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Biciclette da lasciare in stazione
La bicicletta che uso per andare in stazione è talmente malridotta che sembra tenuta insieme da qualche principio che sfida la fisica classica; non sono l’unico, per limitare l’incentivo al furto i pendolari selezionano sempre le biciclette più schifose del mercato dell’usato; ma per me non è sempre stato così: fino a luglio utilizzavo una bicicletta niente male, e pensavo di potermelo permettere assicurandola con svariate catene che si intrecciavano tra le ruote come un intarsio medioevale.
E’ stato quindi per me sorprendente una sera al ritorno dalla mia giornata lavorativa, trovare il posto dove avevo lasciato la bicicletta tristemente vuoto. All’inizio ho pensato di ricordare male dove l’avevo parcheggiata, ed ho provato a ripercorrere più volte tutta la strada esplorando attentamente ogni angolo. Sono andato avanti così per un sacco di tempo, ma non ho trovato nulla, nemmeno uno dei miei stramaledettissimi cinque lucchetti. Mentre cercavo, la mente inseguiva il ricordo delle altre biciclette che mi hanno rubato nella vita, diverse purtroppo, e non potevo fare a meno di sentirmi come Paperino con le orecchie d’asino dietro la lavagna.
Quella sera avevo un appuntamento con una mia ex compagna di scuola che ora è amministratore di condominio, per chiederle alcuni chiarimenti sulla ripartizione delle spese. Ovviamente il cellulare era scarico e quindi non potevo concordare un altro incontro, ed il suo studio era in una zona scomodissima da raggiungere in autobus; ho quindi utilizzato l’unico mezzo che mi permetteva di arrivare all’appuntamento quasi in orario, vale a dire ho percorso tutta la strada correndo come un pazzo. E così con solo trenta minuti di ritardo la mia compagna di scuola E. che non mi incontrava da almeno vent’anni, mi ha visto arrivare sudato e puzzolente come uno mozzarella scaduta, con la faccia devastata ed i capelli arruffati, la maglietta strappata ed un enorme zaino da studente della scuola superiore ancorato alla schiena come la casa di una tartaruga.
Finito l’imbarazzante incontro, dovevo trovare il modo migliore per attraversare la città e tornare finalmente a casa. Sono quindi andato dai miei genitori che abitavano in zona, e dopo una discreta trattativa sono riuscito a strappare in prestito la bicicletta di mio padre ormai inutilizzata da oltre quindici anni. Per districarla dalle ragnatele e le ferraglie che la coprivano come cozze sugli scogli, ho impiegato più di un’ora. Restava solo da superare un problema quasi insolubile: una catena con lucchetto a combinazione. Si dovevano ruotare tre rotelle con numeri ad una cifra, per un totale di mille incroci possibili; ormai devastato dalla situazione, ho deciso di aprirlo provandoli tutti partendo dal triplo zero. Il problema è che gli ingranaggi erano un po’ arrugginiti, e per ruotarli si faceva una fatica del diavolo; inoltre ogni volta che facevo un nuovo tentativo, dovevo provare ad aprire il lucchetto tirando con forza. Il risultato è che già al numero cento ero sudato fradicio, ed alla duecento ero così stanco che non riuscivo più ad alzare le braccia oltre al livello del gomito. Ogni tanto mia madre si affacciava dal quarto piano perché pensava di ricordare qualcosa, e mi gridava cose tipo “prova il cinquecentosettantatreeeee”. Ed io mollavo la serie, e cominciavo a provare invano il numero proposto assieme ad una ventina di combinazioni avanti ed indietro. Inoltre ormai si era fatto parecchio tardi, ed ogni dieci minuti suonava il cellulare con Silvia che mi chiedeva quanto mi mancava per tornare; e come tutte le moglie del mondo, non si limitava ad ascoltare spiegazioni sommarie.
Comunque intorno alla sequenza trecento le mani iniziarono ad avere un tremore violento che non riuscivo a controllare, alla quattrocento le spalle ed il collo sembrava che fossero stati sottoposti ad una anestesia locale. La combinazione giusta era la settecentoventuno, e tornando a casa ho pensato più volte che non avrei rivisto l’alba.
Ho sentito che la nuova legge finanziaria ha erogato degli incentivi per acquistare nuove biciclette. Mi sembra una buona soluzione per la crisi economica attuale, l’ideale per limitare la disoccupazione dei pochi operai italiani superstiti del settore, e dei numerosissimi ladri che giornalmente si svegliano all’alba per fottersi le bici dei pendolari.
