Archivi per la categoria ‘Vita da pendolare’

Servizi pubblici ad alta flessibilità

Bus_StopQuesto mese ho iniziato a prendere l’autobus per andare in stazione. Per me è un grande ritorno all’infanzia: l’ultima volta l’ho usato alla scuola media. Poi, per anni ho usato la bicicletta, che mi permetteva di dare di tanto in tanto un passaggio a qualche ragazza coraggiosa. Quindi sono passato all’automobile, il mezzo della totale emancipazione. Ed ora finalmente, arrivato a quarant’anni, sette biciclette rubate, quattro parabrezza spaccati ed un numero imprecisato di multe per divieto di sosta, sono tornato all’autobus; tutto perché ho scoperto che ai pendolari fanno uno sconto di pochi euro sull’abbonamento.

Certo quando avevo quindici anni potevo contare su capacità fisiche ormai dimenticate. Ricordo che prendevo l’uno o il sei, ed erano talmente stracolmi che le porte si chiudevano incastrandosi nello zainetto. Approfitterò dell’indulto per ammettere che diverse volte ho utilizzato i soldi del biglietto per i videogame dei bar. Se capitava un controllore mi eiettavo fuori come se il sedile avesse preso fuoco, una volta addirittura ho fatto un salto dal finestrino. In un’altra occasione ho attaccato un discorso di dodici fermate citando situazioni da libro Cuore, dalla mamma malata ai fratelli in collegio; arrivato a destinazione il controllore aveva le lacrime agli occhi, poi mi ha tirato giù dall’autobus per orecchie, ed alla fine mi ha detto che la volta successiva anziché la multa mi avrebbe tirato un calcio nel deretano. Personalmente, pensavo che se questo mi consentiva di avere i soldi per Space Invaders non era uno scambio così svantaggioso.

Ora gli anni sono passati, ed avevo dimenticato che anche nella mia città ci sono gli autobus. Per me tali strani mezzi di locomozione esistevano solo in metropoli come Milano, dove garantiscono la sopravvivenza a milioni di posti di lavoro grazie alla loro capillarità ed ai loro orari precisi. Così quando nei pressi di casa mia ho visto che l’autobus era garantito alle 6.55, sono arrivato alla fermata la mattina dopo alle 6.50. Pensavo, caspita!, ben cinque minuti prima!!

A quell’ora la mia piccola città è meravigliosamente vuota, vedi al più passare un paio di motorini. Alle 6.55 non è passato nessun autobus. Idem alle 7.00 ed alle 7.05. Così, fissando l’orizzonte come una vedetta da una trincea, ho perso l’interregionale delle 7.08, il locale delle 7.21 e l’intercity delle 7.30. Solo alle 7.15, quando già stavo pensando ad una corsa folle di cinque chilometri per arrivare in stazione e prendere almeno l’eurostar delle 9.00, è arrivato placidamente un piccolo autobus giallo da dieci posti scarsi.

Dentro c’era la mia amica Francesca. “Franci!”, le ho chiesto io, “ma che autobus è questo? Quello delle 6.55 in ritardo o quello delle 7.21 in anticipo?”. Lei mi ha fissato allibita per oltre cinque minuti, poi è scoppiata a ridere. Come un eco, sentivo le stesse risate provenire dall’autista, e da una anziana signora con la busta della spesa tra le gambe. Tutto ciò mi ha fatto dedurre che in una città piccola come la mia, l’osservanza degli orari è legata a fattori piuttosto statistici.

Situazione analoga al ritorno. Mi ero annotato che il numero di autobus corretto da prendere era il quindici. Ammetto di essere un po’ rigido, ma al mio arrivo in stazione ho cercato proprio il quindici. Viale laterale, autobus uno, sei e quattordici. Centro piazza, due, sette ed otto. Allora chiedo ad un autista: scusi, ed il quindici? E questo mi risponde: che ne so? Io guido il sette. Salga pure, tanto vanno tutti più o meno dalla stessa parte.

Ora però credo di essermi adattato alla nuova mentalità. Scendo la mattina, e prendo il primo autobus che vedo. Ed allo stesso modo al ritorno, prendo il primo che capita. Man mano che l’autobus va, chiedo all’autista come arrivare in via Veneto, e questo mi dice cose tipo “scenda ora e poi prenda quel numero”, oppure “faccia un pezzo a piedi”; e così pian piano arrivo a casa per approssimazioni successive, col rischio una volta di prendere un diretto senza scali intermedi per Timisoara.

Certo devo stare attento a non utilizzare la stessa tecnica quando prendo l’autobus a Milano. Qui se sbaglio, rischio di trovarmi nel pieno di una baraccopoli dove ti fanno a pezzi anche solo se hai un portafoglio che spunta da una chiappa. Ed una volta sola ho chiesto un aiuto all’autista, ricevendo in cambio un “checazzovuoi” rapido e doloroso come la fitta allo stomaco dopo un chilo di prugne.

Voglio concludere raccontandovi un piccolo aneddoto. Non so se è una leggenda metropolitana.

Ogni città ha i suoi giusti metodi per prendere i mezzi pubblici, e forse anche per evitare di pagare il biglietto. L’altro giorno un collega mi ha raccontato di aver visto due energumeni, che sono entrati in metropolitana saltando direttamente il cancello d’ingresso con un balzo. Dal gabbiotto è spuntato un piccolo controllore con la faccia timida, che si è messo a gridare con voce delicata: “scusate signori! Il biglietto lo avete fatto?”. Questi si sono girati con aria vistosamente annoiata, ed in sincrono hanno risposto “abbiamo meno di dodici anni”. Uno aveva la barba, e l’altro un sigaro tra le labbra.

