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L’ultima eclissi del millennio

EclissiNon so quanti di voi lo ricordano, ma nell’estate del 98 c’è stato un giorno in cui la natura ha avuto il sopravvento sulle riunioni di team, i computer si sono spenti all’unisono, le macchinette del caffè sono rimaste senza clienti, e gli uffici si sono svuotati: in mezza Europa gruppi assortiti di impiegati con le maniche delle camice rimboccate si sono riuniti nei parcheggi, sui balconi ed in ogni possibile angolo illuminato ed hanno voltato lo sguardo verso il cielo per guardare l’ultima eclissi del millennio.

In quel periodo lavoravo come consulente nella filiale italiana di una società che imbottigliava coca-cola e derivati; il posto non era male, anche perché permetteva di attingere liberamente da una serie di frigoriferi pieni di lattine. All’inizio questa libertà mi aveva inebriato; io ed i miei colleghi ci alzavamo a turno raccogliendo ordinazioni: “qualcuno beve qualcosa?”. Alla fine della giornata di solito avevo nello stomaco tanto di quel gas che levitavo come un dirigibile; eppure davanti alla tentazione riuscivo a non essere ancora sazio, e così mi riempivo le tasche e lo zaino di lattine tornando a casa barcollando per il peso, camminando rigido come un cavaliere medioevale. Quello che non bevevo lo portavo in regalo, lattine di coca per tutti, per i miei genitori, gli amici, i vicini. Dopo qualche settimana i miei gusti si erano sofisticati come quelli di un drogato, ed avevo cominciato ad assumere in uguali dosi Lemonsoda, Oransoda, Sprite, Nestè ed alla fine anche Bonaqua, l’acqua minerale più gasata del mondo. Quest’ultima in particolare era tremenda, era come essere attaccati ad una bombola di elio; nei giorni subito precedenti alle crisi di dissenteria ed alle coliche renali, entrando nell’ufficio credevo di nuotare sottacqua: percepivo pochi suoni ovattati, intervallati da strani rumori simili alle bolle d’aria che emergono in superficie subito dopo l’immersione di un palombaro.

La mia attività si svolgeva all’interno di un gruppo cospicuo di consulenti totalmente assorbiti da attività di prevendita, vale a dire lavoravamo come pazzi senza produrre assolutamente nulla, garantivamo che eravamo in grado di fare qualunque cosa, e passavamo le giornate facendo dettagliatissime presentazioni di argomenti che non conoscevamo. Io venivo seguito anche in bagno da un manager Belga di piccole dimensioni, che cercava di darsi un tono con una enorme capigliatura stile Little Tony, un vestito elegante due misure superiori alla sua, e degli stivali di pelle simil-coccodrillo con la punta lunga ed aguzza. Aveva avuto il compito improbabile di adattare alla realtà italiana un sistema informatico per la verifica del posizionamento delle lattine; in pratica aveva predisposto un esercito di schiavi che girava per i supermercati di tutta Italia, e verificava che le lattine fossero in evidenza ad altezza occhi, in quantità adeguata, con la pubblicità ben posizionata e specialmente senza pepsi e chinotti tra le palle; se tutto era ok, aprivano un computer portatile grande quanto un criceto e schiacciavano un bottone, mandando un segnale ad un satellite nello spazio che dopo aver raccolti i dati da tutta la città-regione-nazione-continente risparava tutto assieme direttamente sul computer della sede centrale. Il mitico Belga quindi la mattina accendeva il computer, e tutto soddisfatto diceva “all right!”, il che voleva dire o che in tutta Italia avevano messo bene a posto le lattine, o che il segnale aveva cannato direzione e si era perso tra Giove e Saturno.

Io ovviamente ero stato venduto come un esperto conoscitore di posizionamento lattine a livello internazionale, ed ero anche apprezzato per la mia capacità bevitoria che un anziano dirigente aveva definito “al limite delle capacità umane”. Il Belga adorava la mia capacità di produrre presentazioni con disegni assortiti di cannucce e bollicine, ed una volta era arrivato anche a propormi di trasferirmi a lavorare con lui a Bruxelles in uno splendido enorme palazzo a forma di bottiglietta.

In quel mitico giorno d’estate mentre la luna lentamente si posizionava tra milioni di occhi attenti ed il sole, a Milano la giornata era bellissima; purtroppo però da noi l’eclissi era solo parziale ed arrivò appena a coprire una fetta di tutto il disco infuocato. Il Belga quasi si bucò l’iride cercando di vedere il sole attraverso il buco di un floppy disk: diceva di aver letto da qualche parte che era la tecnica giusta, ma la luce passando dalla stretta feritoia aveva assunto l’intensità e la precisione di un raggio laser. Il mio capo (ma quanti capi ho avuto nella vita?) come al solito dimostrò di essere il più duro di tutti, e fissò a lungo direttamente il sole con i suoi occhiali a specchio da agente Poncharello. Uscì dalla esperienza talmente rincoglionito che un paio d’ore dopo, trasferendosi in moto da un altro cliente, rischiò un frontale con un palo del telefono. Per me fu uno spettacolo indimenticabile che mi resterà nell’anima, assieme ad una certa avversione per la coca cola che in quella occasione mi ha quasi bucato milza e duodeno, e ad un grande rispetto per i poveracci che ogni giorno si svegliano all’alba per svuotare casse di scatolame e surgelati per preparare al meglio gli scaffali dei supermercati.

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L’anno delle cavallette

Cavalletta_loL’estate del 78 è stata eccezionale per le cavallette; per diversi giorni sono arrivate ad ondate in sciami fitti e compatti, cadendo dal cielo come se una tempesta tropicale le avesse risucchiate direttamente dall’africa; la notte poi si accumulavano compatte sui campi spogli e sulle pareti delle case come se si dovessero contendere ogni singolo centimetro lasciato libero, e debolmente illuminate dalla luna o dalla luce dei lampioni sembravano un’unica anima grumosa.