Share on FacebookRitardi imprecisati
Situazione preoccupante stasera nella Stazione Centrale di Milano. Sforzandomi di decifrare le comunicazioni che echeggiano dall’interfono e seguendo gruppi di viaggiatori isterici, emerge nella mia testa da pendolare la consapevolezza di vivere un film già visto. Sembra che ci siano stati addirittura due diversi casi di persone investite, e questo ha provocato un effetto imbuto da guinness dei primati con tutta la pole position sul tabellone delle partenze ancorata a ritardi superiori ai sessanta minuti. Cerco di affrontare l’avversità con le azioni dettate dalla esperienza: visitare il primo cesso a disposizione, procurarsi cibo e lettura, spalancare bene le orecchie. Cedo alla tentazione del tramezzino ai gamberi, anche se so che mi darà nausea e dieci punti di colesterolo, e mi areno nell’ardua scelta della bevanda: acqua, economica ma diuretica, o un costoso beverone multifrutto? Opto per una via di mezzo che ha il fascino della novità, un succo di mirtillo e biancospino in boccetta di vetro. E con il mio Dylan Dog nuovo in mano come il revolver di un bandito davanti alla banca, mi predispongo ad affrontare l’avventura della serata paziente come un bonzo tibetano. La cosa peggiore in queste situazioni, è la percezione di insardinamento. Scusate, questa è una definizione mia, intendo dire che ci si sente come una sardina in una scatoletta: bloccati, sotto sale, ed in totale balia degli eventi. Ci sono periodi dove situazioni simili capitano con una certa frequenza; il copione più comune è che ad un certo punto il treno si ferma in mezzo alla campagna, e dopo un’ora fermo capisci che c’è qualcosa che non va; segue la ricerca del personale delle ferrovie che, o sparisce, o ti guarda spaesato chiarendo che a lui è dato sapere sempre meno che a te; quindi il treno si muove lentamente in una stazione, di quelle che normalmente neanche sai che esistono, e si ferma ancora per almeno un’ora; la gente inizia ad organizzarsi, chiama un taxi, affitta un pullman, telefona al telegiornale, scatta foto con il cellulare; poi improvvisamente qualcuno urla che il prossimo treno utile è sul binario X, e tutti cominciano a correre tirandosi i dietro i bagagli come lumache con il guscio; quindi l’ultimo viaggio, che su itinerari normalmente di dieci minuti può durare anche due ore, seguendo percorsi che girano intorno all’ostacolo come un aereo in attesa della pista libera, tra stazioni deserte, linee abbandonate da decine d’anni e boschi che invadono le traversine come una giungla. Si guarda fuori dal finestrino, e ti chiedi dove ti stanno portando, se davvero la destinazione finale è quella promessa o non sei finito invece all’interno di una storia di rapimenti alieni. Se però la causa del ritardo è come in questo caso qualcuno che ha cercato di fermare il treno posizionandosi sui binari, la comunicazione da parte delle ferrovie assume l’aspetto della rivalsa personale. Mentre il ritardo dovuto a guasti ed inconvenienti tecnici di solito non è comunicato o è riassunto in un generico “problemi sulla linea”, se qualche poveraccio ha deciso di provare un nuovo intercity dalla parte delle ruote la comunicazione delle ferrovie è precisa e dettagliata: “causa accertamenti dell’autorità giudiziaria, il treno subirà ritardi imprecisati”. E’ come per dire: stavolta non rompete, perché non è colpa nostra. Ho letto una volta di una famiglia che pregava il presidente della repubblica di agevolarli nel pagamento dei danni provocati da un loro parente suicida. La cifra era di duecento milioni, se ricordo bene: venti milioni di danni alla locomotiva, e centottanta per l’equivalente numero di minuti di ritardo provocati. E’ una storia che mi ha sempre lasciato perplesso, ma anche speranzoso. Se un giorno qualcuno riuscirà a farmi avere un euro per ogni minuto di ritardo da me subito a causa delle ferrovie, potrò finalmente permettermi di portare Silvia a fare shopping in Via Montenapoleone.
La sveglia del pendolare Masai
Dormo in media tra le 5 e le 6 ore per notte.
Si tratta di imposizione, non di necessità. Se potessi scegliere di ore ne dormirei anche dodici.
Durante la settimana mi sveglio alle 6.00 per prendere il treno, e difficilmente riesco ad andare a letto prima di mezzanotte. E durante il fine settimana gli orari mi rimangono impressi nei bioritmi, e così mi sveglio all’alba anche se non devo.
Il vantaggio di abituare il corpo a cicli di sonno così ridotti, è che il sonno arriva intenso e rapido. Di solito do la buonanotte a mia moglie, e dopo pochi istanti è come se fossi in una tomba. Mi potete accendere in faccia un riflettore, mi potete suonare nelle orecchie la chitarra di Jimmy Endrix, potete anche prendermi a calci nel culo, ed io continuo a dormire come se niente fosse.
Un altro vantaggio è che si innesta a livello fisiologico il meccanismo del guerriero Masai, che riesce a passare dallo stato di sonno profondo alla massima allerta per il combattimento in meno di sette secondi. Provate a svegliarvi alla stessa ora per un paio di lustri, e vi assicuro che dopo pochi istanti siete lucidi come un piatto sgrassato. E’ per questo che la mattina in treno sono sveglio come un fringuello, e riesco a giocare con il mio computer portatile mentre intorno a me sembra di essere nel dormitorio di una colonia.
Gli svantaggi però in tutto questo ci sono. A parte il dimostrato rischio di un infarto prima dei quarant’anni, ti accompagna nel corso della giornata una certa incazzosità molesta di sottofondo, che può manifestarsi nei modi più svariati ed improvvisi. Inoltre, restate sempre un po’ come un uccellino, che basta mettere in un luogo buio per farlo addormentare. E questo è un rischio serio, se ad esempio avete una riunione di quelle in cui dovete fare solo presenza. Io nella mia carriera un paio di gomitate con un “cacchio fai, dormi?” da parte dei miei superiori me le sono beccate, e non sono mai state molto piacevoli.