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Le difficoltà dei venerdi piovosi…

pioggiaHo almeno tre ombrelli, che per qualche strano motivo dimentico sempre in ufficio. Ho anche ricevuto di recente in regalo un ombrello-gadget con il marchio aziendale, un bestione più lungo di me, forse scomodo ma desiderabile in una giornata piovosa come questa. Ed invece stamattina mi sono dovuto inzuppare per bene, tutto tranne la testa magicamente coperta da un cappello floscio da sette euro e novanta dell’Ipercoop. E’ stato un buon investimento, ma non è bastato per sollevare le sorti della giornata.

Arrivo un po’ umidiccio a Milano Porta Garibaldi, e cerco di alleviare qualche riflessione da quarantenne depresso imbucandomi da Feltrinelli. E’ da diversi giorni che cerco un libro, e sapevo già che non lo avrei trovato neanche qui e che ci sarei rimasto male, ma quando si è depressi si ha sempre la necessità di infierire sul proprio stato d’animo. Vengo accolto da quella musica un po’ intellettuale e malinconica così tipica dei negozi di musica, quella roba che appena la senti ti chiedi “e questo chi minchia è?”, roba d’elite che di solito MTV e Radio 105 non passano. Musica di classe comunque, voce da Joan Beaz con violini e chitarra elettrica, roba un po’ anticonformista ed in linea con la commessa piena di piercing che riordina i cd. Dalla maglietta corta, si intravede un enorme pavone tatuato che probabilmente trova le sue origini in zona coccigea. Mi deprimo ulteriormente, un po’ perché mi accorgo che ho vent’anni in più, un po’ perché quel tatuaggio lo vorrei anch’io.

Tra i libri di poesia scorgo un tizio palestrato e virile, con la barba dura e lo sguardo rabbioso. Appena si sente guardato nasconde il libro come se fosse stato sorpreso dalla mamma a sfogliare Playboy; “I Fiori del Male” di Baudelaire, niente male, forse un pretesto per provarci con la commessa. Sicuramente un tipo interessante, molto di più del drogato di cinema che scava in modo compulsivo nello scatolone dei film in offerta e della tipetta fine che legge i riassunti delle novità con copertina rigida. Un tipo troneggia davanti alle riviste di musica, fermo come una statua della libertà, con al posto della torcia un lungo collare che termina con un cagnolino piccolissimo e peloso, gocciolante di pioggia, anche lui fermo come se fosse in posa per una fotografia.

Trascorro un buon venti minuti a valutare una guida di Tokio scontata del 30%, ed arrivo quasi ad acquistare una raccolta di racconti dedicati agli spaghetti al sugo; poi alla fine faccio la solita passata ai cd ascoltandone un paio in cuffia; mentre ascolto una novità ricercata di punk metal, non mi accorgo che dondolo la testa a tempo di musica, e l’effetto che devo fare con lo zainone sulle spalle ed il cappello floscio calato sulle orecchie deve essere piuttosto inquietante. Infatti vedo che la commessa piercing ha bloccato la sua attività di riordino, e mi fissa un po’ smarrita; il poeta palestrato è al suo fianco, e mi sembra che anche il cagnolino peloso abbia orientato la sua coda nella mia direzione.

Con una fitta di dolore decido quindi di andare a lavorare, seguendo ipnotizzato gli stivali di gomma a fiorellini di una ragazza. Ci immagino dentro mia figlia Beatrice quando avrà diciotto anni. Mi sa che nei prossimi giorni la devo accompagnare all’asilo, devo parlare con quel bambino sdentato che la riempie sempre di baci. Mi infilo nel passante, e prendo il treno con un paio dei tipi che prima erano in libreria. Uno sfoglia un libro: noo! la guida di Tokio! Lo dicevo io che era un affare. Mi siedo vicino per guardarlo, ma il bastardo lo chiude come facevano i miei compagni di classe del liceo quando volevo copiare il compito. Alla mia fermata mi mordo le labbra per reprimere il desiderio di strappargli il libro di mano e scappare via.

Fermata di Lancetti. Sono forse sessanta metri sottoterra, diciamo quattro rampe di scale da una ventina di gradini ed un paio di scale mobili, e come sempre quando passo di qua mi stupisco per l’enorme spazio vuoto. Hanno fatto una stazione grande come uno stadio, come se dovesse esserci un traffico di migliaia di persone, ed invece ogni volta non ne vedo mai più di una decina. Mi sento solo in tutto questo spazio vuoto. Salgo faticosamente le scale, ed emergo sulla strada che mi porta in ufficio. Inutile dire, piove, ed anche parecchio. Spero almeno di ricordarmi di prendere l’ombrello stasera.

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La grande onda

CityWaveFebbraio è il mese peggiore dell’anno. Il tempo fa ancora schifo, l’estate è lontana, ed il lavoro è inevitabilmente arenato su qualche attività progettuale di evidente ripugnante inutilità. Se stamattina mi chiedessero di scegliere tra l’ufficio ed un calcio nel fondoschiena non avrei difficoltà a prendere una decisione, anche se poi zoppicherei per una settimana intera.

