei suoi anni era una bestia muscolosa; eppure per qualche strano motivo quanto più le prendevo, tanto più mi divertivo e mi sentivo invogliato a sfidarla, portando spesso la situazione al limite di una chiamata al Telefono Azzurro.
Talvolta mi capitava di diventare il bersaglio dei suoi zoccoloni del dottor Scholls, monoliti di legno dalla forma indefinita che fendevano l’aria fischiando come aerei a reazione; in questi casi mi salvava il fatto di essere piuttosto rapido, e quasi sempre riuscivo a schivare il colpo con uno scatto felino. Una volta però il lancio fu particolarmente infelice, ed il siluro volò fuori dalla finestra aperta; ci affacciammo terrorizzati, ma per fortuna nessun cranio era stato scoperchiato: il calzare giaceva solitario nel centro del cortile. “Vallo subito a prendere!!”, mi sentii urlare, ed ancora oggi ricordo, mentre mi chinavo per raccoglierlo, il suono sinistro dello spostamento d’aria provocato dal secondo zoccolone lanciato dal sesto piano che atterrava con un tonfo ad un paio di metri di distanza.
Per mia madre l’esperienza fu una rivelazione, e da allora cominciò a prendere di mira un angolo attiguo al cortile dove si appartavano coppiette e tossicodipendenti; riservava cure diverse per le due specie: pomodori per i primi, e patate per i secondi; l’effetto però era simile: gente barcollante che scappava come profughi sotto un bombardamento, chi con un laccio emostatico legato al braccio, chi con i calzoni abbassati alle caviglie, mentre nell’aria risuonava il grido “vergogna! Andate in chiesa!!”.
L’unica cosa che faceva incavolare per davvero mia madre era il rapporto che avevo con il cibo; in sintesi i problemi erano due: primo, non mangiavo, secondo, lei pretendeva che svuotassi piatti da scaricatore di porto. La tecnica educativa selezionata per me in età prepuberale era quella del pranzo lungo, vale a dire non mi potevo alzare da tavola prima di aver finito il piatto, e questo voleva spesso dire un no-stop indefinito tra colazione, pranzo e cena.
Una volta però, davanti ad un piatto con venticinque polpette al sugo, fui fulminato da una idea: ero rimasto solo in cucina, e dalla finestra aperta cominciai a lanciare una per volta le pallette di carne verso direzioni eterogenee; alla quindicesima cominciai anche una sorta di tirassegno verso le auto del parcheggio, ed in breve mi ritrovai quasi affranto per aver già finito il piatto.
Mia madre sprizzò gioia quando vide il piatto vuoto, e desiderosa in tutti i modi di farmi capire quanto era contenta mi fece vestire per portarmi fuori; ormai restava da attraversare solo la strada per arrivare ai giardini, e già intravedevo i miei amici che giocavano a pallone, quando improvvisamente mia madre si bloccò come una statua di sale; dal suo sguardo vitreo si poteva tracciare una linea immaginaria, che congiungeva il centro del suo ipotalamo con il finestrino di un’auto ferma al semaforo; su di esso due polpette spiaccicate lasciavano colare lentamente una quantità copiosa di sugo, che il moto altalenante della macchina aveva modellato come il profilo malizioso di un satiro sghignazzante.
Col passare degli anni il lancio dalla finestra è stato un piacere che ho condiviso con svariati amici; il mio compagno Alberto era un perfezionista in materia, e dal suo quarto piano riusciva a beccare con un gavettone il finestrino aperto di una macchina in corsa; se poi si armava di cerbottana, riusciva anche a centrare i dettagli anatomici della gang di motociclisti teppa che si riuniva al bar in fondo alla strada, gente pelosa dal giubbotto di pelle borchiato che si divertiva a picchiare la gente, e che probabilmente per anni si è chiesta chi era il bastardo che li centrava con pirioli di carta dalla affilata punta arricchita di stagnola pressata.
Alla ricerca di divertimento sempre più esasperato una volta abbiamo ficcato un gavettone nel freezer, ricavandone una palla di ghiaccio perfettamente sferica; a quel punto però anche noi ci siamo accorti che forse era eccessivo mollarla sulla schiena di qualche passante, ed Alberto aveva preferito liberarsene lasciandola cadere sul tetto del garage di uno che gli stava sulle palle; l’effetto era stato incredibile, un foro perfettamente circolare di una decina di centimetri di diametro; il proprietario impazzì per il mistero di quel buco ed aveva fatto lunghe indagini, ma ancora oggi dopo oltre venticinque anni l’ipotesi più diffusa in tutto il quartiere è quella di un piccolo meteorite arrivato dallo spazio…
Share on FacebookLa bestia
P. forse non è stato il miglior capo che ho avuto, ma neppure il peggiore; all’inizio lo apprezzai come un calcio alla caviglia, probabilmente perché ero cresciuto col mito del manager stile IBM: camicia azzurra e completo grigio, inglese perfetto e master ad Harvard; per questo non ero pronto ad un uomo che sembrava scolpito nella selce come un pastore Keniano, fiero di utilizzare in ogni occasione un gergo da scaricatore di porto e dall’espressione acuta ed attenta come quella di un primate.
P. arrivò al termine di una fusione in cui chi comandava erano gli altri, scalzando un paio di capetti di breve termine che ebbero giusto il tempo di ricevere l’auto aziendale, con costo detratto dalla precoce liquidazione. Il suo posto era assicurato da motivazioni che avevano fatto il giro dell’azienda con la velocità di un virus: P. era “uno con le spalle coperte”, amico di qualcuno molto in alto, talmente in alto che nessuno riusciva ad identificarlo con certezza.