Un altro problema serio è il russamento. Le cause sono note: eccesso di stanchezza, ce l’ho, cattiva alimentazione, ce l’ho, troppo caffè, ce l’ho, rilassatezza dei tessuti, quando dormo io totale. Ed il problema a casa mia quando russo, è che non basta darmi una pacchetta per farmi girare. Alcune volte mia moglie non sa più cosa fare, mi prende a gomitate nelle costole, mi salta sulla schiena con le ginocchia, mi morde a sangue le orecchie, cerca di sturarmi il naso spruzzandoci dentro qualche strana sostanza…Niente, è come dormire sopra una lavatrice in centrifuga.
Quando mi sveglio, sono abituato a prepararmi nel silenzio assoluto, per non svegliare le mie ragazze. Ormai conosco il posto preciso dove mettere i piedi, ed ho una serie di punti di riferimento che cerco con precisione e rapidità per muovermi nel buio totale. Col tempo sono diventato bravissimo, tanto che spesso questo è diventato un argomento di pacificazione tra me e Silvia quando per qualche motivo la faccio incazzare. Alla fine della discussione lei sospira, e dice “beh, almeno la mattina quando ti svegli non fai casino…”. Nel giro di venti minuti mi faccio la doccia, mi asciugo e mi vesto. Evito solo la colazione, che faccio fuori secondo quello che ormai è un vecchio rituale. Poi alla fine do un bacio a mia moglie, con tutto l’affetto e la dolcezza che si riesce ad avere a quella infima ora mattutina. E lei, anche se a quell’ora è totalmente addormentata riesce a percepirmi completamente ed a fare una valutazione precisa del mio stato. Sono frequenti le volte in cui sento arrivare la sua dolce voce come un rantolo dall’oltretomba, con cose del tipo “caaammmbiaaa queelllaaa maglieeettaaaaaa….chee faaa schiiifoooooo”. Poi passo dalla mia bambina, e mi fermo un attimo a contemplare questo piccolo angelo addormentato con la rilassatezza che non si può più avere dopo i dodici anni. Mi ficco col naso dietro il collicino, e baciandola cerco di imprimermi nella mente il suo odorino meraviglioso.
Infine indosso le scarpe, lo zaino col computer, la vera, l’eventuale giubbotto, ed apro la porta. E’ come quella pubblicità che si sentiva un po’ di tempo fa…com’è che faceva…era una cosa del tipo ”ogni mattina nella savana…il pendolare si sveglia…e sa che per sopravvivere dovrà correre…”
Share on FacebookAlberi da parcheggio
Per portare l’uomo nello spazio, gli americani cercarono la perfezione nella progettazione di ogni dettaglio, investendo enormi quantità di soldi. Uno dei problemi più complessi era come farli scrivere in assenza di gravità. Per progettare una penna in grado di funzionare in assenza di peso, furono necessari anni di studi. I russi risolsero il problemi in un istante. Usarono la matita.
Vi ho citato questo racconto perché mi viene spontaneo un parallelismo con l’argomento di cui voglio parlarvi oggi: l’incubo dei parcheggi. L’economia moderna ha spesso cercato di crescere incentivando la vendita delle automobili, moltiplicandole dal nulla come i pesci del miracolo di Gesù; ma da nessuna parte del mondo si è riusciti mai ad aumentare in modo proporzionale il numero di parcheggi. Tanto per citare un esempio, qualche giorno fa sono andato a Milano in macchina, e per evitare di passare la giornata bloccato in tangenziale come un callo calcificato su un osso, ho deciso di usufruire del parcheggio di San Donato. Erano più o meno le dieci, ed all’ingresso c’era una fila di autovetture lunga un centinaio di metri. Nessun altro parcheggio nell’arco di chilometri, per entrare si doveva attendere un equivalente numero di uscite. Ho atteso oltre un’ora, fermo al volante come una mummia, rincoglionito da venti stazioni radio diverse diffuse dai vetri aperti delle altre auto in coda.
Se non si riescono a creare abbastanza parcheggi per le automobili circolanti, si devono inventare stratagemmi per fare in modo che se ne usufruisca il meno possibile. Negli Stati Uniti ad esempio hanno inventato il metodo delle “tariffe ipercomplesse”. Funziona più o meno così: se lasci l’auto prima delle 8.00 paghi 2 dollari l’ora, se la lasci dopo le 10.00 ne costa 5, tra le 11.00 e le 12.00 ne costa 20, dopo le 12.00 torni a 2 etc. etc. se però passi a prendere l’auto nella fascia tra le 10 e le 10.30 c’è lo sconto del 50% sul giorno dopo, se porti un amico c’è un ulteriore sconto, se nell’auto viaggi in almeno quattro persone col cane ti regalano la seconda ora e via discorrendo… Alla fine è un tale casino che la gente i parcheggi li evita come una infezione intestinale.
A Piacenza, la mia città, dopo lavori interminabili hanno invece realizzato un parcheggio vicino alla stazione piuttosto grande. Una volta completati i lavori di recinzione e pavimentazione, hanno distribuito in modo uniforme ogni 3-4 posti l’alberello immortalato nella foto di corredo a questo articolo.