Dopo un paio di serate concluse alle due di notte per vedere un imperdibile film di alieni ribelli (“Distretto 9”, vi dirò, sei scarso…) mi sveglio stamattina confuso e dolorante, e nonostante venti minuti di doccia bollente faccio molta fatica a ritrovare il filo conduttore dei miei pensieri. Arrivo nel parcheggio che sembra sia stato appena investito da un bombardamento di raggi gamma, tra alberi scheletrici, rifiuti e pozzanghere puzzolenti, e parcheggio a fatica in uno dei pochi posti vuoti a quasi venti minuti di strada dai binari; mentre esco dall’auto un suono cupo echeggia nella mia tasca, il lamento del cellulare che ormai si scarica in poche ore, e ciò mi scatena dentro una depressione grigia ed umidiccia come il cielo di questa giornata uggiosa. Alla radio ho appena sentito un coro di notizie spezza-ginocchia: economia in crisi, corruzione, stragi, dichiarazioni deliranti di vari personaggi pubblici… Viene il sospetto che abbia ragione l’agente vestito di nero di Matrix (se non avete visto questo film, abbandonate subito il mio sito): l’umanità è un virus.

In mattine come queste imploro che il treno sia in ritardo, ed invece il bastardo chissà perché arriva sempre in orario, e non mi lascia mai il tempo di fare colazione al bar ed un giretto all’edicola. Oggi questo copione ha pure una crudele variazione sul tema: si dichiarano cinque minuti di ritardo, vado quindi al bar per prendere un cappuccino, ed appena me lo servono il treno arriva come se avesse ricuperato il ritardo con una accelerazione nucleare negli ultimi cinque chilometri. E così mi ustiono le corde vocali sbattendo giù nell’ugola un miscuglio malfatto di caffè e latte bollente, e mentre rischio la vita attraversando di corsa i binari la mia mente ritorna sull’angoscioso interrogativo che da tempo mi tortura: sarà così per i prossimi vent’anni?

Ognuno reagisce a modo suo. Io personalmente ho una sola soluzione per sopravvivere a giornate come queste: l’edizione Urania. Sono libri che trovate in edicola, spesso non valorizzati come meritano, generalmente relegati in qualche angolo buio tra le riviste sexy e quelle di informatica. Mi gira la testa solo a leggere i titoli: battaglie sull’orlo di un buco nero, robot umanoidi, esseri di altri mondi e viaggi nel tempo. Mentre dal finestrino del treno la vista si perde tra panorami di raro squallore, mi piace immaginare di scorgere una navicella spaziale che spunta dalla nebbia e silura la locomotiva. E così pure quando arrivo in stazione, tra la folla di viaggiatori mi pare di incrociare almeno un paio di replicanti in fuga da qualche colonia spaziale ed un autentico terminator travestito da pendolare con la valigetta.

Quando però emergo dalla metropolitana, un rantolo di dolore mi esce spontaneo dallo stomaco terrorizzando a morte un paio di vecchiette con la busta della spesa. Con le lacrime agli occhi alzo implorante lo sguardo verso le sommità degli edifici, e la mia fantasia facinorosa mi gratifica con l’immagine di una onda alta ventidue chilometri che si staglia all’orizzonte, dalla Stazione Centrale alla discarica di Gratosoglio. Non ho desideri omicidi, voglio solo che la sua avanzata imponente rimescoli un po’ le carte della mia esistenza, e possibilmente cancelli dall’agenda le due pallosissime riunioni che sono pianificate nel pomeriggio.

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Effetto Lazzaro

LazzaroPersonalmente lo chiamo effetto Lazzaro, ma escludo che ci sia molta narrativa sull’argomento. Mi capita quando penso proprio di avere toccato il fondo, specialmente nei mesi invernali quando la vita da pendolare incide sul mio fisico con la linea dura e precisa di uno stiletto da macellaio. Poi però quando penso di stare per tirare le cuoia, qualcosa mi scatta dentro provocando una reazione neurologica analoga all’assunzione di una miscela di cocaina ed LSD.

Ieri sera ero reduce da un lungo periodo di insonnia, un paio di indigestioni, una lunga influenza passata in piedi e specialmente un week end, due serate ed un giorno di ferie trascorsi a cercare di sistemare il computer di mio fratello ed il contratto telefonico dei miei genitori. Se il dolore è un segnale di allarme, allora era come se il mio corpo avesse invocato lo stato di crisi: non c’era un muscolo che non mi facesse male, intense fitte assalivano lo stomaco come una influenza gastrointestinale, ed un violento dolore pulsante partiva dalla cervicale diffondendosi in tutte le aree censite della testa; mentre mia figlia cercava inutilmente di spiegarmi un gioco, io restavo stravaccato sul divano in stato catatonico,  mentre nel mio cervello dolorante continuavano a rimbombare le musichette melense di un paio di call center con cui avevo discusso per ore; già alle dieci facevo fatica a tenere gli occhi aperti, ho fatto fatica a cenare, a spogliarmi, anche a fare la pipì, e barcollando verso la camera da letto mi sembrava di scorgere strani minuscoli esseri che si muovevano negli angoli poco illuminati dell’appartamento.

Appena ho chiuso gli occhi però è scattato l’effetto Lazzaro; prima di tutto non mi sono semplicemente addormentato, la situazione può essere meglio descritta come uno stato di morte apparente. Quando alle sei è suonata la sveglia, sono scattato in piedi come un guerriero Masai. Ho fatto una doccia ferocemente calda di venti minuti, ho mangiato come un orso dopo sei mesi di letargo, ed ho fatto il tragitto in auto verso la stazione sparando a manetta nelle casse dell’autoradio un cd di musica metal di mia figlia.

