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Maneggiare con cura…
Riflettendoci dopo, abbiamo semplicemente esagerato. Eppure per me e Silvia è stato lo stesso un trauma, un episodio che ci ha rovinato la serata e probabilmente ci lascerà segnati per anni. La verità è che ci erano state fatte delle garanzie precise, quantificate con depliant alla mano, e con un sacco di balle relative a test fatti con squadre di omoni corpulenti con chiappe enormi.
Ed invece è bastato un momento di affetto, Silvia che si accomodava sulle mie gambe per un bacino, e la pressione esercitata ha spezzato di netto lo schienale di quella stramaledetta sedia della cucina che speravo di tramandare ai miei discendenti per molteplici generazioni.
Ora, al di là delle battutine di amici e parenti sul fatto che forse non siamo più magrolini come quando avevamo vent’anni, ed anche qualche allusione sulla potenza muscolare che potevo aver esercitato per spingermi all’indietro ed evitare una aggressione sessuale da parte di mia moglie, per me è Silvia con quella sedia si è infranta una certezza che sembrava scolpita nella pietra: quella per cui in caso di disastro nucleare almeno quelle sedie sarebbero sopravvissute.
Pochi giorni prima ci aveva pensato nostra figlia. Ad un certo punto dalla cucina l’abbiamo vista che saltellava sul divano, ed accanto a lei la nostra meravigliosa lampada a stelo regalo del matrimonio bruciava come una torcia. Nel giro di pochi microsecondi, Silvia era fuori di casa con la bambina, ed io urlando come Tarzan avevo scaraventato la lampada fuori dalla finestra, rischiando di schiantarla sull’auto del mio vicino di casa (che spero non legga mai questo articolo). L’improvvisata ha divertito parecchio mia figlia Beatrice, che però ad un certo punto un po’ affranta mi ha chiesto “papà, sarà bruciato anche il mio appicicaticcio?”. Questa merdina di cui parlava, era una zozzeria comperata in edicola, un animaletto di gelatina molliccia e puzzolente, il cui valore economico era all’incirca un cinquecentesimo di quello della lampada. Per svariati giorni ha giocato a lanciarlo in aria per riprenderlo al volo, e quella sera con la rara precisione che la statistica non riuscirà mai a capire è riuscita a farlo atterrare esattamente sui trecento gradi della luce alogena della lampada a stelo.
Al di là dell’ironia è abbastanza evidente che me la sono fatta sotto dalla paura, e posso solo ringraziare qualcuno di trapassato se ce la siamo cavata. Non posso però evitare anche di fare qualche conto, perché purtroppo nel giro di pochi anni i danni domestici hanno avuto un impatto devastante sul mio magro bilancio economico. Ad esempio da quando mia figlia si è appassionata di danza ed artigianato, il tappeto persiano è devastato come un prato dopo l’allenamento degli All Blacks; da quando ha visto in un cartone animato una scimmietta fare una ragnatela con spago e nastro adesivo, rischiamo di storpiarci per fili tesi come corde di violino tra mobili e muri, a cui Vinavil e Scotch hanno lasciato segni sparsi e delineati come frustate; e specialmente da quando qualche autentico sadico ha portato in casa nostra una scatola di pennarelli, le pareti hanno bisogno di una nuova tinteggiatura, ed in qualche punto anche del muratore.
In realtà mia figlia ha fatto solo qualche piccolo danno superficiale, deve ancora crescere, ora è solo una piccola dilettante; i veri guastatori professionisti sono stati altri, come ad esempio un certo idraulico che alla fine abbiamo allontanato dalla nostra casa con una ingiunzione del tribunale, perché ogni volta che arrivava per riparare qualcosa ne sfasciava due. Grazie a lui abbiamo dovuto spaccare più volte il pavimento per riparare tubature nuove e stranamente già difettose, possiamo vantare il record di tre allagamenti in un anno, sanitari sbilenchi, termosifoni obliqui, ed un sistema di condizionamento che scalda d’estate e rinfresca d’inverno. Vorrei anche ringraziare i professionisti che ci hanno montato le porte, che strisciano come il portone del conte Dracula, i numerosi artisti che hanno lasciato graffiti sul parquet e gli addetti alla installazione della cucina e dei mobili del bagno, che stanno lentamente implodendo come un castello di carte.
Ai tempi dei nostri nonni i mobili duravano almeno una vita, ora invece premia la strategia dell’usa e getta. Dobbiamo imparare ad essere delicati, ed a trattare tutto con molta cura. Ma purtroppo non è sempre così facile, e così l’altra sera siamo rimasti un buon venti minuti a fissare ammutoliti la nostra bella sedia della cucina spezzata a metà come la tavoletta di legno con cui si allenava Bruce Lee. Probabilmente investiremo la tredicesima per comperarne una nuova, rinunciando alla miserabile pretesa di spenderla per uno sfizioso regalo di Natale. Sarà per la prossima volta, anche se sono un po’ dubbioso: in casa abbiamo ancora troppe cose integre da sfasciare.
Share on FacebookEmergenza lavastoviglie
C’è una piccola emergenza a casa mia: si è guastata la lavastoviglie.
“Buongiorno, ho trovato il suo numero su internet. Voi fate assistenza anche per la lavastoviglie XXX?”, “Mi lasci un recapito telefonico”. Ecco la trascrizione integrale della prima telefonata fatta ieri mattina intorno alle ore 9.30. No problem, sono abituato a risposte secche. Certo un “buongiorno” non avrebbe fatto male, comunque lascio il numero ed attendo fiducioso.