Andavamo spesso in campagna da mio zio quell’anno. Le sue terre coprono un’area che racchiude alcune costruzioni molto antiche, piuttosto affascinanti anche se troppo rovinate per essere considerate di qualche interesse artistico. Addirittura c’è un granaio che alcuni secoli fa era una specie di monastero, o almeno a questa conclusione siamo arrivati considerando alcune tracce di dipinti religiosi appena decifrabili, lo scheletro smozzicato di una torre che forse era un campanile, e la linea delle antiche fondamenta di pietra nascosta tra le erbacce. Mio padre non mi faceva mai andare lì ad esplorare da solo, anzi nessuno si avvicinava a quelle costruzioni; l’unica eccezione era un vecchio guardiano zoppicante, ed il suo cane che per tutta la vita era rimasto legato ad una catena saldata a quelle pareti antiche; per tutto il giorno e buona parte della notte la povera bestia abbaiava, sempre con lo stesso tono debole, quasi senza muoversi e con lo sguardo perso nel vuoto, come se l’inedia lo avesse reso cieco e pazzo.

Non tutti i cani nascono sfortunati, ce n’erano un paio che vivevano liberi con noi, ed erano animali cui mancava ogni forma di aggressività; giocavano tutto il giorno, e se appena riconoscevano un po’ di disponibilità si scaraventavano per terra per farsi accarezzare con calma; di solito verso sera poi, accompagnavano me ed i miei genitori in lunghe passeggiate tra i campi. Era già passata una decina di giorni dalla trebbiatura, e si guardava senza timore gli sciami di cavallette che saltellavano tra i gambi mozzati del grano, al limite valutando se intervenire con qualche prodotto chimico o con un lanciafiamme.

Una sera abbiamo scelto un percorso diverso, seguendo una strada che sembrava quasi un sentiero naturale disegnato tra gli avvallamenti delle colline vicine al monastero. Dopo aver proseguito per un centinaio di metri, i cani sono impazziti; hanno cominciato ad abbaiare furiosamente, ringhiando e correndo in modo circolare; poi hanno cominciato a mordere, senza far male più di tanto, ma riuscivano a spaventare. Sul momento nessuno ha dato molto peso all’episodio, ma una settimana dopo abbiamo riprovato la passeggiata, ed arrivati nello stesso punto la situazione si è ripetuta nello stesso identico modo: i cani si trasformavano, diventando bestie rabbiose; il sentiero venne quindi dichiarato “off limits”, e da quel momento abbiamo preferito le mangiate di cozze sotto il pergolato e qualche timida biciclettata tra i vigneti.

Anni dopo ho cenato con mio cugino, e ricordando l’episodio ci siamo lanciati in qualche aggressiva interpretazione storica e metafisica; dopo un paio di birre avevamo praticamente riscritto “L’alba dei morti viventi” in chiave pugliese, non escludendo anche l’ipotesi di qualche coltivazione di piante allucinogene nascoste dal vecchio custode; se non fosse stato per le piramidi forse, da allora non avrei più avuto incubi notturni sull’argomento…piccole piramidi bronzee grandi poco più di un’unghia, trovate tra le zolle di terriccio di quei campi dietro il monastero; erano di forma molto precisa, impossibile confonderle con dei sassi, piccole ma pesanti come se fossero fatte di piombo…Mio cugino ha impiegato anni per capire che cosa fossero, finché alla fine ne ha trovate di identiche in un museo; erano pesanti perché dovevano tendere i fili dei telai, oggetti di lavoro quotidiano per i poveri tessitori del medioevo, che passavano la vita lavorando giorno e notte per guadagnarsi il pane; quando morivano venivano spesso seppelliti con queste piccole piramidi, come se anche dopo la morte potessero continuare ad essere parte della loro quotidianità.

Ricorderò sempre l’anno delle cavallette, quando ero ancora piccolo per essere considerato un ragazzo, ma ero già grande per capire qualche mezza verità sulla vita e sulla morte. Da allora tante cose sono cambiate. Una notte ho sognato di tornare su quella collina; le cavallette erano un tappeto fitto e morbido, e c’era assoluto silenzio; la luce era intensa, ma non c’era il sole. Davanti ai miei occhi, con un grande cane nero e buono, giocava il bambino che ero e che non sarò più.

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Amore e diamanti

Diamante_loE’ una regola fissa, se ami devi regalare diamanti; lo leggi anche sugli incarti dei cioccolatini. Per me che sono un filo più povero della media, la massima è soggetta a qualche personalizzazione; nei miei regali a Silvia mi sono sempre posizionato sulla bigiotteria avanzata, provando a sopperire al basso budget con scelte policrome ed un po’ esotiche, con saltuari picchi di generosità d’argento satinato e qualche pietra preziosa dalle dimensioni tanto minuscole quanto imbarazzanti.

Ammetto di aver toccato il fondo quando le ho regalato l’anello di fidanzamento. Fingendo d’essere un signore d’altri tempi, l’ho accompagnata direttamente dal gioielliere, posizionandola davanti ad una vetrinetta piena di solitari e lasciandola libera di scegliere ciò che voleva. Solo nel viaggio di nozze le ho confidato che avevo fatto un triste accordo sottobanco con il gioielliere, che aveva preparato solo gli anelli sotto un preciso massimale di costo, concordando in anticipo uno sconto a pacchetto che includeva il passaggio di un paio di nominativi di amici fidanzati e le future bomboniere del battesimo di figli e nipoti.