Quando sono arrivato al binario mi sentivo come un dio greco, pieno di energie da fare paura, ottimista, sereno e pure un po’ strafottente. Il treno era già arrivato, schifosamente in orario come non capitava da dieci anni. Allora in segno di protesta nei confronti del mondo intero, mi sono seduto sulla panchina, ed ho lasciato partire il treno stracolmo guardandolo con disprezzo. Fanculo, mi sono detto, prendo il treno locale così mi siedo come un signore e viaggio comodo e tranquillo.

E così con la lentezza di un bradipo mi sono avviato verso il mitico binario sette, lì dove la stazione di Piacenza finisce assieme a tutta l’Emilia Romagna.

Salito sul treno, sono rimasto subito colpito da quanto era incredibilmente sporco e malmesso. I sedili erano quasi tutti rovinati e costellati da strane placche di sporco indurito, il riscaldamento non funzionava ed i finestrini non si chiudevano bene e lasciavano entrare spifferi di aria gelida; in più avevano appena soppresso un paio di treni, e così nel tragitto sono state fatte una decina di fermate in più per un totale di oltre quaranta minuti di ritardo all’arrivo. Tremante di freddo ho pregato che il treno si riempisse in modo da garantire un po’ di riscaldamento per effetto stalla; e così il fato mi ha punito con la compagnia di tre rompipalle che hanno discusso animatamente fino a Milano Rogoredo di questioni legate alle vicende del Grande Fratello, disturbandomi più di un coro di cellulari e precludendomi la possibilità di concentrarmi un po’ sul mio amatissimo blog; una tizia poi vestendosi mi ha sbatacchiato in faccia il giubbotto, quasi spaccandomi due incisivi con la chiusura lampo d’acciaio e facendo saltare la chiavetta internet che avevo nel pc fino al lato opposto del vagone.

Ed ora eccomi qui, già incazzato come un leone affamato mentre inizio una giornata che si prevede tremenda. Dopo un paio di riunioni alle undici sarò già distrutto, e quando arriverò a casa stasera sarò talmente malmesso che passerò come al solito tutto il week end a dormire lottando con la nausea ed il mal di testa. E mentre accendo il computer e cerco di iniziare la mia giornata lavorativa, mi rendo conto che l’effetto Lazzaro si è già esaurito, e che al giorno d’oggi il vero miracolo non è fare resuscitare i morti ma far stare in modo decente i vivi.

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Imprigionato in stazione – seconda ed ultima parte

Locomotiva_neveIl 21 dicembre Tempodalupi ha rischiato di crepare di freddo nella stazione di Milano. La neve cadeva, e Trenitalia restava a guardare mentre centinaia di pendolari bivaccavano. Dopo aver cercato di deragliare un treno con un gruppo di viaggiatori infuriati, Tempodalupi è riuscito a trovare un sedile su un convoglio che prometteva di portarlo a casa. L’attesa però non era divertente, e tra i poveri viaggiatori che aspettavano da ore al freddo si era diffusa ben presto la disperazione…

 

Ad un certo punto un urlo ha lacerato l’aria: “panini! Bibite!”…incredibile, un venditore abusivo girava per i vagoni con un secchio della spazzatura riempito di porcate. Otto euro per una coca cola, dodici per un panino al prosciutto. In fondo allo scompartimento una signora ha avuto una crisi isterica: aveva in braccio un bambino piccolissimo avvolto in un mini-completo da eschimese, un altro di pochi anni più vecchio seduto vicino che chiedeva se poteva fare la pipì, le gambe bloccate dai bagagli, ed almeno tremila persone e venti minuti di cammino tra lei e l’unico bagno della stazione.

Finalmente dopo un paio d’ore si sono accese le luci ed è partito il riscaldamento, accompagnato da urla di gioia ed un coro di invasati del cellulare che chiamavano ottimisticamente casa per programmare la serata. Ed invece era solo terrorismo psicologico, la corrente ha iniziato ad andare e venire ad intermittenza, provocando ogni volta il fischio della chiusura della porta e una sparata di aria gelata dai bocchettoni del condizionamento. Improvvisamente dopo un fischio più prolungato del solito, qualcuno ha gridato “le porte sono bloccate!”, e mentre preso dal panico già cercavo di spaccare a testate il finestrino il treno è partito.

Poi è iniziata la tragedia delle stazioni intermedie. A Lambrate e Rogoredo ci aspettavano intere vagonate di persone, disposte ad uccidere per un posto al caldo dopo ore di attesa sotto la neve. Per qualche motivo davvero inspiegabile, moltissimi avevano prenotazioni di treni precedenti soppressi, che qualche buontempone aveva assicurato che restavano validi sul nostro convoglio. La questione avrebbe potuta essere chiarita con facilità da qualche controllore, che però inspiegabilmente per tutta la durata del viaggio non si è mai visto, quasi come se il treno fosse stato guidato e gestito da un invisibile fantasma.

Durante il viaggio tutti i posti erano occupati, così come ogni millimetro del corridoio, dell’inframmezzo dei vagoni, del bagagliaio e dei cessi. Per questo sfugge completamente alla mia comprensione come mai ad un certo punto sono passati due addetti delle ferrovie con il carrello per vendere bibite e vivande, servizio che in svariati anni di pendolare avrò visto al massimo un paio di volte; il passaggio in mezzo alla folla è stato simile a quello di Attila con le sue truppe, con gente che rimaneva azzoppata e sbattuta in braccio ai fortunati col posto a sedere; qualcuno si è pure comprato un panino, sicuramente non a buon mercato, e pochi minuti dopo ha anche commentato ironicamente che quelli del venditore abusivo erano migliori.