Alle 12.30 ricevo una chiamata. “E’ lei che ha chiamato per una lavastoviglie?”, tono nervoso, fiatone di sottofondo. Beh, si, dico io; “e che cos’ha?”, mi chiede di rimando. Mi sento come all’esame di maturità, provo a rispondere in modo sensato, descrivo lucine che restano accese e piatti che restano zozzi; risposta del signor tecnico “questo non vuol dire nulla!”. Allora provo ad essere conciliante, e chiedo: perché non viene a dare una occhiata lei che magari ne sa più di me? Risposta del signor tecnico “lei mi deve dire il modello, e basta”. Segue giro di telefonate a casa, con mia suocera che si sdraia sotto la lavastoviglie rischiando di rimanerci, e mi riferisce tutte le sigle leggibili; quindi nuovo giro per lasciare il numero e chiedere di essere ricontattato, ed infine di nuovo il signor tecnico, che saputo il codice del modello mi risponde solo con un “verrà ricontattato”; “quando?” provo a chiedere, risposta “non lo so”. Fine della comunicazione.
Quanto mi piacerebbe fare così nel mio lavoro. Provo a fare un confronto. Primo caso, qualcosa non funziona in un software del mio perimetro: se non lo aggiusto immediatamente vengo licenziato. Secondo caso, modifica “migliorativa”: mi spiegano cosa fare al telefono in dieci secondi, se non capisco sono affari miei, dico che lo faccio entro un mese e sento come risposta una risata, dico che lo faccio entro la settimana e sento come risposta una risata, lo faccio la notte e se il giorno dopo non funziona vengo licenziato. E non solo, devo sempre essere gentile ed educato, anzi diciamo pure un po’ leccapiedi. Se dico a qualcuno “lasci il numero e la ricontatto” o “non lo so quando lo faccio” posso anche ricevere come risposta uno schiaffone, e nessuno avrebbe da ridire.
Inutile confrontare le professionalità, la mia pesa vent’anni di scuola e dodici in azienda, e non vale molto visto che in India o Cina c’è gente migliore di me che si fa pagare dieci dollari al giorno. Quando ero consulente, il nostro amministratore delegato una sera ci chiuse tutti in uno stanzone, e ci disse che se andava avanti così l’azienda non sarebbe arrivata a Natale. Ci raccontò che in sud Italia c’erano degli imprenditori che si erano organizzati con degli autobus; la notte passavano nei paesi dell’entroterra a reclutare poveri neolaureati disoccupati, e la mattina li scaricavano davanti alle porte di grandi aziende, per lavoretti software pagati a giornata. Per un attimo abbiamo temuto che anche la nostra azienda avesse investito in un autobus, ma in realtà il racconto voleva solo farci capire che rischiavamo di non avere il panettone.
Qualche settimana fa io e Silvia abbiamo deciso di fare un grande investimento: abbiamo portato ad aggiustare l’auto. L’officina ha tenuto la macchina una settimana, e poi mi ha chiamato per dirmi che doveva essere sostituita la centralina, totale mille euro più iva. Allora dico no grazie, preferisco buttarla giù da una scarpata; risposta del meccanico, ok affari suoi, però venga a prenderla subito perché non ho spazio, e mi paghi duecentocinquanta euro per “l’investigazione” (giuro che l’ha chiamata così); urca, gli dico, ma sa che lei costa più di un chirurgo? “Infatti prima ero un chirurgo” mi risponde, e scoppia a ridere come una iena. Era una battuta, ma per un buon dieci secondi ho valutato anch’io l’opzione di mandare al diavolo l’informatica e metter su un’officina. Visto che poi un centro specializzato ha riparato l’auto con un centinaio d’euro, sicuramente ne sapevo più di lui.
Share on FacebookLa dieta orientale
Fino a poco tempo fa i miei criteri di scelta del pasto erano basati sul trio velocità di preparazione, viscosità dell’intingolo ed eleganza della confezione. Sono sempre stato il fesso di riferimento dei dipartimenti marketing delle società di produzioni alimentari, mi è sempre bastata una bella scatola colorata per convincermi ad acquistare un prodotto, portato poi a casa con l’entusiasmo del bambino che torna dalla gita con i souvenir.
La mia vita è cambiata una sera di qualche tempo fa, dopo una allegra cena a casa del mio amico Alberto. Io come al solito mi ero lasciato andare, ed avevo mangiato e bevuto come una bestia. Per digerire, ho accettato l’invito a provare un videogioco della nuova generazione (ndr, la Wii Fit), corredato da una serie di sofisticati strumenti sia per verificare lo stato fisico generale della persona, sia per eseguire alcuni specifici allenamenti di ginnastica aerobica. E così mi sono trovato a seguire le indicazioni sullo schermo della tv, che mi invitavano a salire sulla pedana in un certo modo, fare dei saltelli, stare in equilibrio su un piede e così via. Risultato: secondo quell’ammasso di avanzata tecnologia orientale sono un catorcio, dimostro almeno dieci anni più della mia età anagrafica, sono pesantemente sovrappeso, ed ho uno spostamento del baricentro analogo a quello della torre di Pisa. Ridevano tutti come pazzi, ed Alberto dandomi delle pacche sulla schiena si complimentava dicendo che ero in assoluto quello messo peggio tra tutti quelli che avevano fatto il test; ed io ringraziandolo con atteggiamento indifferente, sentivo ancora nello stomaco la pasta alla besciamella ed il pasticcio di crema affogati nel lambrusco, e per la prima ed unica volta nella mia vita ho avuto la tentazione di correre in bagno e cacciarmi due dita in gola per vomitare come un bulimico.