Sicuramente se fossi ricco farei a Silvia molti più regali luccicanti, ed eviterei tutta una serie di pietosi stratagemmi in occasione di compleanni ed anniversari; tuttavia da brutto maschio panciuto e spelato, faccio molta fatica a capire questa passione femminile per oggettini tutto sommato inutili ed ingombranti; spesso mi trovo a domandarmi, ma come cavolo si fa ad essere felici di un regalo che non ha neanche un manuale d’istruzioni?

Silvia quando mi vede depresso mi manda a fare la spesa, mi dice “topolotto mio, è finito il latte, sei contento?”, ed io ribadisco “certo topolotta mia, vado al Galassia, lì c’è un latte favoloso”. Una bottiglia di latte si compera in un paio di femtosecondi; il resto del viaggio premio contempla l’esplorazione di dettaglio dell’attiguo Mediaworld…Computer…macchine fotografiche digitali…lavatrici…frigoriferi in classe A!!! Non sentite anche voi dei violenti brividi percorrervi la schiena?

L’altro giorno ho beccato un commesso che pensava di avere davanti a sé un pollo. Gli ho chiesto “mi consiglia una telecamera decente?”, e questo con aria superiore mi ha indicato un orrido take away da 199,99 €. Dilettante…non aveva idea dello squilibrato che aveva davanti… Così gli chiedo “ed è valido il sensore da 0.8 megapixel?”…Lui pensava che fosse un chiarimento, ed invece era una interrogazione con voto e bacchettate sulle dita. “Certo”, mi fa, “tecnologia di terza generazione”. Seee, come no…”senta”, gli chiedo, “non crede che sia un po’ scarso considerando lo zoom ottico 20x e gli attuali modelli di pari prezzo?” Allora il tipo ha cominciato a balbettare qualcosa, cominciando a tirare fuori una serie di modelli alternativi; solo che mentre lo faceva, io lo incalzavo con una serie di domande di dettaglio estremo. Dopo una ventina di minuti avevo davanti un uomo distrutto, sudato, tremante di rabbia; mentre mi rispondeva, un suo collega cercava le risposte più complesse su internet, ed un paio di curiosi stavano a guardare come se facessero il tifo; per complicare le cose, ogni tanto lo spiazzavo con delle domande totalmente fuori luogo, del tipo “scusi, è in offerta la macchina per fare il pane?”, oppure “lo sa che quella macchinetta del caffè l’ha presa anche un mio amico?”. Probabilmente se avesse intuito che non avevo mai avuto neppure la vaga intenzione di comperare qualcosa, mi avrebbe spaccato la testa; quando ad un certo punto ho visto che aveva entrambe le mani impegnate con delle telecamere costose, ho bofonchiato una scusa, e lo ho salutato cordialmente con un frettoloso “grazie grazie”.

Ora mettetevi al mio posto: mancano solo una decina di giorni al compleanno di Silvia. Vorrei stupirla con effetti speciali, ma il mio conto in banca può permettermi solo un paio di branzini in faccia. Se le sparo una nuova fornitura della mia bigiotteria preferita, finisce che lavo i piatti per il resto dei miei giorni. Ricordo ancora con le lacrime agli occhi il nostro viaggio di nozze a Montecarlo; capite, con l’anello non avevo fatto una gran figura, e così quando davanti ad un punto vendita Bulgari la vidi restare incantata per un gingillino entrai spalancando la porta dichiarando “è tuo, costi quel che costi!”. Il commesso era un misto di ruffiana educazione e sguardo altezzoso da direttore d’albergo sette stelle; mi sussurrò il prezzo con una tale dolcezza da costringermi a chiedergli di ripetere sette volte (dodicimila euro, per la cronaca). Uno “stramaledettaporca” mi uscì direttamente dalle viscere, forse più dall’intestino crasso che dal cuore, e non scorderò mai il suo ironico “se vuole decidere con calma, io resto qui ad aspettarla”. Lui aspetta ancora, se mai diventerò ricco andrò a trovarlo e gli sbatterò un assegno sul naso. Silvia ne resterebbe incantata. Poi per festeggiare passerò da Mediaworld, ed acquisterò tutto il reparto ottica, commessi inclusi.

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Un album rosso e blu

By Aristea…

ROSSOeBLU_loOra Aristea non lo sa, perché manca dall’ambiente da molto tempo, ma negli anni in cui suo padre era ancora in servizio un maresciallo comandante di caserma era tenuto (almeno sulla carta) a svolgere il proprio compito con lo spirito del buon padre di famiglia. Questo significava il giusto equilibrio tra severità e comprensione nei rapporti con i sottoposti, il rispetto delle inevitabili regole militari e attenzione e cura nella gestione di una piccola comunità umana e delle risorse economiche a disposizione della “stazione”. Conscio dei suoi doveri nei confronti dell’Arma e dei cittadini, il padre di Aristea, che defineremo simpaticamente manager, ma per alcuni aspetti di carattere pratico molto molto simile ai marescialli bonari e rotondetti che circolano nelle battute e pertanto protagonista a volte di scenette esilaranti che verranno descritte in un altro raccontino, cercava di comandare la stazione con la maggior diligenza possibile.

Non mancava nulla, certo, in caserma, ma le spese superflue erano ridotte al minimo, gli sprechi non erano tollerati e guai, guai a utilizzare il telefono dell’ufficio per le telefonate personali. Era consentito riceverne, ma solo ai carabinieri freschi freschi appena arrivati dalla scuola allievi e quindi lontani da casa, per dar loro modo di avere notizie dalla famiglia e di sentire comunque, tramite il cavo telefonico, il profumo della terra di origine, dato che quasi tutti provenivano dai paesi bruciati dal sole o isolati nelle aspre montagne del nostro sud.