Sono passate un paio di settimane da allora, ma nel cuore mi è rimasta una domanda che quella sera si facevano tutti: com’è che si chiama l’amministratore delegato delle ferrovie dello stato? Nessuno lo ricordava, ormai i manager cambiano così in fretta che non si fa neanche più in tempo a racimolare qualche soldo per dargli la buonuscita. So che però ha detto che in generale i ritardi ed il disservizio quel giorno erano stati accettabili. Eppure mi domando se anche a lui è capitata una situazione così, magari con un figlio in braccio che aveva freddo e un bagaglio pesante da tirarsi dietro. Nessuno vuole miracoli, basterebbe che la stazione avesse un bagno in più, e che in queste situazioni di emergenza ci fosse una distribuzione di bevande calde ed un tabellone che trasmette qualche stramaledetta notizia attendibile. Il mondo ormai è fatto così, siamo abituati a farci maltrattare, e finché non ci troviamo coinvolti di persona pensiamo che tutto sommato le cose non vanno così male.

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Imprigionato in stazione – prima parte

Stazione_Inverno_lIl giorno 22 dicembre alle 17.00 ero uno dei tanti disperati ingabbiati nella Stazione Centrale di Milano. Le previsioni del tempo erano state precise ed implacabili: già da alcuni giorni erano state unanimi nell’annunciare neve a bassa quota, con precipitazioni abbondanti e di lunga durata. Per questo le ferrovie si erano immediatamente allertate, cominciando ad accumulare ritardi e treni soppressi già nelle prime ore della giornata, quando di neve non ne era caduta ancora neanche un millimetro.

La sera centinaia di persone erano assiepate sui marciapiedi dei binari, rimbalzando tra i tabelloni impazziti nella disperata ricerca del primo treno utile per tornare a casa. In queste occasioni il mio quoziente intellettivo si azzera, comincio ad agitarmi ed a soffrire di strane fobie, mi manca il fiato, controllo ogni dieci secondi il cellulare senza motivo, continuo a deglutire fino al soffocamento; nei momenti di crisi comincio ad avere strane allucinazioni: mi sembra che la gente si scambi degli strani sguardi di intesa, e che appena mi giro parta sgommando qualche treno per la mia destinazione, abbandonandomi da solo in stazione.

Ad un certo punto ho visto un altro pendolare della mia città, che correva come una scheggia verso una direzione imprecisata. In questi momenti basta questo, uno corre in una direzione, e subito lo seguono tutti. Gli grido “hei, tu non vai a Piacenza?”, e questo replica “si, c’è il Terni che sta per partire”, ed io gli vado dietro senza neanche sapere dov’è Terni sulla carta geografica, e come me almeno altre venti persone tutte con lo sguardo allucinato e la mente fissa sullo stesso pensiero: “non posso essere l’unico pirla che non prende quel treno”.

All’inizio del binario c’era il controllore che cercava di fermarci, gridando “vi supplico, basta, non ci sta più nessuno!”, e mentre un paio di energumeni lo spintonavano gridando “taci bastardo, abbiamo diritto di prendere questo treno”, io ero combattuto tra l’ammirazione verso queste persone che conoscevano così bene i loro diritti, ed il pensiero che mai mi era capitato che qualcuno arrivasse ad implorarmi di non salire. Poi ho aperto la porta di un vagone, ed ho colto la tragicità della situazione; sui gradini era rimasto crostificato uno strato di mezzo metro di neve ghiacciata, probabile conseguenza di una attesa del convoglio in mezzo alla tormenta; e ficcata con i piedi nel ghiaccio, una folla eterogenea di disperati era concentrata al di là di ogni umana immaginazione, tenuta assieme da abbracci poco affettuosi e mani gelate artigliate ai pochi appigli. Era pura selezione Darwiniana, chi era sotto il metro e settanta era destinato a soffocare o restare calpestato dalla massa alla prima frenata.

Così ho optato per un Ancona delle 14.00 con quattro ore di ritardo, con l’incredibile lusso del posto a sedere. Sono rimasto nel treno gelato al buio per almeno un paio d’ore, circondato da disperati come me che continuavano a torturarsi con domande del tipo “boh, partirà?” Ogni tanto qualche deficiente arrivava con news di terza mano, del tipo “hanno bloccato la tratta per Bologna”, o “hanno sganciato la locomotiva perché era guasta”; altri chiamavano la moglie a centinaia di chilometri di distanza e condividevano assurdi bollettini meteo in tempo reale: tsunami sul ponte sul Po’, tromba d’aria alla stazione di Parma, bufera di neve nella galleria di Rogoredo.

Tempodalupi a questo punto vi saluta… alla prossima puntata per la fine di questo racconto!!

FINE PRIMA PARTE

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Il pendolare e il parcheggio coperto di neve

Nevona_lTempaccio da lupi in questi giorni. Occorre ascoltare le previsioni del tempo ed agire di conseguenza. Io non lo faccio mai, ed è per questo che l’anno scorso mi sono ritrovato una sera sdraiato sotto la macchina a grattare il ghiaccio con le unghie.

