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Storia di un uomo libero
Di questi tempi la parola “libertà” è un po’ inflazionata: la si sente negli slogan dei politici, nelle commemorazioni storiche, in tanti film, persino nelle pubblicità televisive. Talvolta mi chiedo cosa voglia dire davvero essere liberi, ed ogni volta finisco col pensare ad F.; la sua storia potrebbe essere ambientata all’epoca dei nostri trisnonni, in quelle piccole comunità rurali ferme al medioevo, dove viveva gente talmente povera da non avere neanche un paio di scarpe, e la sfortuna si accaniva sui disgraziati trasformandoli in reietti emarginati dalla comunità. Ed invece F. è una persona dei nostri giorni, una delle tante che potreste incrociare nel vostro cammino.
Non so perché i genitori di F. ad un certo punto della loro vita abbiano deciso di metterlo al mondo, visto che avevano abbastanza difficoltà già solo per gestire sé stessi; sicuramente però, quando si sono accorti che il bambino parlava male ed era quasi sordo, lo avevano abbandonato a sé stesso come un giocattolo rotto.
Le difficoltà e la scarsa attenzione non avevano favorito in F. una crescita armonica e serena, tanto che a dieci anni aveva già abbastanza disturbi della personalità da convincere qualche eletto della scienza medica a rinchiuderlo in un centro per pazzi veri; qui il ragazzino aveva completato le scuole dell’obbligo guardando di straforo la luce del sole, perennemente calmato dai farmaci e dalla minaccia della nanna assicurato al letto da un paio di robusti lacci di cuoio.
Quando l’ho conosciuto F. aveva diciassette anni, ed era uno dei ragazzi che venivano seguiti nel doposcuola dove facevo il servizio civile. Alla fine di una lunga battaglia, gli assistenti sociali erano riusciti a farlo tornare a casa, ed a farlo iscrivere ad un corso professionale; improvvisamente F. era quindi passato da uno stato di totale reclusione ad una situazione di libertà persino eccessiva, con un impegno scolastico che gli prendeva qualche ora, e tutto il resto del giorno in cui poteva girare per la città tra la gente; il passaggio era stato troppo intenso ed improvviso, e questo gli aveva provocato uno stato di euforia assimilabile all’assunzione di stupefacenti.
F. non camminava, correva, anche per spostamenti di pochi metri; F. non parlava, gridava a squarciagola, e rideva per piccole banalità; F. non aveva amici, ma se gli rivolgevi la parola ti si attaccava come una cozza; F era entusiasta della vita, era felice, era pazzo di gioia.
Una volta lo abbiamo seguito di nascosto per la città; lo abbiamo visto entrare in un supermercato e fregarsi un detersivo con lo spruzzatore, che poi aveva svuotato e riempito con semplice acqua; poi aveva iniziato ad inseguire le persone, per spruzzarle; era solo un leggero soffio umido, molti neanche se ne accorgevano; era uno scherzo da ragazzini monelli, fatto da una persona che ragazzino non era mai stato, per divertisti in compagnia dell’unico amico che aveva: sé stesso.
Un giorno il responsabile del doposcuola aveva trovato nello zainetto di F. un pacco di riviste pornografiche, e per qualche inspiegabile motivo aveva deciso di convocare sua madre per concordare una azione educativa. Non scorderò mai questa signora con il suo completo maculato, la minigonna aderente sulle enormi natiche e gli zoccoloni zeppati di finto coccodrillo; l’abbiamo vista rinchiudersi con il responsabile nella stanzetta dei colloqui per pochi minuti, che erano sembrati una eternità; poi la porta si era spalancata, e lei ne era uscita sparata fuori come uno di quei mostriciattoli a molla pigiati nelle scatole degli scherzi. Gridava “F.! Dove sei, porco schifoso!!!”; ma F. nel frattempo si era saggiamente rintanato in un gabinetto, riuscendo ad evitare la miserabile scena della mamma bloccata a forza da due bidelli e quattro educatori. Da fonti sicure, ho saputo che prima di partire la signora aveva afferrato le riviste e le aveva rapidamente infilate nella borsetta, come per rimpossessarsi di un bene prezioso rubato.
Non so che fine abbia fatto F., ma mi piace pensare che alla fine sia riuscito a trovare la sua collocazione nel mondo; con la maggiore età sarebbe andato a vivere in una casa-famiglia, avrebbe avuto un lavoro, e sarebbe stato libero di comprarsi la sua copia di “tette-special” senza rubarla alla mamma. Nel suo sguardo brillava la luce intensa di chi era sopravvissuto ad una condanna, ed aveva capito più di ognuno di noi cosa vuol dire essere davvero liberi.
Share on FacebookSoldi facili
Se penso a quanto profondamente odio lavorare mi commuovo; in questo so di non essere molto diverso dagli altri: rabbia ed insoddisfazione aleggiano nei discorsi della pausa caffè, negli occhi dei pendolari con la valigetta tra le gambe e sulle tavole delle serate con gli ex-compagni di scuola. Lo stipendio è sempre troppo basso, le capacità non sono mai sufficientemente riconosciute ed apprezzate, e l’orario di lavoro è immancabilmente troppo lungo; e mentre cerchi di sopravvivere al mutuo ed alle bollette del gas, apri il giornale e scopri che ci sono politici che fanno porcherie e filibustieri che guadagnano milioni; e così torna nella tua mente la domanda terribile che non ti fa dormire la notte e che in ogni momento del giorno cerchi di schivare come le cacche dei cani: ma non è che il più coglione sei proprio tu?