Ora ogni volta che faccio il bagno resto a lungo a guardarmi la pancia allo specchio. Continua a tornarmi in mente la maledizione che mi aveva lanciato uno zio quando avevo quindici anni, ed ero magro come un chiodo: “quando avrai cinquant’anni, sarai talmente grasso che non riuscirai più a vederti il pisello!”; una maledizione terribile, di quelle che non ti fanno dormire la notte, anche se a rifletterci ultimamente mi capita più spesso di non dormire perché la cena abbondante mi è rimasta sullo stomaco.
Poi una domenica ho visto in tv un programma di dietologia, ed ho capito tutto. Il presentatore faceva un giro in un supermercato, e mostrava tutti i cibi che facevano male; vi giuro, era esattamente la mia spesa standard. E così ho scoperto che i biscotti con cui facevo la colazione da oltre vent’anni fanno ingrassare come un chilo di pancetta, che la mia dieta a base di carboidrati e formaggio equivaleva ad una di zuccheri e colesterolo, e specialmente che i cibi a cui ero totalmente assuefatto erano esattamente quelli che garantivano un infarto prima dei cinquant’anni. Poi però nel programma si parlava dei prodotti sani, dei cibi genuini di cui riempire il frigorifero, e gradualmente, di esempio in esempio si è arrivati al punto d’arrivo, l’alimento perfetto…Il TOFU!
Beh, io non so cos’è il Tofu, a parte le informazioni di Wikipedia che lo descrive come un formaggio di soia molto diffuso nell’estremo oriente. So solo che la sera dopo averne sentito parlare, al ritorno dal lavoro mi sono scaraventato al supermercato per acquistarlo, doppia confezione formato famiglia rigorosamente “al naturale” : Tofu da veri duri.
E così per cena, davanti allo sguardo esterrefatto di Silvia, ho rifiutato le varie opzioni di frittatina più coppa, taleggio stagionato e salame felino. “Che cacchio è”?, chiede Silvia quando vede la maestosa forma di Tofu dall’aspetto budinoide che le piazzo davanti; ed io sospirando, le dico “Tofu, amore mio, assaggia e vedrai”. Due secondi dopo vomitava in bagno. Io, invece, che sono testardo come un capodoglio, ho insistito mangiandone più o meno metà, sudando copiosamente nello sforzo di concentrare il mio pensiero sulle principali disgrazie della mia vita, pur di non pensare allo schifosissimo formaggio di soia che mi scivolava sulla lingua viscido come un verme. Era una scena talmente raccapricciante che la stessa Silvia si è imposta, ed ha scaraventato il residuo avanzato direttamente nell’aiuola al piano terra, dove probabilmente dopo pochi minuti ha generato una epidemia di vomito in qualche migliaio di formiche europee purosangue.
Diverse settimane sono passate da allora. Ora ho iniziato a studiare un manuale di dietologia applicata acquistato su Amazon. In particolare cerco di sopravvivere al pranzo con un paio di mele ed una insalata mista, e non escludo che tra un po’ di tempo proverò pure a riacquistare il Tofu. Dicono che con il tempo ci si abitua, del resto, ci sarà un motivo se se lo pappano un miliardo di orientali. Certo è vero, quando vengono da noi impazziscono per salsiccia e tagliatelle. Però per me è fondamentale arrivare a cinquant’anni, e non restare imbarazzato se guardo in basso dopo aver fatto la doccia.
Share on FacebookIl fidanzato di mia figlia
Per tutta la vita mi sono lamentato dell’educazione rigida e dell’eccesso di protezionismo da parte dei miei genitori. Poi, l’istante stesso in cui sono diventato padre ho iniziato a provare l’istinto paranoico di tenere la mia bambina sempre racchiusa tra le braccia come in un bozzolo, ed ho cominciato ad avere l’incubo del giorno in cui mi comunicherà il nome del primo fidanzato. Già me lo immagino: la prima volta che uscirà da sola la seguirò da un centinaio di metri di distanza, mimetizzato come Willy il coyote mentre insegue Beep Beep; sicuramente andrà da qualche stronzetto con il motorino truccato, il cui nome sarà riportato su tutte le pagine del suo diario al posto dei compiti; la vedo mentre lo raggiunge, camminando come una gatta con i pantaloni a vita bassa, il piercing all’ombelico ed i sandali con le zeppe, ed arrivatogli vicino si protende con le labbra per dargli un bacio e a quel punto…TAAACCC, spunto io incazzato come un toro in una vasca di vernice rossa, e li separo a calci nel sedere (più calci a lui che a lei).
Qualche giorno fa l’ho portata in centro per comprarle le scarpine nuove. Arrivati nel negozio, una commessa simpatica si fa strada tra i clienti, e grida: “non può essere, sei proprio tu, ma sei proprio bella!!!”, e poi girandosi intorno, spiega alla platea “ma sapete che questa bambina è la fidanzata di mio figlio?!?”. Che cacchio dice?, penso io, ‘ha cinque anni, che fidanzata deve essere’?