Lo incontrammo la prima volta in una riunione plenaria, in cui gli venne fatta una lunga presentazione con svariate decine di slide multicolore; la sua attenzione però era talmente focalizzata sui prosperosi seni di una consulente, che per staccarlo sembrava fosse necessario un piede di porco; quando alla fine dopo molti solleciti capì che doveva esprimere un parere, pronunciò una sentenza che si impresse nella memoria di tutti come un marchio sulla chiappa di un bovino: “non fatemi mai più vedere presentazioni con più di due slide di m…a”.
Che P. non fosse il tipo da convenevoli risultò evidente durante una cena con il direttore commerciale di una importante società partner; l’ospite arrivò con qualche minuto di ritardo, zoppicando vistosamente e con una espressione sofferente; P. quindi si presentò allungando una mano, e con grande serietà gli chiese “lo ha per caso appena preso nel di dietro?”. Facendo finta di niente, l’interpellato mormorò una cosa del tipo “mi fa terribilmente male la schiena… incidente sugli sci…”, e P. forte di una confidenza che nessuno gli aveva concesso rincarò la dose con un bel “evidentemente era bello grosso!!”, cui fecero seguito venti minuti di risate solitarie. E se a questo punto l’imbarazzo si tagliava col coltello, mai dico mai nella mia vita ho provato maggiore vergogna di quando alla fine della cena, con in mano ancora il cucchiaio del dolce, P. lanciò una ultima proposta di svago: “cosa ne dite se adesso andiamo tutti a troie?”.
Dopo questo episodio cominciai a documentarmi sul serio, perché davvero volevo capire come aveva fatto una bestia simile a diventare un manager affermato; scoprii così che la sua fortuna era iniziata con il coordinamento di un grande progetto, un incredibile successo sotto tutti i punti di vista. Provai quindi a contattare qualche amico, e così scoprii che nel team di lavoro c’erano alcuni personaggi noti nell’ambiente informatico, tecnici eccezionali, gente che aveva completato il lavoro in assoluta autonomia, dando a P. meriti e gloria praticamente senza che muovesse un dito.
Dopo qualche tempo arrivò il giorno della valutazione annuale, e rimasi sorpreso nel vedere che P. mi aveva dato tutto sommato un buon giudizio; l’unica limitazione che mi riconosceva era una certa mancanza di originalità, con una certa tendenza a ripetere modelli consolidati. Boh, mi dissi, evidentemente il pirlone doveva per forza inventarsi qualcosa che non andava, e così fregandomene un po’ conclusi la serata con una spesa al supermercato; come ogni mercoledì mi concessi una bella pizza capricciosa surgelata, da accompagnare con la mia birra prediletta da oltre vent’anni; rimasi un po’ sconcertato però dal fatto che i biscotti che solitamente mangiavo a colazione erano finiti, e quando scoprii che non c’era neanche il latte Parmalat cominciai a sentirmi davvero nervoso; ad un certo punto guardai il carrello, e di colpo capii che P. non era così pirlone come pensavo: due chili di spaghetti De Cecco, l’unica pasta che consumo, quattro barattoli di pisellini primavera della solita marca, la solita acqua, il solito tonno, il solito formaggio, l’ovetto di cioccolata ed il budino come quando facevo merenda da piccolo.
P. ora è il direttore dei sistemi informativi di una delle principali aziende nazionali, ed è uno di quei manager di stampo italiano che il mondo ci invidia; le sue caratteristiche sembrano un fattore comune di molti leader di grandi aziende, team sportivi e partiti politici: spalle coperte da qualche altissima astratta personalità, visione della realtà offuscata da una certa propensione per la pornografia, ed una grande capacità di capire le persone e creare sempre il giusto team che lavora per il successo del capo.
Share on FacebookInsane travolgenti passioni
I palazzi di viale Famagosta dalle mie parti sarebbero considerati già dei piccoli grattacieli; è una successione ininterrotta di vetro e cemento da dieci piani, annerita dallo scarico giornaliero medio di centomila automobili che transitano cercando spazio tra lo snodo della tangenziale e la circonvallazione di viale Romagna. Ho vissuto per cinque anni in un piano rialzato di questo grigio angolo di mondo, pagando un affitto in condivisione con quattro anime; tra queste c’eravamo sempre io e J, ed è lui il protagonista dei miei ricordi di oggi.
Era un personaggio unico, una specie di alieno in mezzo a noi; ricorderò sempre le sue cene a base di teste di pesce in salsa di radici di cactus, le sue celebrazioni solitarie delle feste ebraiche in papalina e pane azzimo, i folli racconti della sua vita e specialmente la sua insana, smodata, totalitaria passione per il pene.
Non parlo di un interesse sessuale, perché anzi J. approfittava di un fisico da fotomodello per esplorare l’universo femminile con l’avidità di un adolescente nel pieno picco ormonale; la semplice verità era che un giorno aveva visto nella vetrina di un negozio l’accendigas a forma fallica della Alessi, ed al cospetto di una idea così geniale aveva capito cosa voleva fare nella vita; così da Berlino si era trasferito a Milano, si era impratichito con la lingua alternando una decina di fidanzate, e si era iscritto all’istituto europeo di Design.
Nel corso degli anni J. si era progressivamente specializzato, ed aveva brevettato una vasca da bagno a forma di pene, una trappola per le zanzare a forma di pene, un portauovo a forma di pene, una lampada stroboscopica a forma di pene, ed alla fine aveva anche vinto un concorso con un grandioso plastico-prototipo di una piazza cittadina a forma di pene.