La mia insoddisfazione è abbastanza generalizzata: non mi piace svegliarmi prima dell’alba per prendere un treno, non mi piace l’idea di passare la giornata seduto davanti ad un computer, non mi soddisfa il numero di zeri della busta paga, e non voglio più ubbidire alle richieste folli di decine di persone che vogliono le cose subito perché “è il business che lo richiede”. In sostanza vorrei lavorare poco, non avere capi, divertirmi come un pazzo, girare il mondo in prima classe e guadagnare un sacco di soldi. Però se proprio devo scegliere, direi che l’unica cosa che davvero desidero è il denaro, il denaro, ed ancora il denaro.
E così un giorno ho deciso di tradurre questo desiderio in un impegno serio, ed ho iniziato a navigare su internet alla ricerca di ogni possibile metodo per guadagnare come Paperone lavorando come Paperino. Dopo aver vagliato con attenzione ogni opzione, sono arrivato alla conclusione che esiste un solo metodo infallibile per scafandrarsi di soldi: il poker on line. Subito ho iniziato ad applicarmi con serietà e passione: ho iniziato a frequentare forum di esperti, ho acquistato un paio di manuali, e quando davanti alla tv la sera Silvia si addormentava mi sintonizzavo automaticamente su “PokerItalia24”.
Dopo aver studiato una serie di metodi statistici infallibili, le partite dei grandi del passato ed i risultati di oltre quattromila simulazioni effettuate con il mazzo di carte con i gattini di mia figlia, mi sono convinto di aver capito tutto e che era il momento di passare ai fatti; seguendo i consigli di una rivista specializzata ho selezionato il sito web adatto valutando una serie di criteri: generosità del bonus all’iscrizione, offerta di tornei gratuiti per guadagnare senza rischiare, adeguato numero di iscritti da spennare; poche lettere dopo il “www” ero circondato da una miriade di monete lampeggianti, assi e re, playmate che ti dicevano “bravo!” ed una tale quantità di promesse di facili guadagni in formato HTML da esserne quasi spaventato.
In un paio di click ero già seduto ad un tavolo circondato da personaggi connessi da qualche posto remoto, nascosti dietro un soprannome colorito e scaramantico del tipo “Perdosempre82”, “Faccioschifo” e “Poverome64”. In palio c’erano ventimila euro virtuali, il premio per un torneo gratuito con la possibilità però di convertire i guadagni in soldi veri secondo un rapporto di un euro ogni duecento milioni di fantamonetine. Praticamente un valore economico nullo, ma evidentemente già abbastanza alto da creare un discreto clima di competizione; le carte hanno iniziato a fare il giro del tavolo, le puntate a saltellare sul piatto, e ad ogni mano io cercavo di completare a mente calcoli statistici a quattro decimali per applicare tutto ciò che avevo imparato, dal “modello della chip indipendente” alla teoria “dell’aggressività implicita”. Dopo cinque mani non capivo più nulla, ed ho iniziato ad applicare metodi più approssimati ed aggressivi, cose tipo “spara tutto, e toccati”. Nel giro di altre due mani avevo finito tutti i fantasoldi, e con essi il sogno di comprarmi un paio di macchine fotografiche ed un gingillino per Silvia; mentre la schermata si chiudeva, non ho potuto evitare il saluto di Chiappachiara78: “torna presto, che almeno ce fai ride…”
Share on FacebookIl bambino che verrà
Giusto un paio d’ore fa percorrevo la tangenziale con l’auto ingombra di buste della spesa; e mentre uno dei miei cd preferiti mi faceva compagnia e la mente si perdeva nel ricordo di un pomeriggio con mia moglie e mia figlia, il cielo improvvisamente si è colorato del blu intenso delle serate d’autunno senza nebbia; così, perdendomi nell’incanto di un momento, mi sono ritrovato a pensare che ci sono piccole cose che rendono la vita degna di essere vissuta.
Bisogna stare attenti a queste piccole parentesi di assurda felicità, non solo perché se sei alla guida è un attimo schiantarsi contro un camion; c’è il rischio di perdere l’orientamento, e smarrire un paio dei punti fermi che ci guidano oggi; si potrebbe smettere di credere che il mondo è pieno di vecchi porci che uccidono ragazzine, politici corrotti e multinazionali che sfruttano il terzo mondo. Si potrebbe anche credere che le cose non vanno così male, e che un generalizzato senso di umanità e rispetto per il prossimo riesca a coprire i lamenti dei bambini che hanno fame e dei profughi che abbandonano le case distrutte dalle nostre bombe.
Ho una grande novità: a marzo diventerò ancora papà. Questa volta è un maschietto; per verificarlo ho dovuto investire una significativa parte del mio stipendio per una ecografia 4d in una clinica specializzata di Milano, dove accanto alla rilevazione delle proporzioni dello scheletrino ed alla registrazione del battito cardiaco, ho ottenuto una gigantografia dettagliata dei suoi genitali neo-concepiti che appenderò in salone accanto al ritratto di mia moglie.
In tanti hanno cercato di smorzare il mio istinto riproduttivo, citando ragionevoli argomenti come la crisi economica, il buco nell’ozono e l’alto tasso di bastardi diffuso nella società di oggi. E’ per questo che alla fine il bambino ha impattato sui quarant’anni miei e di Silvia con il fascino di un frutto proibito, di una marachella combinata in un pomeriggio d’estate quando la nonna non guarda. Ed ora che passo le serate a spolverare sterilizzatori e seggioloni per il loro prossimo uso, mi sorprendo nel sentirmi vivo e pieno di entusiasmo come un vecchio ragazzino, costretto ad altri quindici anni di mancata crescita da una coppia di bambini bisognosi di un papà in ginocchio sul tappeto.