Esisteva inoltre, nella microeconomia della stazione, un fondo riservato alle spese di cancelleria e di valori bollati. Il suddetto manager, ogni mese, teneva scrupolosamente nota degli acquisti effettuati, block notes appositi per la “minuta”, blocchi di fogli di carta migliore e intestata per i rapporti ufficiali (ed erano dolori se questi ultimi venivano usati per scribacchiare così, a caso), la carta carbone e i nastri per le macchine da scrivere, i francobolli e così via. Il registro entrate-uscite era un capolavoro di perfezione, non solo nella forma ma soprattutto nella sostanza.

E quante volte, appena imparato a scrivere, poco prima di compiere i sei anni che le avrebbero consentito l’ingresso alle elementari e, di conseguenza, anche il diritto di possedere quaderni, fogli, album e colori, Aristea ha guardato con cupidigia tutti quei fogli bianchi che ai suoi occhi potevano riempirsi di parole come per magia. E tutte quelle matite nuove, quelle gomme da cancellare bianche e perfette…Una volta il manager fece un’eccezione alla regola e consentì alla giovanissima Aristea di utilizzare una di quelle matite di colore rosso da una parte e blu dall’altra, ve le ricordate? Ad Aristea era stato regalato un album con i disegni già fatti e voleva colorarlo. Un album colorato di rosso e blu, ultimissimi anni 60, sembrava un sogno, e pazienza se non c’era il verde per colorare gli alberi, gli alberi possono essere anche blu nella fantasia, e poi con le sfumature dei due colori, pensava Aristea, si può davvero colorare tutto… (click qui per leggere tutto il racconto)

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Vecchie foto e ricordi del paesino

old_family_loPer secoli la mia famiglia è rimasta stanziale in un piccolo paese dell’entroterra pugliese, legandosi alla sua terra scura come i fossili sulle pareti di tufo delle caratteristiche case del luogo. Poi nel giro di un paio di generazioni si è sparpagliata in mezza Europa come biglie su un tappeto, trascinando sulle spalle le sue origini sotto forma di ricordi e nostalgia. Io sono tra i primi nati in terra straniera, e per questo faccio fatica a dire dov’è casa mia; ho ricordi di talmente tanti luoghi da non essere realmente affezionato a nessuno, e la mia faccina sorridente è in centinaia di polaroid in bianco e nero in braccio a parenti di cui non ho più memoria.

Fino alla fine della mia adolescenza trascorrevo nel paesino dei nonni almeno due mesi all’anno, e per me non era una situazione molto gradevole. Dopo un viaggio di dodici ore in macchina, reduce dai panini con la frittata che imponeva mia madre, un paio di vomitate per le curve tra Pescara e Bari e qualche pisciatina in mezzo ai campi per evitare le malattie dei cessi degli autogrill, mi ritrovavo ad affrontare un salto indietro nel tempo di almeno un secolo. I miei nonni mi preparavano sempre una stanza dove era morta una leggendaria zia decine di anni prima, una santa secondo i ricordi di tutti. Di lei restavano un paio di inginocchiatoi, ed un set completo di raffigurazioni cristiane di Gesù sanguinanti e santi flagellati che me la facevano fare sotto dalla paura. Per rallegrare l’atmosfera, o forse per aggravare la mia già rilevante imbecillità genetica, le mie zie mi avevano convinto che un quadro di Sant’Antonio avesse anche delle eccezionali proprietà miracolose: se al suo cospetto mi inginocchiavo ad occhi chiusi, in cambio di due avemaria ed un padrenostro avrei ricevuto qualche caramella. Queste di solito mi erano inviate dal santo sotto forma di siluro sulla nuca, generalmente pochi istanti prima dell’amen finale, e per qualche motivo strano erano elargite solo durante il giorno ed alla presenza di qualche parente adulto.

Le giornate erano passate all’insegna dei ricordi, e mia madre con mia nonna e qualche decina di zie arringavano a turno intorno ad un tavolo immenso in zona pranzo. La mia presenza non era particolarmente gradita, e per questo venivo spesso inviato ad acquistare gelati per tutti; mi ricordo il caldo feroce dei pomeriggi di agosto, il paese vuoto, ed io bambino che percorrevo la strada accompagnato dal cricri delle cicale; mi vedo mentre cercavo inutilmente di salvare il salvabile abbracciato ad una decina di coni extra-small, lasciando per tutto il cammino una traccia di crema e stracciatella densa come il muco di una lumaca.

La mia famiglia non era l’unica a riaggregarsi d’estate, e specialmente nel periodo della festa del Santo Patrono la popolazione del paese poteva arrivare a triplicarsi. Per gli indigeni rimasti, noi emigrati eravamo i cosiddetti “ciaonet”, gioco di parole derivato dal tipico saluto del milanese che ritorna nel suo paese e rivedendo parenti ed amici dice “ciao, neee”. Non era disprezzo, quanto piuttosto l’applicazione della abitudine consolidata di affibbiare a qualunque essere vivente un soprannome; c’era un ragazzo che ne aveva uno che adoravo, “Icaro l’uomo che vola”. La genesi del soprannome derivava da un episodio della sua gioventù; non è chiaro se era stata una dimenticanza o il desiderio di impressionare una ragazza, ma sembra che proprio alla festa del Santo Patrono avesse voluto provare la giostrina dei calci-in-culo senza allacciarsi l’apposita catenella di protezione. Per questo motivo l’azione centrifuga ad un certo punto lo aveva fatto partire per la tangente, mantenendolo in volo con un curioso assetto da uomo seduto, e schiantandolo alla fine contro il muro della chiesa.