Oltre a non offrire particolari emozioni da un punto di vista estetico, le sue timide foglioline secernono in modo continuo una resina collosa che si attacca indelebilmente alla carrozzeria della macchina, accumulandosi e stratificandosi in più strati come il bozzolo di un ragno intorno alla preda. Il momento più pericoloso è in primavera, quando l’arbusto si riempie di raccapriccianti fiorellini rossi e pelosi che gli danno complessivamente l’aspetto di una mostruosa pianta preistorica. In quel momento, la pioggia di resina è talmente densa e continua che la macchina sottostante cambia rapidamente colore, coperta da uno strato giallognolo duro e compatto, corrosivo come un acido.
La mattina quando si arriva tardi, il parcheggio è sempre pieno ad eccezione di qualche posto giusto sotto le chiome più frondose degli arbusti malefici. Allora a quel punto vi chiedete: torno a casa, o lascio la macchina sotto la fonte di plasma assassino? E se siete tra quelli che non possono tornare a casa, la giornata prosegue con una preoccupazione di fondo nascosta come le mutande bucate sotto dei pantaloni eleganti. Quando alla fine tornate a casa la sera, affaticati dalla giornata che sempre in queste occasioni è stata particolarmente faticosa, arrivate alla vostra auto e vi domandate se siete stati via un giorno o dieci anni. Incrostato sui finestrini il plasma vetroso della resina solidificata rende invisibile gli interni, i volantini di discoteche e società finanziarie sono impiastricciate negli interstizi delle portiere come la carta in una maschera di cartapesta, i tergicristalli sono spariti sotto un cumulo di foglie e polvere grigia disperse in un liquido verdastro simile al catarro di un fumatore; a quel punto l’ipotesi futura di lasciarla in garage e prendere l’autobus nasce spontanea nel cervello come un fungo dopo un temporale.
Noi italiani non abbiamo portato uomini sulla Luna, ma abbiamo una eccezionale capacità di semplificazione. Per risolvere il problema dei parcheggi, abbiamo capito che basta installare ogni due metri una malefica pianta che sputa resina corrosiva. E’ garantito che in questo modo si lascia ferma l’auto il meno possibile, e si dona l’illusione ad un potenziale osservatore che il parcheggio sia stato dimensionato in modo perfetto rispetto al traffico previsto, al punto da soddisfare tutti i clienti e lasciare addirittura qualche posto vuoto.
Share on FacebookL’ultima camicia
Quando tutti i giorni si esce di casa prima dell’alba per ritornarvi solo a tarda sera, non si ha molto tempo da dedicare a sé stessi. Per tutto il week end si resta in stato semicomatoso, correndo tra una spesa al supermercato ed una visita ad amici o genitori, ed i pochi neuroni non travolti dalla routine restano comunque assorbiti dalle tensioni lavorative e dalle preoccupazioni di tutti i giorni. Sono veramente tante le cose che passano in secondo piano; ad esempio per me è particolarmente difficile riuscire a mantenere anche solo un minimo di decenza nell’abbigliamento.
Il numero di pantaloni e camice pulite nell’armadio diminuisce progressivamente nel corso della settimana, senza mai che si accenda il campanello d’allarme. Capita così di frequente che si debba arrivare all’orrido compromesso, cose tipo pantaloni estivi in pieno inverno, camice che mi andavano strette già a vent’anni, calzini sportivi in scarpe eleganti ed abbinamenti multicolore nascosti in modo penoso sotto le giacche per minimizzare l’impatto visivo.
Un soluzione che mi trovo talvolta ad affrontare come una punizione è la camicia Bee Jees, come familiarmente è soprannominata in famiglia per la sua analogia con quelle tipiche dei cantanti anni 70, un vecchio regalo dei miei genitori acquistato in un negozio per gente dai gusti ricercati. Sopra un colore di base blu elettrico si avvicendando allegre decorazioni nero-verdi in ordinati ghirigori Kandinskiani, sparati sul tessuto come graffiti intorno a tasche volutamente non allineate, come i quadri sulla parete di un arredamento liberty. Il tessuto del colletto e delle spalle è assolutamente rigido, donando alla fisionomia risultante un aspetto gonfio e goffo come un giocatore di football americano. I polsini lunghissimi con triplo bottone ed il colletto largo ed appuntito infine le donano un aspetto un po’ dandy, effetto Oscar Wilde.
Oltre ai ragazzi in vena di spirito ed i colleghi pettegoli, devo dire che non sono solo gli umani a notare la camicia. Quando la indosso vengo spesso preso di mira da piccioni caganti e cani rabbiosi, che iniziano ad abbaiare già quando mi scorgono all’orizzonte. Quest’estate poi mi è successo un episodio incredibile. Mi si era posato sulla spalla un insetto enorme, di quelli che normalmente si vedono trafitti da uno spillone in qualche bacheca specializzata. Il problema è che aracnidi, blatte ed ogni genere di minuscolo animaletto multizampe derivato risveglia in me un terrore assoluto, per cui ho cominciato a scrollarmelo di dosso scuotendomi e roteando su me stesso come un ninja. Ma sembrava non ci fosse nulla da fare, ed alla fine per allontanarlo ho dovuto fare un intero isolato correndo come un pazzo.
Ero rimasto davvero terrorizzato dall’esperienza, e probabilmente riflettevo la mia ansia sugli altri perché per tutto il giorno ho continuato a sentire su di me gli occhi di tutti. In ufficio avevo l’impressione che addirittura parlassero alle mie spalle, e così anche in treno avevo la sensazione che fossi il principale ed unico argomento di discussione.