Al ritorno da un epico viaggio in un treno che sembrava una nave rompighiaccio, sono arrivato nel parcheggio e per un attimo ho creduto di aver sbagliato città; in tutte le direzioni si vedeva solo neve, morbida come una coperta merinos, appena ingobbita nei punti in cui erano parcheggiate le auto. Ho trovato la mia Station Wagon modello sarcofago solo grazie al telecomando di apertura delle porte; dopo aver percorso un centinaio di metri tenendolo schiacciato ho visto una lucetta accendersi per un istante, con un suono soffocato che sembrava una implorazione d’aiuto. Allora ho cominciato a scavare, mentre la neve in cui affondavo quasi fino alla vita si infilava implacabile in ogni minuscolo pertugio permesso dai miei vestiti: lo spazio libero intorno alle caviglie, le maniche del golfino, le porosità del caldo-cotone di calze e camicia, persino la chiusura lampo dei calzoni.

Quando finalmente sono riuscito ad aprire la portiera ghiacciata ed a prendere posto alla guida, mi sentivo come un eschimese dentro il suo igloo. Per qualche miracolo divino il motore si è acceso subito, ma una volta ingranata la marcia e schiacciato l’acceleratore non procedevo di un millimetro; ho provato a schiacciare a fondo ed a muovere vorticosamente lo sterzo, alternando prima e retromarcia come avevo visto in un documentario dedicato alla Parigi-Dakar, ma non accadeva assolutamente nulla: l’auto rimaneva inchiodata al suo posto.

Dopo oltre un’ora di tentativi alternati a drammatici grattate di ghiaccio sotto le ruote eseguite e mani nude, l’auto improvvisamente si è sbloccata ed ha fatto un salto da giaguaro nel vialetto del parcheggio. Lì si è nuovamente saldata al fondo ghiacciato, rendendo completamente vano ogni ulteriore tentativo.

Bloccando il passaggio, alcuni automobilisti si sono trovati costretti ad aiutarmi. Un tizio ha estratto da un SUV una pala, e senza dire una parola ha cominciato a scavare sotto le ruote dell’auto; dopo una ventina di minuti aveva modellato quattro buchi di forma perfettamente quadrata, e ad occhi stretti con aria sicura ed esperta mi ha detto: “prova”. Non scorderò mai quello sguardo; mamma mia, mi sono detto, questo la sa lunga; accendo fiducioso, schiaccio a fondo il pedale, l’auto salta dentro i buchi affondando di un paio di centimetri, e resta definitivamente bloccata.

Nel frattempo le auto ferme in fila nel vialetto erano aumentate progressivamente, e con esse anche gli automobilisti costretti ad aiutarmi. Sono quindi iniziati i tentativi di gruppo, con forse una ventina di poveracci che spingevano, primo fra tutti il tipo con il SUV che assieme alla pala aveva buttato via ogni forma di dignità; spingevano provando diverse tecniche, dalla testuggine all’onda sincrona; l’unico risultato era che l’auto eseguiva alcune minimi assestamenti laterali conficcandosi ancora di più nel ghiaccio, e le ruote slittando sparavano spruzzi di detriti nerastri sui cappotti puliti e le facce devastate dallo sforzo.

Ad un certo punto è arrivato uno spazzaneve, bloccato da un pendolare che quasi si è suicidato parandosi davanti per fermarlo, urlando frasi del tipo “venga ad aiutarci a sgombrare sto disgraziato”. Alla guida c’era un altro tipo furbo, sembrava il gemello dell’espertone con il SUV, forse avevano fatto assieme un corso di sopravvivenza nella giungla. E’ sceso dal mezzo con l’aria di un istruttore dei marines, ed ha chiesto le chiavi dell’auto con un tono che non ammetteva repliche. Quindi ha acceso il motore, ha cominciato a dimenare lo sterzo come avevo fatto io, a spruzzare detriti sulle facce dei poveracci che provavano a spingere, e dopo venti minuti mi ha restituito le chiavi mentre tutti i presenti in coro gli gridavano che era un pirla.

E così alla fine la giornata si è conclusa con una immagine di quelle che avrebbero potuto vincere il Pulitzer, con lo spazzaneve che tirava fuori la mia Station Wagon tirandola con una corda improvvisata con golfini e cavi della batteria, assieme ad uno squadrone di pendolari luridi che spingevano, un tipo strano sul cofano del SUV che batteva il ritmo agitando una pala, e Tempodalupi alla guida che appena uscito dal pantano è partito con una sgommata che ha salutato tutti con un’ultima spruzzata di fango ghiacciato alta ed abbondante come uno tsunami.

E’ passato un anno da allora, e dalla finestra dell’ufficio guardo la neve cadere con fiocchi larghi come fazzoletti; stamattina ho lasciato l’auto nel parcheggio, vicino ad un SUV stranamente simile a quello di allora. Non so perché, ma ho l’impressione che anche stasera dovrò farmi aiutare da uno spazzaneve.

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Nebbia

old_builder_lCari amici, in questa giornata di gelido inverno vi voglio proporre il racconto di Mimo, un nuovo compagno di viaggo. E’ quasi una poesia, spero che vi scaldi un po’ il cuore.  A presto…

Ho visto un uomo stamattina, stazione di Tortona, sara’ sulla sessantina o poco piu’, ha mani grosse, spaccate dal gelo e sta riempiendo un secchio giallo.

La cura che pone nel riempirlo e’ meticolosa e la sabbia pare oro, da mescolare con il cemento .