Per alimentare la sua creatività J. era solito fottersi tutto quello che incontrava sul suo cammino; nella sua stanza aveva accumulato scatoloni, assi di ferro e legno, pacchi di giornali, lettere al neon alte due metri, vasi con quintali di terra prelevati direttamente dalle aiuole spartitraffico, persino un carrello della spesa adattato a divanetto per gli ospiti. Per questo non mi stupii più di tanto quando rincasando una sera un tizio sotto casa mi intimò di sgombrare le merci accumulate sul balcone; mi dissi, “boh!, chissà J. che cavolo ci avrà messo”… però la cosa era strana, il tipo era parecchio infervorato, ed il suo attaccamento alla causa mi sembrava eccessivo. Incuriosito andai a vedere: ampiamente visibile da una enorme quantità di passanti che passavano sul marciapiede a solo un paio di metri, c’era una piantagione di canapa indiana degna di una pianura afgana, un tripudio di foglie e fiori biancastri, piante alte come un uomo, con un tronco largo quanto il palmo di una mano.
J. pianse come un bambino quando dovette ficcare tutta quella flora nelle buste della spazzatura biodegradabile. Per incassare il colpo si chiuse in camera, partorendo una serie di geniali progetti fallici e fumando di tutto in modo ininterrotto. Poi però una sera Thomas, un altro compagno di appartamento, mi bussò alla porta preoccupato: era da diversi giorni che J. non si muoveva più dal letto.
Arrivammo a notte inoltrata nel pronto soccorso della zona, uno di quelli dove dovevi fare la fila anche con un pugnale piantato nella carotide, ed un caso come il suo non avrebbe suscitato molto clamore. Dopo qualche ora di attesa un infermiere ci chiese chi di noi due poteva accompagnare J. in bagno per depositare le urine; se è vero che nella nostra vita non riusciamo mai a far funzionare il cervello per più del venti per cento, vi giuro che nei secondi successivi il mio esplose in una attività frenetica da quattromila per cento, ed ogni possibile motivazione per evitare di essere io il fortunato venne vagliata al massimo dettaglio; alla fine ebbi l’intuizione: diedi una pacca sulla schiena di Thomas, che era di Merano e parlava un italiano da strisce di Sturmtruppen, e gli dissi “devi per forza andare tu, non c’è alternativa, sei l’unico che sa il tedesco”. L’affermazione era talmente imbecille e fuori luogo da apparire come un ragionamento sensato, e Thomas accettò subito; quando lo vidi sbucare nei corridoi con in mano un bicchierino pieno di liquido giallo, provai un immenso piacere di sadica superiorità italiana.
Ho sempre avuto una preferenza per i pazzi, e tra questi J. eccelleva assieme al suo entusiasmo ed il suo gioioso approccio alla vita ed alla amicizia; sono sicuro che diventerà un grande designer; se un giorno vedrò una casa a forma di pene busserò alla sua porta, sicuro di essere accolto da un amico.
Share on FacebookBrunetta e gli imprenditori con l’autobus
Avete mai lavorato per una azienda in crisi? Io si, e non è il ricordo più bello della mia vita: settimane intere senza niente da fare, in attesa di un progetto che “sta per partire” ma che non parte mai, con colleghi che a turno venivano chiamati per proposte di incentivo alle dimissioni…proposte da accettare, perché l’alternativa è un calcio nel culo…
Si trattava di in una società di consulenza software di un centinaio di persone, tutta gente giovane ed in gamba; eravamo terrorizzati, ognuno di noi spediva giornalmente svariati curricula, e nessuno riceveva mai risposta. Passavamo le giornate consumati dalla tensione, sempre in attesa di una telefonata o di una mail che non arrivava mai; aspettavamo solo il colpo di grazia, spesso anticipato da qualche messaggio apparentemente innocuo: un trasferimento al piano inferiore, un pettegolezzo alla macchinetta del caffè, un questionario “di auto-valutazione” da compilare.
Per qualche motivo oscuro, vista la situazione, due o tre volte all’anno l’amministratore delegato organizzava una riunione plenaria, con affitto di sala cinema e hostess carine. Ci salutava cordialmente, e poi faceva una presentazione sull’andamento della società, con tanto ottimismo per mitigare l’effetto dell’inevitabile slide del fatturato con la linea che finiva per terra. Talvolta il discorso era arricchito da qualche simpatico aneddoto; una volta è saltata fuori la leggenda degli “imprenditori degli autobus”: si tratta di malavitosi che in meridione investono un po’ di soldi per comprare un autobus scalcinato, e poi la mattina presto fanno il giro dei paesi per raccogliere ragazzi giovani ed in gamba, con diplomi o lauree tecniche e tanta disperazione; poi, alle nove li scaricano davanti alle porte delle grandi aziende di città come Roma e Napoli, dove vengono svenduti per consulenze software a bassissimo costo su base giornaliera. Alla fine del racconto negli occhi di tutti c’era la disperazione; il timore diffuso era che la conclusione fosse: “bene, basta con gli uffici, da oggi anche noi abbiamo il nostro autobus!!”