Arrivato a casa avevo davvero la sensazione di essere diventato paranoico. Entrando saluto Silvia, che mi guarda ironica e dice –Bella la camicia-, ed io –si, sembra che quest’anno sia di moda-, e lei ribadisce- si, ma spero non con quella schifezza che hai sulla schiena…- SCHIFEZZA? Corro in bagno, e mi guardo allo specchio. Spalmato come la nutella, enorme, giaceva orrendamente impolpettato il corpo dell’insettone. Tra la carcassa del guscio rosso a puntini neri ed un residuo di testa dalla lunga antenna, era possibile seguire la linea dritta del profilo del mio zaino, che una volta indossato aveva eseguito la sua condanna a morte.
Share on FacebookLe due pendolari arrabiate col mondo
Arrivo adesso in ufficio dopo un viaggio travagliato, su un treno locale partito in ritardo ed arrivato peggio, col cervello liquefatto dalla compagnia di due viaggiatrici infuriate con il mondo intero che erano sedute al mio fianco. Per tutto il percorso non hanno fatto altro che pomparsi a vicenda come due marine prima dello sbarco, incazzandosi in modo continuo e progressivo fino ad ansimare come dei maratoneti, paonazze di rabbia e madide di sudore. In particolare era spettacolare la tipa al mio fianco, una brunetta pure giovane e carina, che davvero sembrava che la vita avesse castigato in modo sistematico fin dalla nascita. Hanno iniziato con le classiche disquisizioni di politica, sparando su tutti gli schieramenti con un democratico atteggiamento bipartisan; poi sono passate al mondo del lavoro, partendo da generici insulti a capi e colleghi per approdare rapidamente a qualcosa di più alto livello: politiche del governo, disoccupazione e stipendi dei dirigenti; quando ad un certo punto sono arrivate a parlare di treni sporchi e ritardi, mi sarei unito volentieri alla discussione, se non fosse stato che nel frattempo si erano progressivamente incupite ed incazzate al punto da farmi anche un po’ paura. Ad un certo punto una delle due mostra all’altra il cellulare nuovo. Questa lo soppesa con la mano, e grida imbestialita “ma cazzo, pesa!”, e l’altra “ma si, che ti avevo detto, me l’ha regalato e non potevo sbatterglielo in faccia”, “e invece dovevi, quel bastardoo!”. Ed io penso, certo che se si incacchiano così per un cellulare regalato, cosa potrebbe succedere se scoprono di avere una fistola anale o il marito che fa le corna? Il discorso viene quindi focalizzato sulle attività lavorative del giorno, e la brunetta bona esplode in un monologo dedicato al fatto che doveva compilare il modulo ABC-123, che era un vero casino. E l’amica la guarda candida, e dice “ma scherzi, il modulo ABC-123 è banale!”. Wow, la ciliegina sulla torta; anche il mio dirimpettaio, che per non sentirle si era ficcato la cuffia dell’ipod in fondo alle orecchie fino alle trombe di Eustachio, è sembrato diventare improvvisamente attento come un guerriero Masai prima della battaglia. Persino Materazzi aveva detto di meno per prendersi la crapata in faccia da Zidane. Ed infatti dopo pochi secondi è arrivata la risposta, fragorosa e devastante come l’eruzione del vulcano Krakatoa: “KE KAKKIO STAI DICENDOOO?”. E mentre l’amica cercava di giustificarsi dicendo che nonono si era sbagliata, ed era vero il modulo ABC-123 ora che si ricordava era un casino, uno dei più difficili in assoluto, io affrontavo il difficile interrogativo del pendolare stanco: mi rincoglionirò anch’io così col passare del tempo? Nel frattempo il treno entrava nel perimetro della Stazione Centrale, e ci siamo trovati a costeggiare un locale che ieri è deragliato in una manovra di parcheggio, capitolando dopo un carpiato direttamente sul giardino di un condominio in Viale Monza. Le lamiere erano accartocciate come la carta metallizzata che avvolge un pollo arrosto, e le travi d’acciaio sbucavano dall’anima dei vagoni come le ossa di un cadavere in un album di Dylan Dog. In queste situazioni ti rendi conto che anche venti minuti di ritardo e dei compagni di viaggio rompicoglioni non sono la cosa peggiore che ti può capitare. Spengo il computer, scendo dal treno, e mi impossesso di uno di quei giornale gratuiti che distribuiscono lungo i binari, per leggere qualcosa mentre sono nella metropolitana. Un bel paio di chissenefrega sulle notizie di Tarantino che adora Alvaro Vitali e Bombolo e di Briatore radiato dalla Formula Uno. Un trafiletto piccolo quanto un francobollo per il treno deragliato. La foto sconvolgente del bambino che accarezza la bara del papà, morto in Afghanistan. Recito col pensiero una preghiera, e sono già alla fermata di Maciachini. Scendo, ed inizio la mia giornata.
Il lungo cammino verso casa
Il lungo cammino per tornare ogni giorno a casa dal lavoro, rischia sempre di interrompersi bruscamente nell’ultimo tratto che costeggia la Stazione Centrale. E’ una delle zone più fittamente popolata da alcolisti, tossicodipendenti e teppisti dell’emisfero boreale, e per una strana coincidenza comune a zone di questo tipo è anche una delle meno pattugliate dalla polizia.