Il corpo irrigidito, forse dall’eta’ forse dal freddo o forse da anni di fatiche, si muove lungo i binari, mentre la nebbia avvolge tutto quanto e io mi chiedo se sia il caso di ricordare per sempre quell’evento.

Comunque quell’uomo mi pare piccolo, quasi sperduto mentre porta avanti con passione la sua attivita’ insignificante, nell’attesa di tornare a casa la sera, grugnire qualcosa alla moglie e andare a letto per prepararsi ad aspettare ancora domani, la prossima sera… (per leggere il resto, clicka qui)

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Il risveglio del lunedi mattina

Alarm Clock_lSe la mattina quando suona la sveglia sono adagiato sul lato destro, è impossibile che mi svegli. Sono vent’anni che devo andare dall’otorino, ma di proposito non ci vado, un po’ perché non ho il tempo, un po’ perché ho paura che mi prescriva l’apparecchio acustico; ed un po’ probabilmente perché a quarant’anni suonati ho ancora la maturità di un diciassettenne: esattamente l’età che avevo l’ultima volta che ho fatto una audiometria. Completare l’esame allora è stato estenuante, io con la cuffia concentrato come un’antilope che si abbevera vicino alle tigri, ed il dottore di fronte a me che girava le rotelline e gridava “non faccia lo spiritoso, è impossibile che ora non senta il suono!”; il risultato finale fu un grafico di capacità auditiva che sembrava un pettine sdentato, con dei buchi profondi di sordità assoluta su alcune frequenze, tra cui probabilmente quella della suoneria della mia sveglia. E così stamattina anziché alle sei mi sono alzato alle sette e quarantacinque, incredibilmente di ottimo umore, con le due ore di sonno in più che mi avevano galvanizzato come un lavaggio del colon; anziché correre ho deciso di concedermi una meravigliosa doccia calda di venti minuti con canto incorporato; quindi bacetto a Silvia che è quasi crepata di paura perché a quell’ora mi individua mentalmente già ad ottanta chilometri di distanza, e megacolazione alla caffetteria di Via Veneto, dove alla faccia del mio colesterolo e del locale un po’ zozzo ho gustato una brioche alla crema fra le più buone del nord Italia; e mentre guidavo verso la stazione e nell’abitacolo rimbombava il cd Metal preferito mio e di mia figlia, mi fermavo a tutte le strisce pedonali per far passare stupiti passanti, mi commuovevo nel vedere le meravigliose mura medioevali lasciate a marcire lungo la circonvallazione, e mi sentivo in sintonia con il mondo come un tossico ad un rave party. Come volevasi dimostrare il parcheggio era al completo, con le macchine perfettamente allineate ad occupare tutti i posti disponibili come i mattoncini del Tetris; restavano solo i due posti dei ritardatari, l’area sotto le piante resinose, e l’angolo del rapinatore nella strada laterale; ho optato per quest’ultima, concludendo che al limite mi spaccavano il vetro per rubami i cd, ma almeno non avrei dovuto passare il week end a cercare disperatamente un lavaggio auto con trattamenti sofisticati. Quindi ho regalato quattro euro alle ferrovie dello stato per un supplemento intercity, e nell’attesa del treno mi sono concesso il mio passatempo preferito quando sono in stazione ad aspettare: la visita all’edicola; ho passato in rassegna tutta la collezione Urania, le riviste di cucina da un euro, i settimanali patinati, gli inserti musicali; e come sempre, non ho comperato nulla; mi fa sentire un grande resistere alla tentazione, e salutare l’edicolante senza ricevere risposta. Infine mi sono posizionato sul binario, ed ho atteso il treno guardandomi intorno come un emigrante che da un transatlantico segue per l’ultima volta con lo sguardo il profilo delle montagne del suo paese natio; ormai in novembre non fa più freddo come un tempo, ed anzi con il mio giubbotto d’epoca e le scarpe in goretex assicurate come i camion Iveco per un milione di chilometri, mi sentivo da dio; quando ero bambino in quest’epoca cadeva già la prima neve, e se non c’era la neve c’era una nebbia fitta che sembrava si potesse tagliare con il coltello; in mattinate come queste mi manca quella nebbia devastante, perché subisco sempre il fascino di certi paesaggi un po’ melanconici; quando passo col treno sul ponte sul Po immagino sempre come sarebbe romantico con una bella coltre di nebbia cotonosa da film horror; ed invece anche se il cielo è grigio come il fumo di una Camel senza filtro, il paesaggio è generalmente caratterizzato solo da una leggera foschia, e dal treno in movimento stamattina sono anche riuscito a vedere il nuovo ponte di barche che hanno costruito sul Po per sostituire quello miseramente crollato qualche mese fa; non vedo l’ora di tornare a casa stasera per provarlo, un bell’andata e ritorno in macchina per provare il brivido del galleggiamento. Mentre viaggiavo per pochi microsecondi mi è anche capitato di pensare al lavoro che mi aspettava, ed è stato un pensiero fastidioso come un alito con l’acetone; non ho potuto evitare di ricordare che in mattinata ci sarebbe stata anche una riunione, noiosa ed inutile; poi però mi è venuta una idea grandiosa: mi basterà passarmi una mano tra i capelli, e con due dita premerò leggermente il foro dell’orecchio destro; probabilmente sembrerò anche più concentrato, ed invece grazie alla mia sordità sarò nel silenzio più assoluto; e mentre qualcuno esporrà i grandi vantaggi delle nuove tecniche di allocazione dei costi, la mia mente sarà libera di girovagare nello spazio e nel tempo come un monaco Buddista in meditazione davanti alla porta del suo tempio.