E’ inutile che vi dica che dopo queste riunioni la tensione era alta, la motivazione calava sotto il livello della insubordinazione, e la gente diventava di gestione difficile. Un giorno però il direttore del personale apportò alla riunione una modifica inattesa, inserendo l’intervento di uno studioso di fama internazionale; costui era una di quelle persone dal curriculum incredibile: professore universitario in tre città diverse lontanissime tra loro, responsabile di molteplici commissioni del governo, membro di svariati consigli di amministrazione, insomma una vera bestia di iperattività; in particolare, il suo nome era noto per aver firmato un articolo di inchiesta sul software “open source”, la cui tesi era che sotto una finta filosofia di condivisione e gratuità si nascondevano bassa qualità ed interessi politici. Per una società di giovani innamorati della tecnologia, capaci di provare turbamenti sessuali per l’accoppiamento Linux-php, un argomento di questo tipo era una bomba.
Vi assicuro che era una persona di rara antipatia, un damerino imbalsamato davanti ad una squadra di carpentieri del software, con una vocetta stridula ed una spiccata propensione alla polemica da tribuna politica. Nel giro di dieci minuti ho visto svilupparsi una vera rivolta; c’era gente che gridava insulti, un paio sono stati portati fuori a forza, io stesso ad un certo punto stavo per tirargli un tramezzino ai cetrioli rubato al rinfresco; poi però, con la coda dell’occhio ho intravisto la faccia del direttore del personale, ed ho capito tutto: vi giuro che mai nella vita ho visto qualcuno più soddisfatto. Il suo obiettivo era stato raggiunto: io ed i miei colleghi avevamo spostato le nostre tensioni verso un obiettivo “comodo”.
Mi sono ricordato di questo episodio oggi, leggendo sul giornale uno spiacevole episodio con protagonista il ministro Brunetta; sembra che alla fine di un convegno abbia rifiutato una domanda, tra l’altro concordata, di una associazione di lavoratori precari; lasciando la sala, ha anche affermato che costoro erano “il peggio dell’Italia”. Ragazzi…che tristezza… penso ai tanti amici che oggi sono in difficoltà, e come faccio a non incavolarmi? Poi però, mentre ci penso e ci ripenso, mi chiedo: come mai c’è qualcuno come Brunetta in un ministero di grande responsabilità come il suo? Ed allora realizzo che qualcuno in questo momento ha la faccia soddisfatta, perché ha spostato le tensioni di tanti verso un obiettivo comodo.
So che Brunetta, ha detto che chi non ha un impiego dovrebbe andare a scaricare cassette al mercato. Mi mancano trent’anni minimo alla pensione, e visto come va l’economia c’è una altissima probabilità che nel frattempo perda il lavoro; mi vedo, a cinquant’anni, disperato, distrutto da una vita di pendolarismo, grasso, canuto, cardiopatico e rintronato, che vado al mercato a chiedere se c’è qualcosa che posso fare; il problema è che, temo, scaricare cassette sarà un impiego per cui dovrò fare la fila.
Share on FacebookStoria di un uomo libero
Di questi tempi la parola “libertà” è un po’ inflazionata: la si sente negli slogan dei politici, nelle commemorazioni storiche, in tanti film, persino nelle pubblicità televisive. Talvolta mi chiedo cosa voglia dire davvero essere liberi, ed ogni volta finisco col pensare ad F.; la sua storia potrebbe essere ambientata all’epoca dei nostri trisnonni, in quelle piccole comunità rurali ferme al medioevo, dove viveva gente talmente povera da non avere neanche un paio di scarpe, e la sfortuna si accaniva sui disgraziati trasformandoli in reietti emarginati dalla comunità. Ed invece F. è una persona dei nostri giorni, una delle tante che potreste incrociare nel vostro cammino.
Non so perché i genitori di F. ad un certo punto della loro vita abbiano deciso di metterlo al mondo, visto che avevano abbastanza difficoltà già solo per gestire sé stessi; sicuramente però, quando si sono accorti che il bambino parlava male ed era quasi sordo, lo avevano abbandonato a sé stesso come un giocattolo rotto.
Le difficoltà e la scarsa attenzione non avevano favorito in F. una crescita armonica e serena, tanto che a dieci anni aveva già abbastanza disturbi della personalità da convincere qualche eletto della scienza medica a rinchiuderlo in un centro per pazzi veri; qui il ragazzino aveva completato le scuole dell’obbligo guardando di straforo la luce del sole, perennemente calmato dai farmaci e dalla minaccia della nanna assicurato al letto da un paio di robusti lacci di cuoio.
Quando l’ho conosciuto F. aveva diciassette anni, ed era uno dei ragazzi che venivano seguiti nel doposcuola dove facevo il servizio civile. Alla fine di una lunga battaglia, gli assistenti sociali erano riusciti a farlo tornare a casa, ed a farlo iscrivere ad un corso professionale; improvvisamente F. era quindi passato da uno stato di totale reclusione ad una situazione di libertà persino eccessiva, con un impegno scolastico che gli prendeva qualche ora, e tutto il resto del giorno in cui poteva girare per la città tra la gente; il passaggio era stato troppo intenso ed improvviso, e questo gli aveva provocato uno stato di euforia assimilabile all’assunzione di stupefacenti.
F. non camminava, correva, anche per spostamenti di pochi metri; F. non parlava, gridava a squarciagola, e rideva per piccole banalità; F. non aveva amici, ma se gli rivolgevi la parola ti si attaccava come una cozza; F era entusiasta della vita, era felice, era pazzo di gioia.
Una volta lo abbiamo seguito di nascosto per la città; lo abbiamo visto entrare in un supermercato e fregarsi un detersivo con lo spruzzatore, che poi aveva svuotato e riempito con semplice acqua; poi aveva iniziato ad inseguire le persone, per spruzzarle; era solo un leggero soffio umido, molti neanche se ne accorgevano; era uno scherzo da ragazzini monelli, fatto da una persona che ragazzino non era mai stato, per divertisti in compagnia dell’unico amico che aveva: sé stesso.