La verità è che ho amici e parenti terrorizzati dalla diffusione del mio patrimonio genetico; in tanti hanno sperato che i miei difetti morissero con me, ed in qualche momento anch’io mi sono guardato allo specchio non leggendoci niente di interessante. Ma poi mi è capitato di riconoscere nei miei figli tanti miei atteggiamenti, vizi e debolezze; divorato dall’amore totale che provo per loro, ho avuto l’opportunità di riscoprire me stesso e di apprezzarmi come mai ho fatto nella mia vita. Ed ecco che quindi mi trovo a sperare che il mio bambino mi rassomigli tremendamente, ma che riesca a vivere tutto con l’intensità e l’amore che non ho sempre avuto e che ora mi sembra un’occasione persa. Mi auguro che viva per gli amici, e che ci sia qualche amico che viva per lui; e che sia l’idolo delle ragazze, ma che per lui ne esista sempre una sola per cui soffra come una bestia; che ami lo sport, ma che non abbia mai particolare voglia di arrivare primo; lo voglio sensibile, gentile, sincero, ma anche un po’ insolente, attaccabrighe e spaccone. Spero di non vederlo mai con un piercing sulla lingua o con dei pettorali ipersviluppati; e colgo l’occasione di questo blog per dire ufficialmente che il motorino, se lo scorda.
Gradiremmo un vostro parere sul nome che io e Silvia abbiamo scelto: il nascituro si chiamerà Sergio. Non è stata una scelta banale, diciamo che era l’unico nome che non ci dispiaceva; poi col tempo, continuando ad usare questo nome accarezzando una pancia e sognando la sua voce, ci siamo ritrovati senza farlo apposta ad esserne innamorati. Così abbiamo deciso di abbandonare le altre ipotesi giunte da parenti ed amici, tra cui spiccavano Leonida, Agamennone, Pasquale e Silvio (brrrr…): credo che almeno di questo, Sergino ci sarà grato in eterno.
Share on FacebookRaffreddore allergico
In questo periodo dell’anno, quando a scuola falsificavo la firma di mio padre per giustificare una assenza, mettevo come causa “raffreddore allergico”; il risultato però era spesso il rischio di una sospensione, ed ancora peggio il confronto con la scusa particolarmente pirla di un mio compagno che copiando la sorella aveva messo “ciclo mensile”; nessuno riusciva a capire l’enorme sofferenza che provavo passando la mattina al bar con gli amici, tentando inutilmente di concentrarmi sul tavolo da biliardo mentre gli occhi lacrimavano e gli starnuti continui mi facevano sbagliare colpo su colpo.
Citando una mitica frase di Liguabue, se avessi cinquanta centesimi per ogni fazzoletto di carta consumato, potrei permettermi una vecchiaia nella piscina piena di Playmate di Hugh Hefner. E d’altra parte vi assicuro che non posso farne a meno, gli effetti del raffreddore allergico hanno una potenza devastante: rassegne interminabili di starnuti, infiammazione dei globi oculare da spray al pepe, asma e naso chiuso. Di solito appena sento prurito ho pochi decimi di secondo per evitare un moccolo che spunta dalle narici imponente come una stalattite; poi, dopo una soffiata nel fazzoletto ed un effimero momento di gratificazione, tornano gli starnuti e si ricomincia da capo.
Nel giro di qualche giorno il raffreddore impatta sul tuo aspetto fisico come una tortura medioevale: sembri uno zombie barcollante, con gli occhi lucidi ed arrossati che spuntano dalla faccia come se ti avessero strizzato i genitali. Il segno distintivo più tipico però è la crosticina di muco solidificato e scaglie di pelle raggrumata sulla punta del naso, provocata dal continuo microscatarramento allergico, che generalmente impiega settimane per guarire.
Gli umani si distinguono in due grandi categorie: gli allergici, e chi non sa ancora di esserlo. E gli allergici a loro volta si dividono in chi impara cosa deve evitare per stare male, ed in chi si rifiuta di accettarlo. E così capita che qualche volta cedo alla tentazione di una bella scampagnata in bicicletta, un picnic con la famiglia in un campo di graminacee, e magari anche una corsa tra i soffioni con mia figlia. I risultati potete immaginarli: crisi d’asma, congiuntivite, orticaria, percezione di immane demenza.
Per cercare di ricuperare un po’ di dignità alla fine tento sempre la carta dell’antistaminico, provandone uno nuovo ogni anno sperando che la scienza nel frattempo abbia inventato la soluzione miracolosa. Ed invece niente da fare: starnutisco un po’ meno, ma è come se prendessi una vagonata di sonniferi. Se poi dimentico gli effetti secondari e la sera mangio qualcosa di pesante, è come passare la notte davanti ad una rassegna di film horror: una scarica di incubi da Dario Argento dei tempi d’oro.
Col tempo ho provato anche altre soluzioni. Avete mai provato l’agopuntura? Sembra incredibile, ma serve anche per le forme allergiche; è stato proprio quando mi sono trovato solo in una stanza, in mutande, con un centinaio di aghetti conficcati ovunque che ho deciso che prima o poi mi sarei dovuto fare un tatuaggio. E’ stato l’unico risultato dell’unica seduta di agopuntura della mia esistenza: ho abbandonato il lettino quando ho visto il medico abbassarmi le mutande con una mano, mentre teneva uno spillone di venti centimetri con l’altra.