L’unico momento di festa per me in quelle lunghe vacanze era l’immancabile gita al cimitero. Andarci con mia madre era come fare una visita guidata, caratterizzata da tappe fisse e rituali predeterminati che mi venivano inculcati come se dovessi tramandarle a mia volta a figli e nipoti. C’era ad esempio la visita ai fratellini abissini, trascinati in Italia dal duce per qualche strano scambio culturale e morti durante il viaggio: per loro si recitava un “eterno riposo” e si piangeva sempre un pochino. Poi il colloquio con l’inserviente del cimitero, che teneva aggiornati sui principali morti degli ultimi mesi e sugli interventi fatti ad ossario e cappelle. Quindi un paio di confidenze con le amiche, passando le mani sulle lapidi come i bambini con le figurine, per ricostruire vecchi episodi e pettegolezzi: “questa è quella che aveva sposato questo, e che andava con quello lì, ma nel frattempo si teneva pure questo”, “ahhh, ma guarda che zoccola…”, e con questo si fottevano i fiori alla fedifraga, e si concentravano davanti al povero marito cornuto. Ed infine, la mia tomba preferita, la donna del mistero. Sulla lapide si recitava “a colei che nella vita soffrì tante indicibili pene”, ed immediatamente sopra c’era la foto: una donna con gli occhi chiusi ed i lineamenti rilassati, curiosamente con tre mani adagiate sul petto. Tutti nella mia famiglia erano convinti che le indicibili pene fosse riferito alle tre mani, poveretta. Solo in tempi recenti si è scoperto che la foto era stata fatta dopo la sua morte, e che la terza mano era dell’aiutante del fotografo, che aveva sostenuto la defunta per una memorabile ed eterna ultima immagine.

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Sentirsi speciali

Graduated_loHo appena iscritto mia figlia a scuola. Ho sperato inutilmente in un minimo di fanfara, ed invece nulla. Al giorno d’oggi le scelte più importanti della nostra vita sono siglate dalla indifferenza. Non mi aspettavo nulla di speciale, mi sarebbe bastata la direttrice in lacrime di gioia, che mi accoglieva gridando “non posso crederci! Iscrivete Beatrice qui da noi!!”, un solista col violino, un paio di majorette, e magari un catalogo di insegnanti tra cui scegliere con curriculum e foto in costume allegato. Ed invece solo un modulo da compilare, una penna slavata, una segretaria annoiata che imbucava la domanda in uno scatolone anonimo. Per impostare l’intera vita di mia figlia ho impiegato sei minuti netti, molto meno di quanto mi è servito per trovare posto nel parcheggio.

Anche quando mi sono laureato ho dovuto imbucare una domanda in uno scatolone, ed anche in quel caso lo scatolone era pieno. Era come un messaggio che per tutta la vita si è ripetuto nel mio cervello come l’eco di un grido in un canyon: “chi ti credi di essereeeeee??!!” E su questo non ho molto da obiettare, però in certe situazioni un minimo di gratificazione è d’obbligo. In quasi tutte le università ad esempio dopo l’esame di laurea c’è la “proclamazione”: un’aula solo per te, i professori che ti fanno i complimenti, i tuoi genitori in lacrime, e gli amici fuori che ti festeggiano. Al politecnico di Milano invece, dopo aver frequentato anni di corsi in aule sovraffollate, ti laurei in un’aula ancora più affollata spesso dividendo il banco con un altro paio di persone che si laureano con te, uno dopo l’altro anonimi nelle giacche e cravatte di primo uso. Poi la sera la “proclamazione” si traduce in un’altra sala strapiena dove un bidello legge i nomi dei laureati (di solito qualche centinaio), con il voto.

Comunque per alcuni un minimo di fanfara c’era. Per chi prendeva cento centesimi c’erano due secondi di applauso. Il giorno della mia laurea, c’è stato anche un tipo che ha preso sessanta centesimi, il che vuol dire un esame di laurea penoso e la media del diciotto secco. C’è stata una standing ovation di venti minuti. Non so che fine abbia fatto questo tipo, ma mi sembrava molto sveglio, non mi stupirei se ora è amministratore delegato di qualche grande azienda.

La vita ci vuole livellare, e non ci concede un attimo di gioia per i pochi momenti importanti. Lo doveva sapere bene il compagno di corso di mio padre, che dopo la laurea ha avuto cinque minuti di puro distacco dalla realtà. Uscendo dall’università folle di gioia, si è fatto investire secco dal tram ventitre, ed ha passato il resto della sua vita con una gamba di legno; nelle annuali riunioni con i compagni di corso adorava piantarsi nel piede un chiodo, facendo sempre svenire qualche ragazza.

La mia avventura scolastica ormai è finita da qualche anno, e posso dire che non mi è servita più di tanto per il lavoro. In questo articolo però vorrei sottolineare qualcosa che mi ha dato la scuola e che per me ha significato davvero tanto: gli amici. Anche i compagni di scuola che ho perso di vista da vent’anni, quando li incontro mi fanno sentire a casa. E’ per questo che sono particolarmente contento del fatto che Beatrice sarà in classe con la figlia di due dei miei migliori amici, N. e F.. N. c’era quando mi sono laureato, così come in tanti altri momenti importanti della mia vita. Poi sono arrivate F. per lui, e Silvia per me, ed hai nostri rispettivi matrimoni abbiamo tutti versato qualche lacrimuccia. Con eccezionale sincronismo è arrivata per entrambi la prima bambina, ed abbiamo sfiorato il parto in simultanea in due stanze attigue dell’ospedale. Abbiamo condiviso con loro un indeterminato numero di serate birra e pizza e di pomeriggi ai giardini con i bambini, e posso anche vantare un paio di morsi alle chiappe da parte del loro cane.