Un giorno il responsabile del doposcuola aveva trovato nello zainetto di F. un pacco di riviste pornografiche, e per qualche inspiegabile motivo aveva deciso di convocare sua madre per concordare una azione educativa. Non scorderò mai questa signora con il suo completo maculato, la minigonna aderente sulle enormi natiche e gli zoccoloni zeppati di finto coccodrillo; l’abbiamo vista rinchiudersi con il responsabile nella stanzetta dei colloqui per pochi minuti, che erano sembrati una eternità; poi la porta si era spalancata, e lei ne era uscita sparata fuori come uno di quei mostriciattoli a molla pigiati nelle scatole degli scherzi. Gridava “F.! Dove sei, porco schifoso!!!”; ma F. nel frattempo si era saggiamente rintanato in un gabinetto, riuscendo ad evitare la miserabile scena della mamma bloccata a forza da due bidelli e quattro educatori. Da fonti sicure, ho saputo che prima di partire la signora aveva afferrato le riviste e le aveva rapidamente infilate nella borsetta, come per rimpossessarsi di un bene prezioso rubato.
Non so che fine abbia fatto F., ma mi piace pensare che alla fine sia riuscito a trovare la sua collocazione nel mondo; con la maggiore età sarebbe andato a vivere in una casa-famiglia, avrebbe avuto un lavoro, e sarebbe stato libero di comprarsi la sua copia di “tette-special” senza rubarla alla mamma. Nel suo sguardo brillava la luce intensa di chi era sopravvissuto ad una condanna, ed aveva capito più di ognuno di noi cosa vuol dire essere davvero liberi.
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Dico spesso che sono un uomo fortunato, ed ogni volta mia moglie mi ricorda il mutuo. E’ vero, i soldi sono un problema, assieme a tanti altri; però è anche vero che la mia vita ha avuto alcuni istanti di incredibile gioia, e che questo è patrimonio di pochi baciati dalla sorte.
E’ il giorno 24 febbraio. Ho paura di dimenticare i dettagli di un giorno così importante; quello che sicuramente non dimenticherò mai è la lunga attesa, ed infine l’emozione quando mi sento chiamare per nome; e poi l’enorme infermiera che tiene in braccio questo bambino di tre chili scarsi che ha appena visto la luce, avvolto in una coperta da cui spunta solo una testolina più piccola della mia mano stretta a pugno.
E’ il mio bambino. Lo spazio che mi divide da lui è di pochi passi, che mi sembrano chilometri. L’infermiera parla, ma è come se le sue labbra si muovessero senza emettere suoni; l’unica voce che sento è quella di cui le mie orecchie sono avide, ed è l’urlo di un cucciolo infuriato, rumoroso e potente come un coro di trecentomila angeli nella notte di Natale.
Purtroppo quel giorno è iniziato anche un periodo difficile che vi racconterò in un prossimo articolo; per il momento dirò solo che il cesareo di Silvia ha avuto qualche complicazione, e questo ha provocato un indesiderato supplemento ospedaliero di una decina di giorni. Però alla fine tutto si è concluso bene, e quindi ora posso bearmi nel ricordo di quel breve momento di estasi, quando il piccolo Sergio per la prima volta è stato accolto dal mio abbraccio.
Non volevo più lasciarlo andare, tanto che l’infermierona ad un certo punto chiede se per staccarmelo deve tramortirmi con una flebo di Valium. “Devo fargli il bagnetto, per caso ha portato una macchinetta fotografica?”; cara signora, penso, la macchinetta la lascio ai turisti in vacanza, qui serve altro; quindi con fredda rapidità estraggo dallo zaino una reflex con doppio teleobiettivo potenziato, monopiede telescopico e flash ad attacco rapido. “Urca”, dice l’infermiera, “mica si vede spesso tutta sta roba! Le spiace se chiamo la mia collega così le faccio vedere come è attrezzato il papà?”. Bene, penso io, così alla collega faccio tenere la monotorcia laterale e lo schermo riflettente, indispensabili per una bella luce morbida sulle guanciotte del piccolo…
In ogni bella storia c’è sempre qualche intoppo; nel mio caso è un breve passaggio di onde elettromagnetiche in uno spazio schermato, quel tanto che basta a far squillare il mio cellulare: pochi secondi di conversazione, sento solo mia madre chiedere “come va?”, ed io con il ricevitore incastrato tra le ossa della clavicola le rispondo “tuttobenetuttobene”… ma la chiamata è disturbata, e mammina che è sempre ottimista come un calcio nella tibia interpreta i suoni percepiti come l’annuncio di una immane tragedia; mentre la linea cade, la sento urlare “oddiooddiooddio!!!”. E così, per evitare ulcere ed infarti, sono costretto ad uscire di corsa dall’ospedale alla ricerca dell’introvabile campo GSM, abbandonando il mio piccolo su una bilancina e la mia reflex nelle mani di una persona incapace di distinguerla da un rasoio elettrico.
E’ una magnifica giornata di sole, e mentre al telefono cerco il giusto compromesso di entusiasmo e sintesi, la mia vista spazia sul cielo e gli alberi; il mio sguardo rapito dal volo di una rondine, alla fine si posa nell’attiguo parcheggio, dove un ausiliario del traffico mi sta appioppando due euro di multa per ogni minuto di ritardo sul parchimetro; gli grido “oooh, un attimooo! Mia moglie sta partorendooo”. L’ausiliario scuote appena la testa, mentre un tizio quasi si schianta in bicicletta per le risate; rientrando in ospedale sento alle mie spalle una rispostina spiritosa, qualcosa che suona come un “faccia pure con calmaaa”.