Guarda caso, proprio in quel momento vedo arrivare una bicicletta con papà e figlio sul seggiolino posteriore, anche lui di età quantificabile intorno al lustro. Il bambino, appena vede mia figlia, spalanca gli occhi come un gufo, e quasi si storpia buttandosi giù dalla bicicletta ancora in movimento. Segue un rapido inseguimento per il negozio, tra scatole di scarpe e clienti divertiti, mentre mia figlia tutta garrula scappa ridacchiando e urlacchiando frasi del tipo “oh, C., ma cosa fai…C. non fare così…”. Alla fine C. la raggiunge e comincia a sbaciucchiarla tutta con la foga di un assatanato. Ed io rimango lì, inebetito, mentre all’altezza delle mie ginocchia si consuma questo frenetico sbaciucchiamento come se io non fossi neanche una presenza fisica sul pianeta Terra; mi domando: che faccio, intervengo virilmente separando i due cuccioli e facendo la figura del papà retrogrado, oppure mi limito a raccomandare “C. fai il bravo ometto” rischiando di fare una figura di cacchio ancora peggiore? O ancora, li lascio fare facendo finta di nulla? E mentre sono lì che mi angustio in questi dubbi esistenziali, il padre di C. tutto trionfante commenta “lei è una delle due fidanzate di mio figlio”. Vista la situazione sono costretto a sorridere di questa battuta, ma dentro mi sento bruciare come Giovanna D’Arco…
Per tutto il giorno ho davanti agli occhi l’immagine di mia figlia con i pantaloni a vita bassa ed i sandali con le zeppe che, arrivata al motorino dell’amichetto, lo sorprende avvinghiato ad un’altra ragazzina. Cercando di scacciare questa immagine orribile, nella notte ho fatto degli incubi terrificanti. Mi sono sognato quindicenne, mentre facevo il bulletto sul mio triste motorino di allora, un boxer 2 monomarcia che non si impennava neanche se lo tiravi su con una gru. Venivo travolto da una squadra di centauri in Harley Davidson, capeggiato da un enorme culturista peloso che portava trionfalmente sul sellino posteriore mia moglie Silvia, vestita in guepiere e stivaletti in pelle nera.
Il giorno dopo mia figlia torna dall’asilo tutta allegra. “Com’è andata?”, le chiedo io, e lei: “benissimo papà, oggi mi sono divertita tantissimo con O.”… O.?? Capendo che è una di quelle situazioni in cui si rende assolutamente necessario indossare l’abito dell’ educatore, prendo mia figlia in braccio, ed accarezzandola sulla testolina le chiedo dolcemente: “piccola mia, dillo a papà tuo, chi cacchio è O.?” E lei tutta zuccherosa mi risponde “O. è il mio fidanzato dell’asilo.”.
Quella sera sono rimasto a lungo a guardare incantato la mia bambina che dormiva come un angelo. Seduto accanto al lettino, festeggiavo il suo doppio fidanzamento sorseggiando un bicchiere di Brunello di Montalcino regalatomi anni fa, brindando alla salute del papà di C..
Share on FacebookUomo-mascotte nell’ufficio delle bellissime
Non so perché, ma ciclicamente capita che Milano si riempia di ragazze bellissime. Sicuramente ci sono degli eventi che influenzano la loro concentrazione media, come la settimana della moda e manifestazioni fieristiche varie, ma personalmente penso che la loro presenza per le strade sia uno di quegli strani eventi che la statistica fa fatica a spiegare, un po’ come le code ai caselli delle autostrade ed i picchi di frequenza delle macchie solari.
Nella zona dove lavoro io ad esempio ci deve essere qualcosa che attira delle giovani modelle straniere, forse qualche agenzia o uno studio fotografico. Capita che passeggiando in pausa pranzo ne incroci due o tre che gironzolano un po’ spaesate con una cartina in mano. Si distinguono come degli alieni nella massa di impiegati in completo grigio e tailleur; ad occhio hanno in media vent’anni, hanno sempre dei visi angelici, superano generalmente il metro ed ottanta e mostrano le gambe con una generosità commovente. Di solito le si incontra nel club sportivo che hanno aperto accanto alla mensa, in particolare nell’annesso ristorante salutistico con menù di insalata e sushi. C’è sempre almeno un tavolo con un gruppo di modelline, e sembra che siano pagate dal club per garantire il tutto esaurito, visto che tutt’intorno pasteggiano impiegati che fino al giorno prima vivevano di besciamella e porchetta e che sembrano di colpo diventati aficionado di insalatine e bevande dietetiche. Violentandomi con durezza sadomasochistica, faccio sempre finta di non notarle; ormai ho una età per cui ragazze così giovani le guardo con la tenerezza di un padre, ottenendo generalmente in cambio i veloci sguardi di disapprovazione riservati ai potenziali stupratori; se invece sono più grandi le cose cambiano e le mie attenzioni sono quelle di una bestia assatanata con la bava alla bocca, ma quello che ottengo è generalmente lo sguardo affettuoso ed un po’ ironico che si riserva ad un nonno che ti confida che ha l’armadio pieno di Viagra.