Mentre cerchi di evitare di incrociare lo sguardo con assembramenti di persone che si passano la bottiglia o vomitano negli angoli, la vita ti scorre davanti agli occhi veloce come una endovenosa. Mi è capitato diverse volte di vedere gente che stava male, svenuta in strada senza anima viva che la soccorresse, poveracci che dormivano nel sacco a pelo o coperti di vecchi cartoni, ed è consueto imbattersi in enormi mucchi di sporcizia e strani liquami puzzolenti; quasi tutti i giorni poi mi capita di sentire la classica richiesta di una sigaretta, a cui si deve rispondere con una decisa accelerazione, anche a costo di suscitare qualche perplesso ed indignato richiamo; non manca poi la teppa vera, gente perennemente incazzata, ma che nel 99% dei casi in realtà è concentrati su qualcosa verso cui sei estraneo come una mosca che svolazza intorno al prosciutto; generalmente si limitano ad insultarti, qualche volta sputano nella tua direzione, in un caso è anche capitato che mi tirassero una bottiglia, per fortuna vuota.
Alla fine della strada finalmente si svolta nell’ingresso laterale della stazione, dove un ampio atrio accoglie giorno e notte gruppi di sbandati di ogni età ed etnia; in molti casi sono solo povere anime perse che gironzolano tra i viaggiatori frettolosi, accampando scuse per avere qualche moneta; qualcuno invece alterato dalla solitudine e dall’alcool urla e fa paura, e viene rapidamente sedato da volontari e poliziotti armati di manganello ed asettici guanti protettivi. Si passa quindi davanti al bagno pubblico, l’unico di tutta la stazione. L’ingresso per la zona toilette è protetto da una porta girevole corrazzata come l’accesso al caveau di una banca svizzera, sbloccabile solo inserendo esattamente 1 euro nella apposita fessura. Non credo che sia un crimine aver fatto un solo bagno pubblico, e sono anche disposto ad accettare che sia un cesso a pagamento, anche se poi si capisce perché intorno alla stazione le strade sono inzuppate di pisciatine come un frollino nel cappuccino. Credo che però sia una crudeltà inumana non aver messo qualche macchinetta per cambiare i soldi, e voi non potete avere idea di quante volte mi è capitato di incontrare manager attempati dall’aspetto distinto e modelle statuarie in abiti eleganti, implorare con una banconota da 50 euro un cambio in moneta tenendosi l’inguine con una mano stretta come una morsa idraulica.
Ipotizzando che il bisogno sia di impellenza media, e che di soldi proprio non ne hai, subentra allora la necessità di un veloce prelievo Bancomat. E dove hanno messo l’unico sportello Bancomat di tutta la Stazione Centrale? Ovvio, nel centro della famosa e pericolosissima strada lato stazione. In particolare è nell’androne di una piccola Banca, ed a causa del comodo atrio di accesso con larghi scaloni, della luce accesa giorno e notte e delle porte a scorrimento automatico che concedono un soffio di aria condizionata d’estate e di riscaldamento d’inverno, è in assoluto l’angolo più affollato di tutta la strada. Per arrivare a prelevare dovete scavalcare nugoli di gente sdraiata e montagnole di spazzatura mal accatastata. Se poi eseguite l’operazione mormorando qualche “scusi-scusi” e tenendo ben in vista il bancomat nella mano, potete anche offrire uno spettacolo di voi talmente tenero ed innocente da suscitare tra i presenti un momento di allegria. Una volta, passando davanti al famigerato sportello, mi è capitato di vedere un tipo nudo dalla cintola in giù, lurido come Tarzan dopo il bagno con gli ippopotami; cantava a squarciagola l’inno nazionale, agitando armoniosamente le braccia come un direttore d’orchestra. Era il periodo del crack della Lehman Brothers; ho pensato che forse era uno di quelli che aveva investito tutto il patrimonio di famiglia in futures e derivati, e viste come erano andate le cose aveva perso anche le mutande.
Share on FacebookTestimonianze di trenosfacelo
Uno dei maggiori piaceri della vita per un padre di famiglia, è tornare a casa e riabbracciare mogli e figli. Purtroppo da quando sono un pendolare delle Ferrovie dello Stato, è un piacere che devo rimandare di almeno una decina di minuti, il tempo di fare una doccia. Mia figlia ormai lo sa, e quando mi vede spuntare dalla porta alle 8 di sera, tutta felice grida “che schifo, è arrivato papà!!”.
Stamattina vi scrivo dal locale delle 7.19, Piacenza – Milano Porta Garibaldi, e tra i viaggiatori che mi circondano c’è quel piacevole senso di solidarietà che si crea a fronte delle avversità comuni. La scelta dei sedili è guidata dal grado di sporco, col risultato che ci ritroviamo accalcati come pecorelle nel recinto. Quando il treno si ferma nelle stazioni vedo la gente che sale a frotte e corre incredula verso i sedili disponibili. Poi si ferma a contemplare i pavimenti, che le macchie di sporcizia rendono policromi e vivaci come un arcobaleno, ed i sedili macchiati e squarciati dall’usura. Allora sento scappare la battuta, vedo il ragazzo che cede il posto alla signora, ed anche qualcuno che comincia a scambiare lamentele facendo nascere nuove amicizie. Molta gente preferisce restare in piedi, con notevoli benefici alla circolazione ed alla tonicità muscolare. Sembra quasi che gli interni devastati dei treni siano una precisa scelta di marketing da parte di Trenitalia, per favorire l’attività fisica e la socializzazione tra i viaggiatori.