Arrivo nella mia stanza, e trovo il bambino che dorme in una culletta; è una immagine meravigliosa, appena incrinata dalla infermierona seduta accanto, che esamina incuriosita la reflex con i polpastrelli sporchi orrendamente pigiati sul vetro dell’obiettivo; “carina, l’hai presa coi punti dell’Ipercoop?”, mi chiede mentre dalla stanza vicina arrivano le urla devastanti di una partoriente di nazionalità incomprensibile.
Ci sono ricordi che stanno stretti nel piccolo spazio di un blog. Tornerò molte volte sul 24 febbraio, e sulle tante storie che sono iniziate quel giorno. Ora però vi lascio, perché ho un paio di bambini che pretendono le mie attenzioni. Non mangio da dodici ore, e non dormo da due mesi; investo giusto un secondo per abbracciare mia moglie, e mentre le urla di Sergio e Beatrice mi spaccano i timpani penso che la vita è una avventura meravigliosa.
Share on FacebookRiflessioni di capodanno
Quando la mia età si poteva ancora misurare con le dita di due mani, il capodanno era un evento eccezionale. La famiglia si riuniva a casa dei miei nonni, e dava libero sfogo alla sua esuberanza mediterranea con cene multi portata e giochi da bisca clandestina; incapaci di aspettare la fine dell’interminabile conto alla rovescia scandito dallo schermo di un televisore in bianco e nero, si anticipava l’esplosione pirotecnica della mezzanotte con fiammelle e panettone, mentre noi bambini approfittavamo dell’occasione per invocare la strenna da investire nella tombola.
Poi, quando le lancette si incrociavano nel punto più alto dell’orologio era come se il paese venisse investito da un bombardamento: i balconi si illuminavano come torce, il cielo veniva invaso da luci colorate, e da una casa all’altra volavano gli auguri accompagnati dai piatti della cena, lanciati direttamente in strada con i rimasugli di zampone e lenticchie.
Per l’occasione mio zio proponeva sempre un pacchetto di esplosivi di potenza micidiale, acquistato con apposita spedizione nel napoletano e nascosto per settimane agli avemaria di mia zia, che temeva di passare il capodanno al capezzale di un letto d’ospedale con qualche nipote fasciato dalla testa ai piedi; mio nonno per non essere da meno estraeva la Beretta della guerra d’Abissinia, e quando questo accadeva per motivi che faticavo a comprendere mio padre mi sparava automaticamente nella stanza sul lato opposto della casa.
Quando avevo vent’anni il capodanno iniziava parecchi giorni prima, tanti quanti erano necessari per selezionare in quale festa imbucarsi; alla fine ci si basava sempre su un misto di criteri quantitativi e postulati di ottimizzazione: numero stimato di ragazze divise il costo dell’ingresso; il risultato era spesso uno squallido locale in mezzo alla campagna, affittato da qualche delinquente per due soldi, e riempito all’inverosimile di bestie paganti di sesso maschile furiose per le cinquantamila lire di ingresso buttate al vento; usualmente ben prima di mezzanotte scoppiava qualche rissa colossale che ci costringeva alla fuga, e da quel momento in poi iniziava una lunga peregrinazione in macchina per tutta la provincia all’inseguimento dell’eco di feste leggendarie con incontenibili quantità di ragazze annoiate.
All’alba si buttavano via gli ultimi soldi in qualche bar, e davanti ad un cappuccino annacquato ed una brioche stantia recitavamo a turno i proponimenti per il nuovo anno; in testa c’era sempre il giuramento di non farsi più fregare dalla festa di capodanno, e nel momento stesso in cui qualcuno lo dichiarava nella memoria di tutti tornava la fotocopia della stessa situazione accaduta l’anno prima.
Alla fine si diventa grandi, e con la pace dei sensi il capodanno diventa solo una occasione per passare una serata un po’ più lunga con gli amici; poi però arrivano i bambini, ed in quel momento comprendi che la vita è un ciclo di situazioni che si ripetono, come una commedia recitata da tante compagnie di attori che si tramandano lo stesso copione.
Quest’anno, quando mia figlia e gli altri bambini alla mezzanotte guardavano eccitati i fuochi, ho avuto la sensazione che da un momento all’altro potesse spuntare anche mio nonno con la sua Beretta: forse adesso sarei stato abbastanza grande per sparare anch’io qualche colpo dalla finestra.
Ad un certo punto è suonato il cellulare, e mi sono subito chiesto: è mio padre che mi manda a letto? Ed infatti erano i miei genitori, ma le loro voci erano deboli suoni rispetto al frastuono che mi circondava; ci siamo scambiati gli auguri, forse in modo un po’ troppo frettoloso, ed era come se provassimo a comunicare da due mondi lontani nello spazio e nel tempo.
Ricordo che quando la festa finiva ed era l’ora di andare a dormire, mio padre spegneva la televisione; allora le ballerine ed i presentatori, Pippo Baudo ed Heater Parisi, Cecchetto e Costanzo, Vianello e Raffaella Carrà, tutti quei personaggi che fino ad un istante prima sgambettavano sullo schermo venivano risucchiati in un rapido vortice, e scomparivano lasciando solo un punto luminosissimo nel centro dello schermo che sembrava racchiudere l’essenza del mondo intero.