Dicono che anche nel mondo del lavoro, la bellezza è un’arma che consente di ottenere facilmente soddisfazioni e carriera. Nella mia esperienza, almeno nei brutali ambienti di tecnici avvita-bulloni e programmatori dalla mente devastata, non ho visto niente di ciò; però è vero che la bellezza si nota, e lascia traccia nella vita quotidiana come un evidenziatore sui titoli di un libro. Tanti anni fa ho avuto la fortuna di lavorare per alcuni mesi in un grande ufficio, dove ero l’unico rappresentante del sesso maschile. Vi giuro che era una situazione meravigliosa, le mie colleghe erano tutte carine e simpatiche, e con me avevano sempre l’occhio di riguardo che si riserva alla mascotte di una squadra di calcio. Tra tutte però, spiccava R.; questa non era solo decisamente bella, era uno sconvolgimento ormonale. Riusciva ad unire la prosperità di una giovane Sofia Loren con la dolcezza di un cucciolo di labrador. Era imbarazzante vedere passare dal nostro ufficio dei megadirettori galattici, che anziché chiedere del capo-ufficio venivano a trovare espressamente lei che in quel periodo era ancora una stagista. Provavo ribrezzo per questi uomini normalmente così freddi e distaccati, che arrivati al suo cospetto si trasformavano in teneri simpaticoni. Poi un giorno mi sono sorpreso a ridere come un coglione solo perché ci eravamo reciprocamente messi lo zucchero nel caffè, e lì ho capito che fondamentalmente il sesso maschile al cospetto della bellezza matura automaticamente un quoziente intellettivo di meno dieci.
Il grave problema è che tutte le ragazze sanno come diventare belle, e questo oggi è spesso l’origine di molti problemi. R. però aveva una grande limitazione rispetto alle signore di cui spesso parla la cronaca, in particolare in relazione ad illustri politici ed affini. Era una ragazza seria, gentile con i colleghi e capace di offrire una amicizia sincera. Siamo rimasti in contatto per anni, finché un giorno è scappata a Roma per sposarsi. A proposito, non mi chiedete il suo numero di telefono, il marito è un ex giocatore di Hockey alto due metri.
Share on FacebookArte da ufficio
Ho letto qualche giorno fa che il presidente USA Barack Obama ha selezionato alcuni quadri di Morandi per le pareti della Casa Bianca. Mi fa una certa impressione pensare che al mondo ci possa essere qualcuno che può selezionare dipinti di grandi artisti come si fa con le calze sul catalogo Postalmarket.
La mia conoscenza di Morandi è datata 1992. Al culmine delle mie energie psicofisiche, ero disposto ad investire il mio sabato per viaggiare in treno fino a Bologna solo per darmi appuntamento con una graziosa studentessa di architettura di Venezia. Io invece facevo ingegneria, ero appassionato di scacchi ed informatica, leggevo Dylan Dog e la collezione Urania, e per una intricata questione di scommesse portavo nascosto nel portafoglio un fotomontaggio con la mia faccia sopra una modella con due enormi tette. Come potete intuire, gli argomenti di discussione che proponevo alla mia amica spesso non la appassionavano; e forse anche per farmi un po’ tacere, un giorno con la pazienza di una Crocerossina lei mi portò nel celebre museo di Morandi, accanto ad un giardino costellato da panchine che avrei di gran lunga preferito per abbandonarmi ad una fitta serie di artistiche pomiciate.
Dopo una prima sala tutta dedicata alle nature morte, un corridoio con le pareti interamente costellate di nature morte, ed una sezione specializzata sulle nature morte, sono riuscito a raggiungere una conclusione incredibilmente confermata da numerosi testi specialistici: l’artista in tutta la sua vita ha fatto sempre solo ed esclusivamente nature morte. E non solo: un po’ come il surfista alla ricerca dell’onda perfetta o il maestro del The che dopo anni raggiunge la perfezione assoluta di un singolo gesto, tutte le nature morte rappresentano sempre solo ed esclusivamente la stessa cosa: tre bottiglie, ed un bicchiere. Quando avete finito di vedere la sua opera, vale a dire circa quattrocento quadri assolutamente uguali, arrivate al pezzo forte del museo: la ricostruzione del suo studio, vale a dire una piccola stanza buia, una tavolozza, una tela su un treppiede, ed un tavolo con sopra tre bottiglie ed un bicchiere.
I quadri dei grandi pittori del passato sono ormai merce massificata nel mondo del lavoro. Sulle pareti degli uffici si avvicendano Van Gogh e Kandinsky con una frequenza disarmante, promuovendo una competenza d’arte generalista e di basso livello come quella di fotografia per chi si appende qualche calendario sexy. Ho visto spesso “L’urlo” di Munch vicino alle macchinette del caffè, l’interno del bar di Hopper abbinato al Ficus è tipico dell’ufficio di un responsabile marketing, Klimt e Monet sono da open space, Goya da sala riunioni, Cezanne e Pisarro infine finiscono spesso davanti alla porta dei cessi. Talvolta ti trovi a lavorare per talmente tanto tempo davanti allo stesso quadro, che poi arrivi ad odiarlo con tutta l’anima; per questo la gente non si deve stupire quando sente di anonimi impiegati che usciti dall’ufficio spaccano qualche capitello ed urinano in una fontana del cinquecento.