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Compagni di viaggio dell’ultimo treno

China_Flag_lQuando in ufficio mi capita di fare tardi, tornare a casa diventa una avventura. L’ultima fascia protetta per il pendolare si conclude alle 19.15, dopo ci sono solo sporadici espressi ed intercity con supplemento rapido. Io poi per questioni di dubbio principio non ho voluto acquistare un supplemento cumulativo annuale che dà diritto a prenderli sempre, e quindi i treni disponibili per me sono veramente pochi, a meno di rischiare multe e pubbliche umiliazioni impartite da controllori zelanti.

La scelta obbligata in questi casi è spesso l’espresso delle 20.40, su cui non mi è mai capitato di fare un viaggio normale; in teoria dovrebbe coprire la tratta Milano – Lecce in dodici ore, viaggiando nella notte con una fermata ogni venti minuti, senza neanche l’ombra di una cuccetta o di qualche altro optional capace di dare conforto; forse per questo la clientela tipica è costituita da personaggi strani come difficilmente ti capita di incontrare nella vita di tutti i giorni, gente tenebrosa ed inquietante, con una alta percentuale di pazzi e ubriachi.

Una sera, l’inverno scorso, mi sono trovato in vagone una coppia di ragazzi cinesi, educati e  ben vestiti; continuavano a parlare e scherzare ridendo forte, ed anche se non capivo una parola di quello che dicevano mi davano allegria, illudendomi una volta tanto di aver trovato dei compagni di viaggio normali. Ad un certo punto è arrivato il controllare, che ha scoperto che avevano il biglietto sbagliato per andare nel posto sbagliato, e così arrivati in quella che tra l’altro era la mia destinazione, sono stati scaricati sul marciapiede del binario con un preciso calcio in zona posteriore.

Immaginandomi al loro posto, mi sono visto solo con Silvia in uno sperduto paesello cinese, in una notte fredda e nebbiosa, senza nessuno che mi desse una mano. E così mi sono armato di pazienza, ed ho deciso di aiutarli accompagnandoli in biglietteria e  rimanendo inevitabilmente legato alla loro sorte. Dopo quaranta minuti di fatica spossante, spesa in traduzioni fatte a gesti e disegnini, sono riuscito a fargli acquistare un biglietto per le 9.00 del giorno dopo, con il minimo costo e finalmente la corretta destinazione (Prato, dove ho scoperto che prospera una grande comunità cinese). Per la notte, anche se sono indebitato fino al collo, ho deciso di utilizzare la mia carta di credito e provare a farli accogliere  in una bettolaccia della zona che si spaccia per albergo. E lì ho fatto un’altra tragica scoperta: i due ragazzi non avevano documenti… Vi rendete conto? Stavo per pagare una stanza d’albergo con la mia carta di credito ad una coppia di immigrati clandestini. Un modo super veloce per passare da un treno di pendolari ad una prigione. Non pago di ciò, mi sono tirato dietro per ore questa coppia di anime perse, insieme alla mia bicicletta semidistrutta e ad uno zaino da alpino con computer portatile e batteria di ricambio, senza avere una stramaledetta idea di come aiutarli. Nel frattempo questi continuavano a parlarmi fittamente, senza che riuscissi neanche vagamente a capire che cosa volessero, però per qualche strano motivo mi continuavano a seguire come cagnolini smarriti. E dato che ormai era tardissimo, Silvia continuava a chiamarmi imbestialita sul cellulare, ed io non sapevo più che pesci pigliare.

Ad un certo punto ho visto l’insegna di un ristorante cinese, e lì mi si è accesa in testa  la proverbiale lampadina. Sperando in una sana collaborazione tra compatrioti vi ho accompagnato i ragazzi, chiedendo finalmente un aiuto. Inutile dire, non c’è stato un cacchio da fare: sono riuscito ad avere solo un paio di lattine di lemonsoda, un panino non imbottito, e la traduzione della frase che continuavano a ripetermi come un mantra: “non ti preoccupare, lasciaci pure qui, ci cerchiamo un pub per passare la notte, siamo giovani e forti”. In altre parole, con la dolce gentilezza del popolo orientale mi invitavano a non rompergli le palle.

Mi sono guardato intorno: era piena notte, faceva freddo, c’era la nebbia, e nel giro di un paio d’ore non ci sarebbe stato più un pub aperto per un raggio di cinquanta chilometri. E nel piazzale della stazione non c’era un’anima, ad eccezione di un paio di potenziali stupratori che in un angolo si passavano una bottiglia di superalcolici. Così alla fine mi sono ritirato di buon ordine, sapendo che quella notte non avrei dormito bene (e così è stato); salutandoli mi hanno voluto abbracciare. Quella sera sono arrivato a casa con due ore circa di ritardo, giustificate a Silvia con la generica motivazione che ‘dovevo aiutare qualcuno’, seguita dalla prevedibile risposta da parte sua: ‘ TU DEVI AIUTARE MEEEE’.

Il giorno dopo ho rivisto i miei protetti nell’atrio della stazione. Per fortuna, erano ancora sani e salvi. In mezzo alla folla di giovani che prendevano il treno per andare all’università, si distinguevano più per la faccia stanca che per l’ aspetto forestiero. Mi sono sentito sollevato, ma mi sono ben guardato dall’andare a salutarli.

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