Seguendo i consigli di un farmacista vagamente simile ad un santone, per alcuni mesi ho provato anche a seguire una complessa e costosa cura omeopatica a base di ribes nero e zenzero. Quell’anno sono stato male come un cane scannato; “ma quando fa effetto sta roba?”, chiedevo sempre, ed il farmacista mi rassicurava: “devi avere pazienza, devi perseverare”. Normalmente la sofferenza dura fino ad agosto, quando la percentuale di pollini nell’aria cala fino a perdersi tra il biossido di zolfo ed i nitrati dell’inquinamento standard, e finalmente il naso si stura come lo spumante di capodanno; quell’anno invece ho sofferto fino a settembre inoltrato, dimostrando che ribes e zenzero mi rendono solo più sensibile alle fioriture tardive ed ai farmacisti rimbecilliti.
In una fase della mia vita ho anche provato a fare i test per il vaccino: decine di punturine nel braccio simili all’attacco di uno sciame di zanzare tigre affamate. Il risultato è stato che sono “poco” allergico a “tante” cose, e che per questo motivo avrei dovuto subire iniezioni settimanali per circa tre decenni. E’ stata in quella occasione che ho capito che spesso la vita è fatta di tante piccole sfighe, che tutto sommato conviene sopportare.
Share on FacebookLa battaglia delle aragoste
Sabato scorso ho inseguito mia figlia per mezzo supermercato con una aragosta surgelata. Quelle della Ipercoop sono fantastiche come arma, perché sono intere con tutte le chele; riesci a prenderle per la coda ed a sfoderarle dalla tasca come una revolver sei colpi del Far West. Ho provato ad istruire Beatrice ad utilizzare per difesa i polpi surgelati, quelli con la testa schiacciata e larga un braccio, ma purtroppo è ancora un po’ piccolina e fa fatica a maneggiarli in modo adeguato.
I weekend delle famiglie di oggi sono estremamente legati alle visite ai supermercati, molto più delle gite fuori porta e delle serate pizza e cinema; fare la fila per due etti di crudo ventiquattro mesi ha in sé qualcosa di catartico, un po’ come il sottile piacere di approfittare delle promozioni sui carciofi e petti di pollo biologici. Io e Silvia poi ci facciamo sempre tentare da qualche porcata; sabato ad esempio siamo finalmente riusciti a scoprire la salsa Messicana perfetta, quella da abbinare ai Nachos della serata Blockbuster; lo dicevo io, si doveva prendere quella Texana con i peperoni verdi, direttamente importata sullo stesso aereo che all’andata porta agli americani i nostri spaghetti ed il parmigiano. La sera è stato meraviglioso sbaciucchiarsi con le labbra insensibilizzate dal peperoncino, e scambiarsi parole affettuose appena affogate dai rutti imposti dalla libagioni di birra.
Uno dei grandi vantaggi degli ipermercati è che riesci sempre a risparmiare; alla Conad ad esempio ora prendo il ricambio di detersivo per i piatti, non la confezione intera; mi porto da casa il barattolo mezzo vuoto, che lascia sempre nel portapacchi dell’auto un po’ di liquame profumato al limone, e con questo contribuisco alla salute dell’ambiente e risparmio un buon trenta centesimi; poi però inevitabilmente mi faccio fregare dieci euro dal banco pane per una combinazione di focaccia di Recco e un blocco di crostata ai mirtilli spagnoli, che molto probabilmente poi ammuffirà nel frigorifero.
Adoro la capacità degli ipermercati di oggi di coltivare le tue abitudini. Io ad esempio mangio da quindici anni solo I Galletti del Mulino Bianco; inoltre mangio esclusivamente gli spaghetti De Cecco, gli yougurt Kir, e l’insalata “ghiaccio” prelavata; se manca una di queste cose, faccio una scenata isterica. Da quando c’è la crisi economica utilizzo anche esclusivamente il reparto abbigliamento dell’Ipercoop, quello della premiata linea Joyful; con dieci euro ti porti a casa pantaloni e camicia, e sono l’ideale per viaggiare in treno; certo non potete avere in cambio una grossa scelta di colori, e c’è il serio rischio di salire sul locale delle sette e trovarti seduti accanto altri dieci disgraziati vestiti uguale.
Un tempo collezionavi francobolli, ed aspettavi con ansia le lettere degli amici. Ora invece metti da parte i punti di venti raccolte diverse per riempirti la casa di variopinte insalatiere e set di coltelli, ed hai la posta intasata di pubblicità per carne e pesce scontato. Quando ero piccolo c’era sempre il negozietto dietro casa; una volta ogni sei mesi andavo con tutta la famiglia all’Esselunga, ma mio padre sentenziava sempre “sta roba qui non ingrana”; ed invece nel giro di pochi anni i negozietti sono spariti, e ci siamo abituati a girare tra i parcheggi di venti supermercati diversi, divertenti come un Luna Park e tentatori come un Casinò. Un tempo la vita era più semplice, le crostate le faceva la nonna, i pomodori si vendevano solo d’estate, e per assaggiare i tarallini pugliesi dovevi farti dodici ore di treno. La mamma ti portava a giocare ai giardini, ed i papà lavoravano sodo ed erano rispettabili: difficilmente si facevano cacciare da un ipermercato per aver spappolato una aragosta surgelata.
Share on FacebookIl kit dell’appassionato fotografo
Il kit del fotoamatore include sempre un grosso borsone che raccoglie macchine reflex, obiettivi, flash, riviste e libri che nel tempo vengono accumulati con feticistica passione. Nei periodi in cui la passione prende il sopravvento sulla ragione, il borsone mi accompagna ovunque, anche nelle mie trasferte milanesi; nello zaino da pendolare già riempito all’inverosimile il materiale fotografico trova spazio solo se viene spinto dentro con una certa energia, ed alla fine ne modella la forma in modo grossolano ed irreale come la gola di un serpente che ha ingoiato per intero un formichiere adulto.