Concluderò l’articolo di oggi dandovi la risposta alla domanda che vi è sicuramente balenata nella mente una quindicina di righe sopra. Con la tipa di Bologna, non è andata bene. Morandi non ha aiutato, al ventesimo ritratto della triplice bottiglia ho detto delle cose che non avrei dovuto dire; chissà invece come si esprimeranno i grandi della terra quando arriveranno alla Casa Bianca, e dopo una decina di strette di mano, qualche foto di gruppo, un paio di battutine di ordinanza ed un cocktail di benvenuto, si troveranno a chiedere con gentilezza alla signora Obama dov’è la toilette dello Studio Ovale; e lì mentre si abbassano la chiusura lampo, si troveranno ad ammirare le foto di qualche personaggio storico, qualche cimelio di grandi battaglie, magari anche una testa d’alce, e si troveranno a domandarsi perché direttamente sopra il nobile sciacquone a stelle e strisce, avessero messo quello strano quadro un po’ stilizzato, una natura morta, con tre bottiglie ed un bicchiere.
Share on FacebookLa bambina col sole negli occhi
Ieri è morta Lucy, la ragazza che ha ispirato John Lennon per la canzone “Lucy in the Sky with Diamonds”.
Immaginati in una barca su un fiume
Intorno a te alberi di mandarino e cieli di marmellata
Qualcuno ti chiama, tu rispondi lentamente
Sei una ragazza con gli occhi di caleidoscopio.
Fiori di cellofan giallo e verde Sovrastano la tua testa.
Cerchi la ragazza con il sole negli occhi
Ed è già andata.
Per chi non conosce la storia, il pezzo ebbe un grande successo anche per il fascino provocatorio che si desume dalla unione delle iniziali del titolo, LSD; il testo è un misto di cieli di marmellata e fiori di cellofan, ed a lungo si è confusa la creatività del grande leader dei Beatles con le allucinazioni provocate da pasticche ed eroina. Mi ricordo bambino di sette anni, mentre mio fratello faceva andare sul giradischi “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, il disco capolavoro da cui è tratta la canzone; mentre il vinile girava ci sentivamo un po’ psichedelici, ed io ballavo dondolando la testa con gli occhi semichiusi e roteando forsennatamente il bacino come un piccolo figlio dei fiori ubriaco.
Seguila laggiù sul ponte accanto alla fontana.
Lì dove ci sono persone come cavalli a dondolo che mangiano torte di marshmallow
Ognuno sorride mentre si apre un varco tra i fiori
Che crescono incredibilmente alti.
Un taxi fatto di giornali appare sulla spiaggia
Aspetta per portarti via.
Tu ci sali con la testa tra le nuvole.
E parti.
Ed invece era tutta una presa in giro. Lucy era una bambina vera, una compagna di classe di Julian, il figlio di John. Era nato un amore piccolo ed intenso come i loro cuori, che il cucciolo di uomo aveva commemorato con un disegno che adesso Shotebys avrebbe battuto all’asta per almeno un milione di dollari. Rappresentava un cielo pieno di diamanti, dove la sua compagna volava come un uccellino. Per tanti sarebbe stato un semplice disegno. Ma la genialità è prima di tutto la capacità di vedere quello che gli altri non vedono, e per John fu di grande ispirazione.
Immaginati su un treno in una stazione
Con facchini di plastilina e cravatte che sembrano di vetro
Improvvisamente ecco qualcuno al cancelletto girevole.
E’ la ragazza con gli occhi di caleidoscopio.
“Lucy in the Sky with Diamonds”, liberamente tradotta da Tempodalupi
Lucy ha lottato tanti anni contro una grave malattia. Il mondo va avanti. Continueremo a prendere i nostri treni, a fare le nostre otto ore davanti ad un computer, a cenare davanti al telegiornale. Solo se nel cuore resteremo un po’ bambini, riusciremo a vedere i diamanti nei disegni dei nostri figli.
Addio ragazza dagli occhi di caleidoscopio; ora il taxi di giornali ti ha portato via davvero, ed il cielo ti accoglierà tra le sue stelle più brillanti.
Share on FacebookUn tatuaggio è per sempre
I pensieri seri di ogni giorno convivono sempre con tanti piccoli futili desideri. Non importa quanto questi siano irrealizzabili o evidentemente inutili. E’ dimostrato che quanto più restano a sedimentare nel cervello, e tanto più si trasformano in necessità.
Io ad esempio ho trascorso tutta la mia adolescenza con il mito del giubbotto da aviatore. Sapete, quelli con la pelle rovinata fuori e lo strato di pecora intorno al collo. E quel desiderio mi è rimasto dentro come la capsula di cianuro nell’otturazione di una spia, buono buono per anni, fino ad esplodere un freddo giorno del mio primo inverno da lavoratore stipendiato.
Vidi il giubbotto nella vetrina di un negozio alla moda, entrai e chiesi di provarlo. Mi servì una commessa fastidiosamente carina, vestita alla moda con una predilezione per capi sexy, e con l’atteggiamento professionale e sbrigativo di una infermiera di sala operatoria. Selezionò la mia misura dopo aver valutato con occhio un po’ troppo critico le mie spalle, attese la vestizione e mi posizionò davanti allo specchio principale. Studiai attentamente la mia immagine. In tutta la mia vita, non ero mai sembrato così pirla. No scusate, non riesco a rendere l’idea, facevo pena, era come mettere un profilattico su un obelisco. Vi giuro, ero allibito. Dietro di me la commessa, masticando annoiata una cicca mi chiese “lo tiene addosso o lo metto in una borsa”? Credo che rimase stupita dalla mia risposta secca e concisa, ed il giubbotto passò il resto della sua esistenza sulle spalle di qualcuno sicuramente più degno.