Share on FacebookFinanza e mazzate
L’eccezionalità di Stefano era che già da bambino sapeva cosa voleva fare nella vita. E non si trattava di diventare attore o astronauta; lui voleva diventare un esperto di matematica finanziaria. Quando eravamo compagni di appartamento aveva già una laurea in economia ad indirizzo statistico, un master in matematica finanziaria, un impiego come analista in una banca d’affari, e la notte studiava per essere ammesso ad un dottorato; e nonostante tutto questo era anche un simpatico compagno di bevute ed un degno avversario sulla Playstation.
C’erano però situazioni in cui si trasformava completamente, sullo stile di dottor Jekyll e Mister Hyde. Proveniva da un piccolo paese pugliese a malapena citato sulle carte, ma ben noto ai nativi della regione; tanto per intenderci anche la mia famiglia è di origine pugliese, e quando ero monello mia madre mi diceva che se non la smettevo mi portava proprio in quel paese, e mi lasciava lì, come se fosse uguale ad abbandonarmi in una giungla o nel bosco della strega crudele di Hansel e Gretel.
Certe origini lasciano nella persona dei segni profondi. Quando Stefano era al telefono con i genitori urlava come un pazzo, usando un dialetto lontano dall’italiano tanto quanto può esserlo il cinese o l’aramaico antico. Poi, una volta riattaccata la cornetta, si calmava istantaneamente, e commentava con noi la situazione con un laconico “a casa tutto bene”. Questa duplice personalità, oscillante tra il delinquente e l’onesto professionista, era frequente nel suo modo di fare, e si manifestava nei nostri dialoghi serali con improvvise sparate all’interno di lunghi monologhi educati e benpensanti; talvolta iniziava un discorso con una battuta scherzosa, e finiva con una bestemmia ed un calcio ad una porta; altre volte gli giravano subito e si metteva a gridare mostruosità, andando avanti per venti minuti da solo nella sua stanza o in bagno mentre si lavava i denti; c’erano poi argomenti assolutamente tabù, da evitare come la peste, tra cui tutto ciò che riguardava il gentil sesso che lo portava subito a sentenziare: “le femmine hanno bisogno solo di tre cose, minchia, mazzate, e poi ancora mazzate”.
In quel periodo la situazione lavorativa per me era al limite della sopportazione umana. Avevo come capo Cinzia (ma quanti capi ho avuto nella vita?), una tipa che sembrava la protagonista di Sex and the City, un misto assurdo di aggressività e follia. Arrivava la mattina in scooter con un casco su cui erano innestate due enormi orecchie da marmotta, con dei sandali a tacco alto rosso laccati che avrebbero storpiato una esperta di passerelle, già incazzata nera come se il riposo notturno nel suo caso fosse equivalente alle anfetamine. Attraversava la reception urlando al cellulare cose del tipo: “Nooo, non me ne frega un caazz…, capito??? La presentazione reeeestaa come l’ho fatta io, capitooo?”. Poi salutava tutti dolce come uno zuccherino, e quindi iniziava una lunga interminabile serie di riunioni in cui c’era lei che urlava come una pazza, e tanti poveracci intorno al tavolo che dovevano solo ascoltare e beccare schiaffoni.
Il mio grande problema era che mi odiava. Non era chiaro come si era arrivati in quella situazione; di base c’era sicuramente la mia scarsa fiducia nel suo approccio, e forse la cosa trasudava involontariamente dal mio sguardo e dai miei comportamenti come una fiatata con l’acetone. Sono sicuro che la sua carriera non era stata agevolata, come dicevano le malelingue, dall’accoppiamento con un top manager e da qualche frequente moina; la verità è che le persone aggressive proprio non le tollero, e dopo la decima riunione in cui la vedevo insultare in modo gratuito tutto e tutti senza motivo avevo cominciato a sentirmi fuori luogo. E così Cinzia una sera mi aveva preso in disparte, e guardandomi fisso negli occhi mi aveva detto la mitica frase “ti ho visto che mentre parlavo ridevi, non lo dimenticherò, te la farò pagare, ti farò un culo così”. Vorrei aver risposto a tono, cose tipo “mi sa che di deretani te ne intendi”, ma purtroppo non sono mai stato il tipo a suo agio sul ring.
E così quel giorno sono tornato a casa bisognoso di consolazione, ed ho raccontato tutto a Stefano trovandolo incredibilmente ricettivo. Lui mi ha appoggiato la mano sulla spalla, e con serietà indescrivibile mi ha detto: ”se vuoi te la sistemo io questa cosa…” Sul momento non ero sicuro di aver capito bene, e così gli ho implorato qualche delucidazione. Dopo la sua risposta, credevo di essere finito in un film di gangster: “mi bastano un paio di giorni per capire le sue abitudini, e per trovare il posto adatto; poi metto assieme un paio di amici e la vado ad aspettare…L’ideale è un parcheggio, non hai detto che va sempre in motorino?” “La vuoi spaventare?”, gli ho chiesto. “No, spaventare non ha senso. Nella mia esperienza si deve colpire una volta sola, senza esagerare, ma senza lasciare in piedi…”
Il mondo è fatto così, ci sono sempre delle scorciatoie. Io ho deciso di non approfittare dell’aiuto di Stefano, e dopo qualche settimana ho cambiato lavoro. E se sicuramente non sono il tipo che fa gambizzare una persona, ammetto di essere abbastanza debole da chiedermi qualche volta…e cosa sarebbe successo se avessi accettato?
Vorrei concludere con una raccomandazione per tutti voi. Non illudetevi, ovunque lavorerete, ci sarà sempre una Cinzia che vi coprirà di insulti ingiustificati. Però vorrei cogliere l’occasione anche per mandare un messaggio a tutte le Cinzie del mondo. Non illudetevi, prima o poi, arriverà il momento in cui ci sarà Stefano con gli amici che vi farà la festa in un parcheggio.