Insieme io e N. avremo la possibilità di organizzare degli adeguati pedinamenti quando le bambine inizieranno ad uscire assieme agli amici; non guasta anche il fatto che potremo fare tutti assieme i compiti, visto che è da un bel po’ che i miei neuroni non sono messi alla prova da aritmetica e pensierini. Mi auguro che le due ragazze non si facciano bocciare, non frequentino amici troppo aggressivi ed emancipati, e specialmente che vadano sempre d’accordo e possano essere gratificate da una delle poche cose che ti fanno sempre sentire speciale: l’intensità di una bella amicizia.

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L’uomo di Pietro

Uomo_FiduciaDalla finestra del mio ufficio amavo guardare l’uomo di Pietro in pausa pranzo. Era estate e faceva molto caldo; il prepotente sole estivo si rifletteva sulla sua testa rotonda e pelata, creando strani giochi di luce tra le auto del parcheggio; la cosa però non lo interessava, lui camminava seguendo percorsi precisi e ripetitivi, totalmente assorto in letture di libri dal titolo un po’ enigmatico tipo “La casualità è casuale?” e “Messaggi criptati nella vita di tutti i giorni”.

Pietro era molto diverso: un bell’uomo alto oltre un metro e novanta, molto curato nell’aspetto, con un modo di fare che trasudava sicurezza ed autorità. Pietro inoltre era un professionista del marketing, ed era molto serio e preparato. Aveva solo un problema: era sempre maledettamente incazzato, violento, incontenibile. Se una cosa non gli andava bene si imbestialiva subito, gridava come un ossesso, scriveva mail direttamente al direttore generale, e se perdeva la testa era capace anche di metterti le mani addosso. Per questo quando aveva chiesto un tecnico personale per le sue procedure informatiche, nessuno aveva osato rispondergli sollevando questioni sul budget insufficiente o sulle regole di ingaggio dei consulenti. Si era preferito fare il giro della boa: il mio capo aveva chiamato una società fornitrice di consulenti, e gli aveva detto “procurami uno per xxx euro al mese”, e ”xxx” era molto molto poco. Così Pietro era stato accontentato con uno psicopatico che da almeno cinque anni non trovava un ingaggio, e purtroppo a Pietro costui era piaciuto.

Pietro si portava dietro il suo uomo ovunque, facendolo diventare una presenza costante e pericolosa. Nel bel mezzo di una riunione, il tipo improvvisamente alzava la mano come uno scolaretto che prendeva la parola, e quando apriva la bocca era sempre una tragedia. Si parlava di un nuovo progetto informatico ad esempio, e lui diceva “avete pensato allo storage?” Pietro non sapeva che cosa fosse lo storage, e come lui nessuno dei presenti, nessuno in tutta l’azienda, forse nessuno in tutto il sistema solare. L’unica cosa sicura era che lo “storage” c’entrava con la discussione come un melone in una cassa di birra, ma Pietro che era sempre incazzato appena vedeva le nostre facce interrogative si imbestialiva, e cominciava a gridare “avete visto? Voi non pensate mai alle cose necessarie! Porcaccia la miseria, qui è tutto un casinoooo!”, e picchiando il pugno sul tavolo come un forsennato apriva la posta elettronica, e cominciava a scrivere una mail al direttore generale; e questo che pure non sapeva nulla di storage scriveva al direttore dei sistemi informativi; e questo che forse aveva sentito parlare dello “storage” ma non capiva il problema convocava una riunione di dieci persone, e gira e rigira alla fine dopo svariate mail e gridate mi arrivava l’incarico di fare qualche investigazione e produrre qualche documento inutile che nessuno avrebbe mai letto.

Più passava il tempo, e più il rapporto tra Pietro ed il suo uomo diventava intimo. E con esso, Pietro aveva preso delle strane consapevolezze sul mondo informatico, arrivando a considerarci un branco di pericolosi traditori. Ormai nelle riunioni non faceva più parlare il suo uomo, si faceva confidare le cose all’orecchio. Se lo cercavi per dirgli qualcosa, che ne so, ad esempio che dovevamo cambiare i computer perché erano vecchi, lui chiamava il suo uomo; questo gli diceva due cose all’orecchio, e Pietro cominciava ad urlare “BASTARDI, NON AVRETE MAI IL MIO PC!!!”.

Dopo la lunga estate calda, il mio capo alla fine ha preso coscienza del problema ed ha richiamato la società che aveva affittato l’uomo di Pietro, rilasciando una comunicazione breve e concisa: riprendetevi il vostro uomo, non vogliamo più che passi entro un perimetro di due chilometri dalla azienda. Poi vigliaccamente ha chiamato me, e mi ha detto: va da Pietro, e digli che non abbiamo budget per il suo uomo. Ho impiegato una settimana solo per inventare qualcosa di plausibile e per prepararmi psicologicamente, ma non è bastato. Le urla di Pietro si sono sentite a centinaia di metri di distanza, e vi assicuro che non esagero. Grazie al cielo però Pietro mi voleva molto bene, forse perché anch’io sono un po’ psicopatico. E così, dopo che per un mese ogni volta che mi incrociava mi insultava a scena aperta, mi ha mandato una mail strana. L’oggetto era “Puttaniere, cosa fai stasera?”, e grazie al cielo non aveva in copia il direttore generale. Incredibilmente da quel momento io e Pietro siamo diventati amici; mi chiedeva sempre consigli, e mi portava sempre con se quando andava in una riunione; quindi mi faceva sedere nel primo posto al suo fianco, e parlandomi sottovoce all’orecchio mi diceva “ricordati, tu sei il mio uomo, se mi fregano, ti ammazzo”.