Davanti a questo genere di esperienze, è comunque difficile riuscire ad imparare la lezione. Qualche settimana fa ad esempio, con una enorme busta della spesa in mano da cui spuntavano carta igienica e pomodori a ciliegina, mi ritrovai ad entrare in una piccola boutique del tatuaggio in una centralissima via cittadina. Non facevo una gran figura, però ugualmente mi venne a servire con gentilezza una signorina simpatica, decisamente carina, interamente tatuata. Sulle braccia si inseguivano vari generi animali, avvolti da fiamme e ragnatele, e sulle spalle emergevano un paio di facce di noti cantanti rock. Spiccava una realistica rappresentazione di una finestra aperta su un tramonto, installata direttamente sopra l’arco sopraccigliare.
Ero disposto a spendere anche un centinaio d’euro, per realizzare una cosina volutamente molto piccola e simbolica: il nome corsivo delle ragazze della mia vita, mia moglie e mia figlia.
Con molta gentilezza, la tipa mi fece capire che un tatuaggio così banale non aveva molto senso: è vero che alla fine poteva avere un significato profondo per me, ma è anche vero che doveva essere un mezzo per comunicare qualcosa agli altri. Dovetti ammettere che vedere uno con due nomi su un braccio alla fine non ti dice molto. Ciò che però questa gentile tatuatrice non sapeva, era il genere di pazzo che si trovava di fronte. Abbiamo cominciato a buttare giù delle idee di tatuaggi adeguati, e pian piano siamo passati da figure mediamente complesse tipo mani che si intrecciavano tra ghirlande di cuori, a rappresentazioni sempre più astratte e confuse sfiorando di tanto in tanto idee mistiche vicine alla Sacra Famiglia ed al miracolo della creazione. La signorina era entusiasta dalla quantità di idee che stavo proponendo. Certo volevo dirle io, ci faccio un blog con tutte le cazzate che mi passano per la testa continuamente. Era davvero entusiasta, addirittura un paio di schizzi li volle fotocopiare e tenere per se. Chissà, magari una volta mi capiterà di vedere una delle mie creazioni su una tetta.
Comunque alle fine dovemmo affrontare l’argomento più spinoso, il prezzo. Fu abbastanza scioccante sentire che il costo orario di un tatuatore è circa quattro volte quello di un consulente software senior. Se vuoi un tatuaggio di quelli tosti, devi valutarlo come un investimento alternativo ad un’automobile. E dovevo anche decidere in fretta, perché la lista d’attesa era intorno ai sei mesi, peggio di una radiografia all’anca.
Con il budget che avevo in mente non potevo ottenere neanche un pistolino stilizzato. Dovevo quindi scegliere se acquistare il computer portatile nuovo che avevo puntato, o ricamare una spalla con i nomi delle donne della mia vita, con giusto qualche minimo ricamo ed uno sfondo neutro. Mai decisione fu più sofferta.
Una settimana dopo ripensavo a quella strana esperienza, mentre viaggiavo sul mio fetido treno verso il lavoro. Poi lentamente aprii il mio zaino, e mi soffermai ad assaporare la delicatezza della linea soft touch e la tastiera ergonomica del mio nuovo PC portatile. Mi vennero le lacrime agli occhi quando lo accesi, e sentii per la prima volta il suo delicato ronzio. La sua linea già splendida fu immediatamente valorizzata da una foto di Silvia e della mia bambina, impressa sul brillante schermo a tecnologia cristal bright in modo indelebile, come un tatuaggio.
Share on Facebook11 settembre – in memoria
L’azienda di consulenza software in cui lavoravo allora era nata alla fine del 2000, esattamente quando la bolla speculativa di internet aveva iniziato a perdere quota come una mongolfiera bucata. Nonostante questo i primi mesi erano stati gratificanti come un programma elettorale, con discorsi altisonanti della dirigenza, progetti da conquistare, caffè e succhi di frutta gratis, auto aziendale e cellulare.
Quel giorno partecipavo addirittura ad una riunione sulla acquisizione di un’altra azienda. Ero ancora abbastanza giovane e pirla da essere tremendamente emozionato per essere stato coinvolto, anche se venivo trattato con la distratta accondiscendenza che si concede ad un bambino. C’erano un paio di consulenti dell’alta direzione che citavano chiacchierate fatte con amministratori delegati sul campo da golf, più un numero imprecisato di dirigenti e di tipi silenziosi con la faccia di cuoio che non potevano rivelare la loro identità. Di fronte a me, sedeva un tizio vestito in modo sgargiante, un pugno nell’occhio in mezzo ai completi grigi ed alle valigette di pelle degli altri. Si era presentato come un consulente di immagine, era arrivato in ritardo, e dondolando i capelli ricci e lunghi continuava a toccarsi la fronte dicendo che aveva un tremendo mal di testa. Ad un certo punto in un momento di potente silenzio, guardò il cellulare ed esclamò “ehi, la mia donna mi ha appena mandato un sms, sembra che un aereo sia andato a sbattere contro le Torri Gemelle!” Dato che era evidente che tutti lo ritenevano un po’ estroso, nessuno diede particolare peso alle sue parole, e qualcuno disse anche di non metterlo a verbale facendo sghignazzare un po’ tutti.