Share on FacebookRicordando nonna Emma: ex case popolari ed i molteplici utilizzi del chinino
La vecchiaia talvolta rende insensibili alla paura della morte. Mia nonna fino all’ultimo era molto più preoccupata delle cose che marcivano in frigorifero, e forse grazie a questo ha vissuto con dignità per quasi un secolo.
Per un paio d’anni durante la settimana ho vissuto con lei, che abitava in una ex casa popolare a pochi minuti dall’università. Quando ci si era trasferita con mio nonno Milano finiva proprio lì, ed i bambini facevano giusto due passi per arrivare a correre tra i prati; ma anche se la città dopo si era sviluppata affogando la fisionomia iniziale in chilometri di tangenziali e paesi dormitorio, il gruppo di case di mia nonna aveva continuato ad avere l’aspetto di terra di frontiera che aveva negli anni quaranta; di allora era rimasta solo l’architettura lineare ed un po’ pomposa dell’epoca, riconoscibile solo se si distoglieva l’attenzione dalle pareti sporche piene di graffiti, le crepe nel pavimento di cemento del cortile e le persiane screpolate; dai balconi riempiti all’inverosimile di sedie sfondate, rifiuti ed antenne satellitari si intuiva la presenza di una umanità vissuta fuori dai privilegi borghesi, fatta di tatuaggi di prigione ed anziani in canottiera, giovani sbandati che diffondevano nel cortile musica da discoteca a tutte le ore del giorno e famiglie povere addensate in pochi metri quadri, come le foglie d’inverno sui rami di Ungaretti.
Quando mia nonna era ragazza si diventava grandi molto in fretta; mentre io a vent’anni avevo a malapena la patente, lei era già sposata, aveva avuto due figlie morte di influenza, ed un complicato trasferimento nel nord con una valigia di cartone. La vita l’aveva temprata, e quando negli anni settanta era rimasta una vedova sola si era adattata a questa nuova condizione con una forza e una rassegnazione che al giorno d’oggi non sono più citate neppure su Wikipedia.
La sua vita era regolata da un rigido copione che lei stessa si era creata nel tempo; si svegliava presto per andare a fare la spesa, percorrendo talvolta chilometri tra i mercati all’aperto del quartiere; mangiava ascoltando il radio-giornale, una rassegna di pettegolezzi sui personaggi pubblici del momento e disgrazie di cronaca quotidiana; infine riordinava la casa e cenava davanti ad una telenovela; i suoi rapporti col mondo erano talmente legati a questa multimedialità spazzatura che ogni volta che mi vedeva coglieva l’occasione per ricordarmi che le ragazze vogliono solo farsi mettere in cinta, e le stufe elettriche prendono inevitabilmente fuoco mentre dormi. Infine andava a letto, senza mai dimenticare di chiudere le due persiane che la mettevano in contatto col mondo dei vivi, e di dare la carica all’orologio da polso del nonno che le legava il cuore al ricordo dei morti.
Oggi è sempre più di moda parlare del rapporto tra cibo e salute, ma mia nonna in questo campo è stata un pioniere d’ampie vedute, una audace sperimentatrice della cucina tradizionale in chiave post-moderna, capace di rimescolare le passioni personali per peperoncini ed altri violenti scuoti-stomaco con le ricette salutistiche per vecchietti raccontate da radiodue; sfidando le raccomandazioni del medico, beveva esclusivamente acqua raffreddata nel freezer per il tempo regolato da un timer con una gallina che scandiva i secondi col becco: appena questa suonava, estraeva dall’abbraccio dei surgelati un bicchiere che racchiudeva il principio fisico del punto triplo dell’acqua, la coesistenza di acqua, ghiaccio e vapore, e beveva avidamente dicendo che era l’unico metodo per vincere la sete; il brevetto dei suoi peperoni al forno ha messo alla prova lo stomaco di diversi parenti, che fino ad allora erano convinti di digerire anche le lattine; era molto audace poi la sua interpretazione dell’uso del chinino, l’unico farmaco che diceva di tollerare, che utilizzava sia in polvere nell’insalata per sminuire l’effetto del sale, sia al posto del bagnoschiuma per lavarsi una volta mischiato con scaglie di sapone di Marsiglia e gocce di Infuso delle Trentatré Erbe.
Poi arrivò il giorno in cui mio padre la trovò per terra priva di sensi. Ricoverata d’urgenza, l’ambulanza scelse una destinazione che anni dopo divenne protagonista della cronaca per una serie di illeciti praticati sulla pelle dei pazienti, la premiata clinica Santa Rita. Un giorno vi racconterò come andarono le cose, ma non aspettatevi un racconto divertente.
Talvolta i ricordi più belli che ti restano delle persone sono legati a piccoli episodi insignificanti. Una volta mia nonna mi chiese di aggiustarle una piccola lampada. Io invece andai all’Ikea e gliene comperai una nuova; era molto carina, bianca, di forma simpatica, stava benissimo sul suo comodino; lei si commosse un po’, disse che era forse il regalo più bello che aveva mai ricevuto. Poi dopo qualche giorno mi volle parlare, e sembrava un po’ imbarazzata; mi chiese, non è che mi aggiusti comunque quella vecchia? Io allora le chiesi: nonna, e che cavolo te ne fai di quella vecchia lampada sfracellata? E lei mi rispose: e come facciamo se la bella lampada bianca Ikea si rompe?
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