In queste occasioni di solito prendo il locale per Milano Garibaldi, che mi consente di passare prima di timbrare il cartellino a fare due scatti in uno dei miei luoghi preferiti: il Cimitero Monumentale; lì ci sono gran parte delle caratteristiche che cerco: fiori, ampi spazi verdi, monumenti ed oggetti di forma insolita, e specialmente soggetti che non si muovono e non rompono mai le palle, anche se gli spari addosso il flash tre volte di fila. Quando torno a casa la sera e mostro fiero a mia moglie rassegne interminabili di primi piani di lapidi e candele votive, ricevo spesso in cambio domande imbarazzanti sui miei pensieri mattutini tipici; qualche volta ho anche paura di trovarmi a casa un assistente sociale, nel caso a Beatrice sfugga dire alla maestra che al papà piace fotografare i morti. Però a mia discolpa ci tengo a dirvi che non sono il solo: nelle giornate di sole ci sono decine di fotoamatori come me che gironzolano tra le tombe acquattandosi tra i cespugli, sparando mitragliate di scatti sulle croci bronzee ed i volti pietosi delle madonne di marmo, e mimetizzandosi perfettamente tra statue e cappelle cercano di cogliere le espressioni delle vecchiette che portano i fiori a qualche defunto, rischiando spesso di farle crepare di paura.
Il turbamento delirante che un appassionato prova per la strumentazione fotografica è simile a quello di una donna davanti alla vetrina di una gioielleria: non si capisce più nulla, e se si ha qualche soldo da parte si spende spesso ben oltre le proprie possibilità. Poi dopo arriva il problema vero: ora che ho questa roba pazzesca, dove la uso? Se comperi una mega-collana di perle e diamanti non è detto che tu abbia occasione di sfoggiarla in pranzi di gala e serate eleganti; alla fine pur di farne uso finisce che indossi i gioielli in pizzeria ed in ufficio, così almeno fai crepare d’invidia le colleghe; e così allo stesso modo ti capita spesso di vedere tre-quattromila euro di reflex che partono per la tangente sulle montagne russe di Gardaland, flash nei musei sparati sugli inservienti che gridano che è vietato fare fotografie, e gente che fa filmati con l’I-Phone nei cessi pubblici.
Perdonatemi se non siete d’accordo, ma ormai la fotografia digitale è ovunque. La nostra intera percezione della realtà è andata a farsi friggere, tanto siamo sommersi da modelle ritoccate con Photoshop e verdi inspiegabilmente saturi, e se non c’è la risoluzione di un plasma ad alta definizione ci sembra tutto piatto e scialbo; io stesso mi sono sorpreso a chiedere a mia moglie se voleva una ritoccatina alle tette sulle foto del mare, barattandolo per un minor contrasto sulla mia testa pelata ed un filtro sfumato artistico sul naso di mia suocera.
Eppure l’emozione che provo quando appoggio l’occhio all’obiettivo è indescrivibile. Poi purtroppo però affronto la realtà, che è sempre subordinata al “paradigma del fotografo”: al mondo non c’è mai un bel paesaggio senza un grattacielo ed una discarica, un albero fiorito senza di fianco un traliccio della luce, una strada pittoresca senza un camioncino Volkswagen bianco scrostato parcheggiato nel punto migliore; ogni fotografia ha in sé qualche maledetto elemento estraneo ed indesiderato, ed anche se vi mettete d’impegno arrampicandovi come l’uomo ragno in qualche angolo sperduto ed aspettate sei ore finché la luce è quella giusta e tutti si sono levati dalle scatole, inevitabilmente qualcosa non funziona e la foto viene una schifezza; ecco perché vado al cimitero monumentale: perché continuare a scattare foto ovunque è una condanna, perché i bambini sono abituati a mettersi in posa in modo sincrono, le ragazze appena un po’ carine fanno il botto su youtube, le cene con gli amici sono uno scambio di foto come trent’anni prima si faceva con le figurine; lo faccio per me perché ho speso un macello di soldi per la mia Canon con doppio zoom ultimo modello; e lo faccio per gli altri perché ormai oggi tutti possono essere al centro di un servizio fotografico, è un diritto, sia per i vivi che per i morti.
Share on FacebookL’anno delle cavallette
L’estate del 78 è stata eccezionale per le cavallette; per diversi giorni sono arrivate ad ondate in sciami fitti e compatti, cadendo dal cielo come se una tempesta tropicale le avesse risucchiate direttamente dall’africa; la notte poi si accumulavano compatte sui campi spogli e sulle pareti delle case come se si dovessero contendere ogni singolo centimetro lasciato libero, e debolmente illuminate dalla luna o dalla luce dei lampioni sembravano un’unica anima grumosa.
Andavamo spesso in campagna da mio zio quell’anno. Le sue terre coprono un’area che racchiude alcune costruzioni molto antiche, piuttosto affascinanti anche se troppo rovinate per essere considerate di qualche interesse artistico. Addirittura c’è un granaio che alcuni secoli fa era una specie di monastero, o almeno a questa conclusione siamo arrivati considerando alcune tracce di dipinti religiosi appena decifrabili, lo scheletro smozzicato di una torre che forse era un campanile, e la linea delle antiche fondamenta di pietra nascosta tra le erbacce. Mio padre non mi faceva mai andare lì ad esplorare da solo, anzi nessuno si avvicinava a quelle costruzioni; l’unica eccezione era un vecchio guardiano zoppicante, ed il suo cane che per tutta la vita era rimasto legato ad una catena saldata a quelle pareti antiche; per tutto il giorno e buona parte della notte la povera bestia abbaiava, sempre con lo stesso tono debole, quasi senza muoversi e con lo sguardo perso nel vuoto, come se l’inedia lo avesse reso cieco e pazzo.