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Riflessioni a pancia piena

banquet_lDopo un pranzo di Natale a base di salumi e sottolio, panettone gastronomico, pappardelle al ragù, arrosto agrodolce con patate, panettone, torrone, due bottiglie di Dolcetto d’Alba ed una di Berlucchi, limoncino della nonna, grappa-souvenir dalla Taiga e caffè aromatizzato alla noce, ho cercato di alzarmi da tavola e sono ricaduto rumorosamente sulla sedia mentre intorno a me tutto il mondo girava vorticosamente. Mi sono quindi trascinato lentamente sul divano delle zie di Silvia, e reclinando all’indietro la testa mi sono addormentato a bocca aperta, offrendo alla famiglia di mia moglie la stessa scena imbarazzante  che ripropongo da circa otto anni fin dalla ufficializzazione del fidanzamento.

Non è colpa mia se sono cresciuto in una famiglia dove le feste venivano passate a tavola, salutando festosi l’arrivo di Gesù con piatti di pasta al forno che strabordavano di una spanna, bis di interi provoloni e tombolate con tarallini e vino. Per me, non mangiare come una bestia quando si è invitati è come sputare sul cuoco, un gesto cafone che scredita l’affetto e la stima che provi per tutta la famiglia di cui sei ospite.

Il problema è che purtroppo ormai con l’età faccio fatica a gestire certe performance culinarie. Quando ero ragazzo digerivo anche le lattine, ero capace di spararmi un intero pollo arrosto e subito dopo giocare a calcio tutto il pomeriggio sotto il sole di ferragosto. Ora invece ho subito difficoltà respiratorie, digestioni lente e rumorose, incubi notturni mostruosi e fastidiosi bruciori allo stomaco che per almeno una settimana mi costringono a riso in bianco e mela bollita. E poi specialmente bevo acqua fino a crepare, tipico effetto della cattiva digestione; oggi pomeriggio ho bevuto talmente tanto che sentivo nelle orecchie il rumore del mare come se ci fossero appoggiate delle conchiglie.

Quando ero al liceo in un paio di occasioni sono riuscito a mangiare un chilo di pasta senza particolari problemi. La mia compagna di classe Cinzia si divertiva un mondo ad invitare me ed il mio compagno di banco a mangiare le chicche della nonna, e spesso chiamava anche parenti e vicini per far vedere di cosa eravamo capaci. C’era di meglio: nella mia compagnia c’era Matteo che riusciva a mangiare da solo un panettone intero in meno di venti secondi. Aveva sviluppata una tecnica personale, con la quale lo spremeva come una spugna comprimendolo progressivamente fino a ridurlo alle dimensioni di un mandarino; poi con una mossa veloce se lo sparava direttamente in gola ingoiandolo con un bel bicchierone di spumante; era incredibile poi vedere la sua pancia gonfiarsi progressivamente fino a restare tesa come se stesse per squarciarsi.

Se poi a queste incredibili gesta si accompagnava la logica della scommessa, si poteva arrivare anche vicini alla morte; un mio compagno di classe è quasi finito in coma etilico per aver tentato di ingoiare un litro di birra in meno di sette secondi; un altro è stato sottoposto ad un intervento di microchirurgia per farsi estrarre dalla bocca una tazzina da caffè, che davanti ad un gruppo di compagni che lo incitavano era riuscito ad infilare intera con successo, ma non a cavar fuori.

Ho visto fare strane cose per l’amore del cibo. Giusto in questi giorni il mio caro amico Nicola ha interrotto sei mesi di dieta per una strafogata di Natale con un menù ampiamente basato su cibi verso cui ha una sospetta intolleranza, e così ha avuto il giusto castigo con le dita di una mano trasformate in salsicciotti. L’episodio che ricordo con più affetto però è quello del mio compagno di liceo Marco e del suo amore per gli affettati; giocava a rugby, ed in una partita aveva rimediato una frattura alla mascella che lo aveva costretto a portare per oltre un mese un apparecchio che immobilizzava i denti, obbligandolo ad una dieta liquida assunta con una sottile cannuccia; dopo solo dieci giorni non ce la faceva più, ed aveva rischiato di morire soffocato infilandosi tra gli incisivi delle fette di salame tagliate sottilissime.

Adesso i tempi sono cambiati, e sono sinceramente preoccupato: ho ancora una quantità spaventosa di cibo da ingoiare obbligatoriamente nei prossimi giorni. Babbo Natale ci ha portato in dono una cesta di cantucci ed altri dolcetti, che ora sto sgranocchiando mentre scrivo questo articolo. Abbiamo già fatto un giro di telefonate per dividerci la preparazione della cena di capodanno, ed il giorno dopo concluderemo con un bel pranzetto dalla mia mamma, che ancora oggi continua a ripetermi che sono troppo magro…

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Racconto di Natale…

Carissimi amici del sito, oggi vi voglio salutare con un nuovo divertentissimo racconto di Aristea. E’ un modo un po’ diverso…per augurarvi BUON NATALE!!! A presto, un abbraccio dal vostro Tempodalupi

Un Natale…diverso (by Aristea)xmas_ball

Erano i giorni precedenti al Natale di molti anni fa, quando una giovane Aristea studiava all’università e condivideva l’appartamento con altre studentesse. Quell’anno, complice un abete vero, ancora odoroso di resina, che ci era stato regalato, avevamo deciso di rendere natalizia l’atmosfera di casa e avevamo preparato l’albero. Date le solite, magre risorse finanziarie tipiche degli studenti, specie del tempo, non avevamo investito quasi nulla in decorazioni classiche, ma avevamo deciso di appendere all’albero anche qualcosa trovato in casa, che so, scatoline colorate e sfiziose, oggettini carini, orsetti e altri animaletti di peluche presi in prestito dai bambini della famiglia vicina, un berretto da babbo Natale che E. aveva utilizzato durante una dimostrazione pubblicitaria in un supermercato (cosa di cui credo si vergogni ancora oggi) per arrotondare un po’ le entrate.