E’ stata una occasione ricevere da un amico la newsletter di un blog di pendolari, in cui venivano pubblicate una serie di foto altamente esplicative del degrado che mi circonda nei miei viaggi quotidiani. Ho allegato all’articolo una di quelle che mi ha colpito di più, in cui appare evidente sia quanto sia lurido il pavimento, sia quanto siano marci i sedili.
Il vantaggio di una fotografia è che riesce a spiegare le cose molto meglio di quanto possono farlo le parole, però ha il difetto di trasmettere solo una parte di tutte le molteplici e ricercate sensazioni che puoi provare facendo il viaggio. Parliamo ad esempio dell’odore. Voi credete che sedili e pavimento abbiano qualche odore strano? Assolutamente no, anzi, sembra di viaggiare con qualcuno che ti tura il naso con due dita. Il problema è dopo che sei sceso, quando ti accorgi che stranamente ti resta attaccato al giubbotto ed al pantalone una strana fragranza mista di vecchio e di muschio. Sorge il dubbio che le pulizie dei vagoni siano basate sul metodo che nella logistica chiamano LIFO – Last In First Out. In altre parole, si raschia quello che c’è sopra, e si fa stratificare quello che c’è sotto, creando uno strato compatto ed inodore di sporco fossilizzato come le strisce di sedimenti del mesozoico.
Non voglio ulteriormente sparare sulle ferrovie parlando di quello che è destinato alla vista, perché è come piazzare un palla sul piede di Pirlo davanti alla porta vuota. Vorrei invece concludere parlando delle sensazioni tattili a cui il pendolare non si abitua mai. Ad esempio è da quando i giornali citarono l’episodio del ritrovamento di una zecca in un vagone, che ho sempre la percezione di tanti minuscoli animaletti che si rincorrono sulla mia pelle. Ci sono pendolari che dopo quell’episodio si sono organizzati con fazzoletti ed asciugamani per coprire il sedile. C’è stato un periodo che era particolarmente di moda, e l’interno dei vagoni la mattina diventava un mosaico di coperte colorate e salviettoni da spiaggia con scritte inneggianti squadre di calcio e supereroi dei fumetti.
E’ davvero incredibile l’ingegnosità di cui si arma il pendolare al giorno d’oggi per sopravvivere. Una volta ho raccontato queste cose ad un mio collega che viaggia da Bergamo. Lui mi ha mostrato con occhio complice il suo armadietto, letteralmente strapieno di cambi d’abito. Non sopporta l’odore che gli rimane addosso quando esce dal treno, e quindi la mattina la prima cosa che fa quando arriva in ufficio è cambiarsi completamente. Sono felice di non averlo mai visto mentre si cambia le mutande.
Saluto i pendolari della linea Torino-Milano e ringrazio loro e “genovamilanonewsletter” per l’utilizzo di questa foto, che sono accessibili da questa galleria. Se tra i lettori ci sono altri che hanno esperienze simili ed hanno delle foto interessanti da pubblicare, lasciate commenti all’articolo o contattatemi con l’apposita voce di menù. Forse non riusciremo a cambiare le cose, ma almeno non ci sentiremo soli.
Share on FacebookSe l’autobus è vuoto, c’è sempre un motivo…
E’ accaduto un tardo pomeriggio di luglio.
Ricordo che capii subito di aver fatto un errore salendo sull’autobus. Quasi subito, per dirla tutta, perché il bastardo tentatore si era fermato proprio davanti all’uscita del lavoro, con la portiera aperta direttamente su un incredibile posto vuoto. Mi bastò alzare il piedino, e prima ancora di collegare il cervello le portiere si erano chiuse dietro alle chiappe ed ero entrato nella giostra dell’orrore.
Di solito per fare il tratto stazione-lavoro prendo la metropolitana, più rumorosa e puzzolente, ma meno soggetta ad estinzione di pendolari. Tutti sanno che l’autobus è pericolosetto, ne sa qualcosa il mio collega Michele, che per aver solo osato guardare un tipo che infilava la mano in una borsa si è trovato a battere il record del mondo sui tremila siepi inseguito da un coltello formato sciabola malese.
Comunque una volta dentro, ho preferito sedermi da bravo, senza far vedere che avevo una strizza porca. E’ la prima cosa che ti insegnano all’asilo, non far mai vedere che hai paura. La seconda cosa ha a che fare con i tremila siepi.
Dietro di me due signore chiacchieravano amabilmente, passandosi una bottiglia di Vodka. Ad un certo punto una delle due, continuando a raccontare uno strano episodio che aveva a che fare con le forze dell’ordine, si alzò traballante per cadere inginocchiata quasi subito accanto al mio posto. E poi, alzando la mano verso l’amica come per dire “scusa un attimo”, cominciò a vomitare un fiume di liquido verdastro come Linda Blair nel film “L’Esorcista”.
Come in tutte le situazioni estreme pensai subito alle cose più importanti, e quindi d’istinto sollevai lo zaino con il computer in alto a braccia tese come un marines col suo fucile. Per tranquillizzarmi cercai di focalizzare la mia attenzione fuori dal finestrino. Su un muro vidi sfrecciare un murales, con la scritta “quello che so lo devo alla mia ignoranza”. E mentre stavo riflettendo sulla profondità di questa sentenza, un tipo partì al trotto dal lato opposto del veicolo, scavalcando ginocchia e buste della spesa, ed arrivato in prossimità della signora gridando qualcosa in una lingua sconosciuta le mollò a piede teso un calcio nel culo incredibile.