Non tutti i cani nascono sfortunati, ce n’erano un paio che vivevano liberi con noi, ed erano animali cui mancava ogni forma di aggressività; giocavano tutto il giorno, e se appena riconoscevano un po’ di disponibilità si scaraventavano per terra per farsi accarezzare con calma; di solito verso sera poi, accompagnavano me ed i miei genitori in lunghe passeggiate tra i campi. Era già passata una decina di giorni dalla trebbiatura, e si guardava senza timore gli sciami di cavallette che saltellavano tra i gambi mozzati del grano, al limite valutando se intervenire con qualche prodotto chimico o con un lanciafiamme.
Una sera abbiamo scelto un percorso diverso, seguendo una strada che sembrava quasi un sentiero naturale disegnato tra gli avvallamenti delle colline vicine al monastero. Dopo aver proseguito per un centinaio di metri, i cani sono impazziti; hanno cominciato ad abbaiare furiosamente, ringhiando e correndo in modo circolare; poi hanno cominciato a mordere, senza far male più di tanto, ma riuscivano a spaventare. Sul momento nessuno ha dato molto peso all’episodio, ma una settimana dopo abbiamo riprovato la passeggiata, ed arrivati nello stesso punto la situazione si è ripetuta nello stesso identico modo: i cani si trasformavano, diventando bestie rabbiose; il sentiero venne quindi dichiarato “off limits”, e da quel momento abbiamo preferito le mangiate di cozze sotto il pergolato e qualche timida biciclettata tra i vigneti.
Anni dopo ho cenato con mio cugino, e ricordando l’episodio ci siamo lanciati in qualche aggressiva interpretazione storica e metafisica; dopo un paio di birre avevamo praticamente riscritto “L’alba dei morti viventi” in chiave pugliese, non escludendo anche l’ipotesi di qualche coltivazione di piante allucinogene nascoste dal vecchio custode; se non fosse stato per le piramidi forse, da allora non avrei più avuto incubi notturni sull’argomento…piccole piramidi bronzee grandi poco più di un’unghia, trovate tra le zolle di terriccio di quei campi dietro il monastero; erano di forma molto precisa, impossibile confonderle con dei sassi, piccole ma pesanti come se fossero fatte di piombo…Mio cugino ha impiegato anni per capire che cosa fossero, finché alla fine ne ha trovate di identiche in un museo; erano pesanti perché dovevano tendere i fili dei telai, oggetti di lavoro quotidiano per i poveri tessitori del medioevo, che passavano la vita lavorando giorno e notte per guadagnarsi il pane; quando morivano venivano spesso seppelliti con queste piccole piramidi, come se anche dopo la morte potessero continuare ad essere parte della loro quotidianità.
Ricorderò sempre l’anno delle cavallette, quando ero ancora piccolo per essere considerato un ragazzo, ma ero già grande per capire qualche mezza verità sulla vita e sulla morte. Da allora tante cose sono cambiate. Una notte ho sognato di tornare su quella collina; le cavallette erano un tappeto fitto e morbido, e c’era assoluto silenzio; la luce era intensa, ma non c’era il sole. Davanti ai miei occhi, con un grande cane nero e buono, giocava il bambino che ero e che non sarò più.
Share on FacebookAmore e diamanti
E’ una regola fissa, se ami devi regalare diamanti; lo leggi anche sugli incarti dei cioccolatini. Per me che sono un filo più povero della media, la massima è soggetta a qualche personalizzazione; nei miei regali a Silvia mi sono sempre posizionato sulla bigiotteria avanzata, provando a sopperire al basso budget con scelte policrome ed un po’ esotiche, con saltuari picchi di generosità d’argento satinato e qualche pietra preziosa dalle dimensioni tanto minuscole quanto imbarazzanti.
Ammetto di aver toccato il fondo quando le ho regalato l’anello di fidanzamento. Fingendo d’essere un signore d’altri tempi, l’ho accompagnata direttamente dal gioielliere, posizionandola davanti ad una vetrinetta piena di solitari e lasciandola libera di scegliere ciò che voleva. Solo nel viaggio di nozze le ho confidato che avevo fatto un triste accordo sottobanco con il gioielliere, che aveva preparato solo gli anelli sotto un preciso massimale di costo, concordando in anticipo uno sconto a pacchetto che includeva il passaggio di un paio di nominativi di amici fidanzati e le future bomboniere del battesimo di figli e nipoti.
Sicuramente se fossi ricco farei a Silvia molti più regali luccicanti, ed eviterei tutta una serie di pietosi stratagemmi in occasione di compleanni ed anniversari; tuttavia da brutto maschio panciuto e spelato, faccio molta fatica a capire questa passione femminile per oggettini tutto sommato inutili ed ingombranti; spesso mi trovo a domandarmi, ma come cavolo si fa ad essere felici di un regalo che non ha neanche un manuale d’istruzioni?
Silvia quando mi vede depresso mi manda a fare la spesa, mi dice “topolotto mio, è finito il latte, sei contento?”, ed io ribadisco “certo topolotta mia, vado al Galassia, lì c’è un latte favoloso”. Una bottiglia di latte si compera in un paio di femtosecondi; il resto del viaggio premio contempla l’esplorazione di dettaglio dell’attiguo Mediaworld…Computer…macchine fotografiche digitali…lavatrici…frigoriferi in classe A!!! Non sentite anche voi dei violenti brividi percorrervi la schiena?