Uno di quei giorni, dopo che una delle inquiline aveva lasciato la casa in seguito alla laurea, venne a vedere l’appartamento una ragazza per informarsi sul costo dell’affitto, le spese, il contratto e così via. L’appartamento, carino, ben tenuto e con un prezzo assolutamente accessibile per una città universitaria come Pisa, non mancava mai di suscitare entusiasmo nelle persone che lo visitavano, ma in questo caso la ragazza si accese non appena visto l’albero nel corridoio (che, a ripensarci, era di una tristezza infinita, con tutte quelle stranezze appese e quel berrettino sulla punta).

 

“Ma che idea pro-di-gio-sa quella di non usare le solite cose, queste scatoline..che colori, brave, a non utilizzare tutte quelle odiose palline, così fragili, così ordinarie…” (per leggere il resto, clicka qui!!)

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Il primo lavoro non si dimentica mai…

office_night_lIl mio primo lavoro è durato solo alcuni mesi. Ricordo ancora l’emozione che ho provato quando ho firmato il contratto di assunzione: dopo aver spedito nel vuoto centinaia di curriculum mi sembrava incredibile essere stato chiamato da quella azienda così importante, la cui sola sede si estendeva per diversi isolati di una zona centrale di Milano; era la fine del 95, allora in Italia esisteva ancora la “grande azienda”, e nessuno poteva immaginare quante cose sarebbero cambiate. Ora di questo colosso non esistono che pochi frammenti sparsi fra i tanti ricordi dell’Italia della “prima repubblica”.

Nel colloquio avevo detto che avrei preferito la morte piuttosto che essere rinchiuso in un laboratorio, ed allora decisero di favorire le mie inclinazioni inserendomi in un ufficio acquisti la cui età media superava il doppio della mia. Era un ambiente ai limiti della schizofrenia, popolato da personaggi strani e variegati come un misto di pesci tropicali tra le alghe di un acquario trascurato.

Ero circondato da persone consumate come i loro abiti logori, signore che dopo la timbratura andavano a fare la spesa, segretarie del direttore con i capelli bianchi e le lunghissime unghie laccate di rosso, addetti alla pulizia di singoli quadri ed all’innaffiamento di piante finte, giornali e manifesti vecchi di anni abbandonati negli angoli e tavoli vuoti di colleghi in aspettativa da tempo immemorabile. Si respirava tensione anche se non c’era quasi nulla da fare, e specialmente moltissimo e gratuito odio verso tutto e tutti: nelle frequenti e prolungate pause caffè sentivo solo sparlare degli assenti con una ferocia ed accanimento da tribuna politica.

I personaggi strani erano numerosi. Il mio vicino ad esempio, non riusciva ad accettare che metà della sua scrivania fosse occupata da un computer, di cui non riusciva ad utilizzare neanche la tastiera. Così per tutto il giorno si limitava a spostare le icone sullo schermo, a farci sopra dei doppi click, e quando accadeva qualcosa che non riusciva a spiegarsi con un sospiro spegneva e riaccendeva borbottando.

C’era un signore attempato che mi faceva paura, passava tutto il giorno seduto al suo posto in assoluta e silenziosa immobilità. Arrivava alle 8.30 puntuale come un cucù svizzero, si sedeva senza salutare nessuno, apriva un quaderno sempre alla stessa pagina, e si bloccava in quella posizione come una statua di cera. Alle 11.00 beveva un caffè da un termos, alle 12.30 mangiava un panino al formaggio che si portava da casa, ed alle 16.30 poco prima di andare a casa andava in bagno, e ne faceva scempio. Quando si alzava c’era un coro di risatine soffocate, e qualche commento del tipo “oggi la vedo male”, o “maledizione, e adesso dove la faccio?”; infatti se dopo avevi la necessità della toilette dovevi farti strada tra montagnole di carta igienica ammonticchiata e brandelli di asciugamani strappati dai distributori.

Ricordo poi una signora enorme, che da sola riusciva a fare più baccano di tutto l’open space. Era difficile provare simpatia per lei: oltre a gridare sempre come una ossessa insultava tutti gratuitamente, ed in particolare si accaniva con i neoassunti che, come spesso ripeteva, avevano fatto gli studi che lei non si era potuta permettere e non sapevano neanche mandare un fax; l’unico momento in cui taceva era dopo pranzo, quando sfruttando la pancia oversize ed una leggera inclinazione della sedia riusciva ad incastrarsi perfettamente tra il tavolo ed il muro, e nel giro di pochi secondi si addormentava russando sonoramente.

Con me erano stati assunti altri due ragazzi; il primo era incredibilmente motivato, e lavorava sempre con impegno inventandosi attività dove non ne esistevano; il secondo dopo pochi giorni era al limite della insubordinazione. Un giorno mi ha invitato a seguirlo, e mi ha portato in un’area della azienda dove un antico amministratore delegato aveva creato una oasi di verde degna di un giardino botanico. Siamo rimasti per ore a lanciare sassi in uno stagno con papere orientali e fenicotteri rosa, raccontando barzellette e scambiando impressioni sul mondo del lavoro che ci aveva così impietosamente accolto. Quando verso sera siamo tornati in ufficio, nessuno si era accorto della nostra assenza. Dopo poche settimane tutti e tre avevamo cambiato lavoro.

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