La signora a causa della pressione impressa spiccò un volo in avanti di un paio di metri, andando a sbattere con la faccia contro le gambe di un tipo che leggeva il giornale. E non solo questo non mostrò neanche di accorgersene, ma anche la signora alzandosi traballante continuò a raccontare l’episodio che aveva interrotto per vomitare, come se nulla fosse. Nessuno mostrò la minima reazione, ad eccezione di una vecchia signora che faceva si-si con la testa quasi a dire che la capiva e che era successo pure a lei.
Nel frattempo l’autobus arrivò a destinazione, ed io scesi senza riuscire a nascondere una certa fretta. Verso il calciatore, che era in piedi tremante di rabbia e gonfio come l’incredibile Hulk, mi venne istintivo agitare appena la mano come per dire “scusi tanto, ma mi parte il treno”. Sceso in strada, guardando la gente tranquilla per le strade, realizzai che tutto nel mondo stava andando avanti come se niente fosse. Due minuti prima avrebbero potuto scannarmi, violentarmi e persino rubarmi il computer, e sarei solo stato un trafiletto sul giornale.
Era Milano, giorno 27/7, un normale mezzo di trasporto pubblico, un’abbastanza normale gruppo di viaggiatori, in una tranquilla serata dell’estate 2009.
Share on FacebookItalia – India: 1 a 0
“Shit happens”, dicono gli americani. Vi siete mai chiesti come mai ogni tanto senza alcuna ragione vi si impalla il computer o il collegamento internet? Il motivo sta nel fatto che i software ormai sono talmente complessi da aver superato la capacità di comprensione umana.
Anche nelle aziende i sistemi informativi ormai sono mostruosi, e comportano costi di gestione devastanti. Ecco perché sempre più spesso, dopo aver già portato all’estero la produzione ed i call center, sta diventando una tendenza comune trasferire anche lo sviluppo software dove il costo del personale è meno di un quarto del nostro.
Qualche giorno fa ho incontrato in treno il mio vecchio amico F., che lavora in una multinazionale che sta centralizzando la gestione delle sue tecnologie in India. La sua conclusione è che un po’ per le barriere linguistiche, un po’ perché sono ancora poco esperti, un po’ perché hanno una mentalità un po’ particolare, seguire un team tra Madras e Calcutta è talmente complicato che alla fine si spende più di quanto si farebbe prendendo qualche sviluppatore a Busto Arsizio. E non solo, il risultato non è garantito. Se c’è una qualità che hanno sempre riconosciuto a noi italiani è che a costo di farlo a pugni e calci, alla fine riusciamo sempre a fare funzionare le cose.
Tutta questa premessa perché vorrei attirare la vostra attenzione su una piccola innovazione del sito, il riquadro a destra per l’iscrizione alla newsletter. Non potete avere idea di cosa mi è costato; ieri ho preso invano un giorno di ferie per poter mettere in piedi il tutto, senza riuscire a combinare nulla. A partire dalla mattina presto sono passato da un sereno ottimismo ad una cupa preoccupazione, quindi nervosismo, lacrime, rabbia, ed infine disperazione. Sul mio povero piccolo sito ho installato di tutto, ho provato a seguire i consigli presi da forum tedeschi, ho inoltrato imploranti richieste di aiuto in tutto il web… Niente da fare, c’era sempre qualcosa che non andava: la mail prodotta era enorme, i caratteri accentati diventavano degli ideogrammi di una lingua antica, le immagini si trasformavano per magia in quadrati con la “X” nel centro come un tirassegno.
La sera a casa sembravo il protagonista di un film di Dario Argento. Mentre Silvia mi raccontava la sua giornata, io la fissavo con occhi liquidi e gonfi come gavettoni di ferragosto, e mentre cenavo riempiendomi a dismisura di uova fritte e formaggio il mio cervelletto processava un pezzo di codice software scaricato da un sito cinese. Ho passato l’intera notte ad occhi spalancati, fissando il soffitto nel buio pesto come se fosse lo schermo di un computer, e mentre la cena si trasformava in una delle più grandi indigestioni della storia ho iniziato gradualmente a vedere la luce.
La mattina in treno avevo un nido di vespe nel cervello, ma pezzo dopo pezzo sono riuscito a mettere a posto ogni tassello come i pezzettini di un mosaico. Ho continuato a lavorare mentre il controllore mi spintonava giù dal treno a Milano Centrale, ho fatto una serie di prove nel breve pezzo di metropolitana, ho persino scritto due appunti mentre camminavo sul marciapiede sotto l’ufficio.
Alla fine sono riuscito a completare il lavoro e ad avviare la newsletter di tempodalupi.it alle ore 8.30 del mattino, direttamente dal cesso del mio ufficio, nascosto dentro come un pervertito con il computer ed una chiavetta per il collegamento internet. Deve essere stato uno strano spettacolo per i miei colleghi, vedermi uscire dal bagno con lo zainetto sulle spalle, cantando la sigla di Gig Robot d’Acciaio pazzo di felicità.
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