L’altro giorno ho beccato un commesso che pensava di avere davanti a sé un pollo. Gli ho chiesto “mi consiglia una telecamera decente?”, e questo con aria superiore mi ha indicato un orrido take away da 199,99 €. Dilettante…non aveva idea dello squilibrato che aveva davanti… Così gli chiedo “ed è valido il sensore da 0.8 megapixel?”…Lui pensava che fosse un chiarimento, ed invece era una interrogazione con voto e bacchettate sulle dita. “Certo”, mi fa, “tecnologia di terza generazione”. Seee, come no…”senta”, gli chiedo, “non crede che sia un po’ scarso considerando lo zoom ottico 20x e gli attuali modelli di pari prezzo?” Allora il tipo ha cominciato a balbettare qualcosa, cominciando a tirare fuori una serie di modelli alternativi; solo che mentre lo faceva, io lo incalzavo con una serie di domande di dettaglio estremo. Dopo una ventina di minuti avevo davanti un uomo distrutto, sudato, tremante di rabbia; mentre mi rispondeva, un suo collega cercava le risposte più complesse su internet, ed un paio di curiosi stavano a guardare come se facessero il tifo; per complicare le cose, ogni tanto lo spiazzavo con delle domande totalmente fuori luogo, del tipo “scusi, è in offerta la macchina per fare il pane?”, oppure “lo sa che quella macchinetta del caffè l’ha presa anche un mio amico?”. Probabilmente se avesse intuito che non avevo mai avuto neppure la vaga intenzione di comperare qualcosa, mi avrebbe spaccato la testa; quando ad un certo punto ho visto che aveva entrambe le mani impegnate con delle telecamere costose, ho bofonchiato una scusa, e lo ho salutato cordialmente con un frettoloso “grazie grazie”.
Ora mettetevi al mio posto: mancano solo una decina di giorni al compleanno di Silvia. Vorrei stupirla con effetti speciali, ma il mio conto in banca può permettermi solo un paio di branzini in faccia. Se le sparo una nuova fornitura della mia bigiotteria preferita, finisce che lavo i piatti per il resto dei miei giorni. Ricordo ancora con le lacrime agli occhi il nostro viaggio di nozze a Montecarlo; capite, con l’anello non avevo fatto una gran figura, e così quando davanti ad un punto vendita Bulgari la vidi restare incantata per un gingillino entrai spalancando la porta dichiarando “è tuo, costi quel che costi!”. Il commesso era un misto di ruffiana educazione e sguardo altezzoso da direttore d’albergo sette stelle; mi sussurrò il prezzo con una tale dolcezza da costringermi a chiedergli di ripetere sette volte (dodicimila euro, per la cronaca). Uno “stramaledettaporca” mi uscì direttamente dalle viscere, forse più dall’intestino crasso che dal cuore, e non scorderò mai il suo ironico “se vuole decidere con calma, io resto qui ad aspettarla”. Lui aspetta ancora, se mai diventerò ricco andrò a trovarlo e gli sbatterò un assegno sul naso. Silvia ne resterebbe incantata. Poi per festeggiare passerò da Mediaworld, ed acquisterò tutto il reparto ottica, commessi inclusi.
Share on FacebookUn album rosso e blu
By Aristea…
Ora Aristea non lo sa, perché manca dall’ambiente da molto tempo, ma negli anni in cui suo padre era ancora in servizio un maresciallo comandante di caserma era tenuto (almeno sulla carta) a svolgere il proprio compito con lo spirito del buon padre di famiglia. Questo significava il giusto equilibrio tra severità e comprensione nei rapporti con i sottoposti, il rispetto delle inevitabili regole militari e attenzione e cura nella gestione di una piccola comunità umana e delle risorse economiche a disposizione della “stazione”. Conscio dei suoi doveri nei confronti dell’Arma e dei cittadini, il padre di Aristea, che defineremo simpaticamente manager, ma per alcuni aspetti di carattere pratico molto molto simile ai marescialli bonari e rotondetti che circolano nelle battute e pertanto protagonista a volte di scenette esilaranti che verranno descritte in un altro raccontino, cercava di comandare la stazione con la maggior diligenza possibile.
Non mancava nulla, certo, in caserma, ma le spese superflue erano ridotte al minimo, gli sprechi non erano tollerati e guai, guai a utilizzare il telefono dell’ufficio per le telefonate personali. Era consentito riceverne, ma solo ai carabinieri freschi freschi appena arrivati dalla scuola allievi e quindi lontani da casa, per dar loro modo di avere notizie dalla famiglia e di sentire comunque, tramite il cavo telefonico, il profumo della terra di origine, dato che quasi tutti provenivano dai paesi bruciati dal sole o isolati nelle aspre montagne del nostro sud.
Esisteva inoltre, nella microeconomia della stazione, un fondo riservato alle spese di cancelleria e di valori bollati. Il suddetto manager, ogni mese, teneva scrupolosamente nota degli acquisti effettuati, block notes appositi per la “minuta”, blocchi di fogli di carta migliore e intestata per i rapporti ufficiali (ed erano dolori se questi ultimi venivano usati per scribacchiare così, a caso), la carta carbone e i nastri per le macchine da scrivere, i francobolli e così via. Il registro entrate-uscite era un capolavoro di perfezione, non solo nella forma ma soprattutto nella sostanza.