Poi però d’improvviso sentimmo arrivare dal corridoio un misto di rumori confusi e disordinati, voci, gente che sbatteva la porta, tacchi che sbatacchiavano contro il pavimento. Come d’intesa tutti assieme uscimmo dalla sala, seguendo il gruppo come pecorelle che si uniscono alla mandria.
In una sala avevano approntato una televisione, e tutta l’azienda era inchiodata davanti al “breaking news” della CNN con i due grattacieli fumanti. Dopo qualche minuto la prima torre crollò. Rimasi a fissare inebetito una collega che piangeva, mentre davanti ai nostri occhi migliaia di persone avevano appena fatto una morte orribile.
Nessuna fusione tra aziende fu decisa quel giorno. Il mondo ebbe uno scossone notevole, anche se alla fine non mi sembra cambiato in meglio o in peggio. Mi fa ancora stare male pensare che quel giorno tante persone come me erano andate a lavorare sereni. Dopo aver dormito per l’ultima volta nel loro letto, avevano salutato la loro famiglia, e con essa tutto il loro futuro.
Neanche un mese dopo mi sarei sposato, e sarebbe stato uno dei giorni più belli ed importanti della mia vita. Avevamo appena comperato il biglietto aereo per il viaggio di nozze, Stati Uniti ovviamente. Fummo rimborsati senza polemiche. Mentre pagavo l’affitto della sala per il ricevimento nuziale, la televisione trasmetteva i decolli degli aerei americani che andavano a sganciare le loro bombe intelligenti sull’Afghanistan.
Perdonate il post serio, un po’ fuori tema in un blog guascone come questo. Ma oggi va così, anche Tempodalupi non può permettersi di fare lo spiritoso. Se volete, lasciate anche voi un commento con i vostri ricordi. Arrivederci.
Share on FacebookLa coppia dell’anno
Avevo giurato di escludere il gossip dal mio blog. Ma come non parlare della coppia dell’estate e forse del millennio, George Clooney ed Elisabetta Canalis?
Lui è un tipo che ha fatto fortuna sul suo essere naturalmente simpatico. Ma a lei sono particolarmente affezionato, fin da quel mitico nudo sulla copertina di Panorama che rimarrà scolpito nella storia del giornalismo accanto alla liberazione di Nelson Mandela ed i carri armati della primavera di Praga. Per me fu uno sconvolgimento ormonale, secondo solo alla pubblicità delle calze femminili sul catalogo Postalmarket di mia nonna, quando avevo dieci anni.
La componente bastarda del patrimonio genetico di molti si è sicuramente domandata quanto durerà questa coppia. Ed è vero che i divi spesso non hanno grosse difficoltà sia ad accoppiarsi che a separarsi, e per questo non provo invidia per loro. La conquista è qualcosa di meraviglioso ed unico che rimane nei ricordi di una coppia, la consolida, ed è spesso ciò che fa superare i momenti di difficoltà.
Io ad esempio ho avuto bisogno di anni di meticoloso lavoro per Silvia. Dopo un paio di tentativi di abbordaggio, decisi di mandarle una lettera a mio parere irresistibile. Dentro c’era una mia foto formato cartolina; dalla bocca spuntava un fumetto con un albero decisionale multiramo, che dimostrava logicamente il fatto che dovevamo metterci assieme a partire da un paio di assiomi di matematica applicata. Ovviamente non funzionò, ma mia moglie conserva gelosamente la missiva e tutt’ora capita che la tiri fuori per rallegrare una serata noiosa. Ci vollero molteplici appostamenti, casualità ed eventi combinati per arrivare al successo, però ne è valsa la pena, e tutt’ora quando la vedo mi domando come cacchio è che ho accanto una ragazza così bella.
Ai tempi dei nostri genitori poi era tutto ancora più difficile. Ci dovevano essere doni costosi e presentazioni formali, trattative tra le famiglie, lunghi pomeriggi noiosi passati almeno in tre, feste di fidanzamento pretenziose, ed alla fine ci si sposava senza ancora quasi conoscersi. Mio padre per frequentare mia madre dovette fare una richiesta formale ai suoi genitori, e per l’occasione decise di mandarle un omaggio floreale di un certo rilievo. Al momento dell’ordine, mio padre che ha sempre avuto fiducia nelle capacità degli esperti, si appellò alla fioraia con uno “scelga lei, ma mi faccia fare bella figura”. E questa, non si capisce se per un fraintendimento o perchè conosceva mia madre fin da bambina e voleva esagerare, fece recapitare una corona funebre di due metri cubi, con un misto di rosso, bianco e verde. Mia madre nel raccontarlo sottolinea che dopo di allora, il suo matrimonio è stato un miracolo.
Per i genitori di Silvia le cose si sono mosse su un binario più sereno. Fu galeotta una serata in balera, una tradizione dalle nostre parti. Lei aveva appena rifiutato una lunga fila di pretendenti. Lui impiegò vent’anni per ammettere che era andato ad invitarla per scommessa, ma gli bastarono pochi secondi per convincersi che doveva assolutamente sposarla.
Beh, non so come andranno a finire le cose tra George ed Elisabetta. Personalmente mi sono simpatici, li immagino tipi alla mano, di quelli che puoi invitare ad una festicciola tra amici; sono sicuro che si presenterebbero in moto con una cassa di Martini.
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