E quante volte, appena imparato a scrivere, poco prima di compiere i sei anni che le avrebbero consentito l’ingresso alle elementari e, di conseguenza, anche il diritto di possedere quaderni, fogli, album e colori, Aristea ha guardato con cupidigia tutti quei fogli bianchi che ai suoi occhi potevano riempirsi di parole come per magia. E tutte quelle matite nuove, quelle gomme da cancellare bianche e perfette…Una volta il manager fece un’eccezione alla regola e consentì alla giovanissima Aristea di utilizzare una di quelle matite di colore rosso da una parte e blu dall’altra, ve le ricordate? Ad Aristea era stato regalato un album con i disegni già fatti e voleva colorarlo. Un album colorato di rosso e blu, ultimissimi anni 60, sembrava un sogno, e pazienza se non c’era il verde per colorare gli alberi, gli alberi possono essere anche blu nella fantasia, e poi con le sfumature dei due colori, pensava Aristea, si può davvero colorare tutto… (click qui per leggere tutto il racconto)
Share on FacebookRiflessioni a pancia piena
Dopo un pranzo di Natale a base di salumi e sottolio, panettone gastronomico, pappardelle al ragù, arrosto agrodolce con patate, panettone, torrone, due bottiglie di Dolcetto d’Alba ed una di Berlucchi, limoncino della nonna, grappa-souvenir dalla Taiga e caffè aromatizzato alla noce, ho cercato di alzarmi da tavola e sono ricaduto rumorosamente sulla sedia mentre intorno a me tutto il mondo girava vorticosamente. Mi sono quindi trascinato lentamente sul divano delle zie di Silvia, e reclinando all’indietro la testa mi sono addormentato a bocca aperta, offrendo alla famiglia di mia moglie la stessa scena imbarazzante che ripropongo da circa otto anni fin dalla ufficializzazione del fidanzamento.
Non è colpa mia se sono cresciuto in una famiglia dove le feste venivano passate a tavola, salutando festosi l’arrivo di Gesù con piatti di pasta al forno che strabordavano di una spanna, bis di interi provoloni e tombolate con tarallini e vino. Per me, non mangiare come una bestia quando si è invitati è come sputare sul cuoco, un gesto cafone che scredita l’affetto e la stima che provi per tutta la famiglia di cui sei ospite.
Il problema è che purtroppo ormai con l’età faccio fatica a gestire certe performance culinarie. Quando ero ragazzo digerivo anche le lattine, ero capace di spararmi un intero pollo arrosto e subito dopo giocare a calcio tutto il pomeriggio sotto il sole di ferragosto. Ora invece ho subito difficoltà respiratorie, digestioni lente e rumorose, incubi notturni mostruosi e fastidiosi bruciori allo stomaco che per almeno una settimana mi costringono a riso in bianco e mela bollita. E poi specialmente bevo acqua fino a crepare, tipico effetto della cattiva digestione; oggi pomeriggio ho bevuto talmente tanto che sentivo nelle orecchie il rumore del mare come se ci fossero appoggiate delle conchiglie.
Quando ero al liceo in un paio di occasioni sono riuscito a mangiare un chilo di pasta senza particolari problemi. La mia compagna di classe Cinzia si divertiva un mondo ad invitare me ed il mio compagno di banco a mangiare le chicche della nonna, e spesso chiamava anche parenti e vicini per far vedere di cosa eravamo capaci. C’era di meglio: nella mia compagnia c’era Matteo che riusciva a mangiare da solo un panettone intero in meno di venti secondi. Aveva sviluppata una tecnica personale, con la quale lo spremeva come una spugna comprimendolo progressivamente fino a ridurlo alle dimensioni di un mandarino; poi con una mossa veloce se lo sparava direttamente in gola ingoiandolo con un bel bicchierone di spumante; era incredibile poi vedere la sua pancia gonfiarsi progressivamente fino a restare tesa come se stesse per squarciarsi.
Se poi a queste incredibili gesta si accompagnava la logica della scommessa, si poteva arrivare anche vicini alla morte; un mio compagno di classe è quasi finito in coma etilico per aver tentato di ingoiare un litro di birra in meno di sette secondi; un altro è stato sottoposto ad un intervento di microchirurgia per farsi estrarre dalla bocca una tazzina da caffè, che davanti ad un gruppo di compagni che lo incitavano era riuscito ad infilare intera con successo, ma non a cavar fuori.
Ho visto fare strane cose per l’amore del cibo. Giusto in questi giorni il mio caro amico Nicola ha interrotto sei mesi di dieta per una strafogata di Natale con un menù ampiamente basato su cibi verso cui ha una sospetta intolleranza, e così ha avuto il giusto castigo con le dita di una mano trasformate in salsicciotti. L’episodio che ricordo con più affetto però è quello del mio compagno di liceo Marco e del suo amore per gli affettati; giocava a rugby, ed in una partita aveva rimediato una frattura alla mascella che lo aveva costretto a portare per oltre un mese un apparecchio che immobilizzava i denti, obbligandolo ad una dieta liquida assunta con una sottile cannuccia; dopo solo dieci giorni non ce la faceva più, ed aveva rischiato di morire soffocato infilandosi tra gli incisivi delle fette di salame tagliate sottilissime.
Adesso i tempi sono cambiati, e sono sinceramente preoccupato: ho ancora una quantità spaventosa di cibo da ingoiare obbligatoriamente nei prossimi giorni. Babbo Natale ci ha portato in dono una cesta di cantucci ed altri dolcetti, che ora sto sgranocchiando mentre scrivo questo articolo. Abbiamo già fatto un giro di telefonate per dividerci la preparazione della cena di capodanno, ed il giorno dopo concluderemo con un bel pranzetto dalla mia mamma, che ancora oggi continua a ripetermi che sono troppo magro…
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