Archivi per la categoria ‘Week end e vacanze’

Finalmente le vacanze!!

abbronzatura_ok“No… Non può essere successo ancora… non può essere successo anche quest’anno…” Mormoro queste parole con le lacrime agli occhi, mentre il mio cervello cerca inutilmente di districarsi dal vortice impietoso dell’autocommiserazione. Non posso evitare di pensare che sono in un hotel di Cesenatico e non in un atollo delle Tonga; Silvia dice che per scottarsi sulla Riviera Romagnola devi veramente essere predisposto alla sfiga come Paperino, anche se poi ammette che le piace il ruolo di Paperina.  Ho ancora nelle orecchie le risate della farmacista, “non è possibile, ma guarda che pellina tenera!”; cinquanta euro buttati in costosissime creme solari ad alta protezione fotonica senza nessun risultato: ho a malapena una settimana di vacanza, ed ancora una volta mi ritrovo a cestinare metà dei giorni disponibili solo come un cane rognoso in una stanza d’albergo a leccarmi le ferite.

Eppure quando ero un ragazzino non ero così sensibile. Al massimo mi spruzzavo un po’ di protezione due il primo giorno, e poi lasciavo che la natura facesse il suo corso rendendomi progressivamente nero come la pece. Poi un giorno, nel picco della mia immatura post-adolescenza universitaria, ho passato un giorno intero all’Acquafan di Riccione con un altro paio di dementi, entrando ed uscendo dalle piscine protetti solo da un costume striminzito. Il giorno dopo sotto l’ombrellone piangevamo come neonati, e le nostre schiene erano al primo stadio della decomposizione. Da allora la mia pellaccia dura ed insensibile come un pantalone di cuoio, è diventata delicata e tenera come una ricotta di pecora.

Le zone più colpite sono anche quelle più difficili da medicare: l’interno cosce, il giro vita, le ascelle, il dorso dei piedi ed il retro delle orecchie. Vado in giro camminando a gambe larghe come un cow boy, puzzolente di crema Foille e lenitivi alla calendula, con larghi cerotti e fasce che spuntano da maglietta e pantaloni. Non accetto di far finire così la mia vacanza, e decido di interpretare la situazione come una prova di carattere; e così dopo essermi bendato come una mummia salgo in macchina, ed inizio a girovagare per la riviera romagnola con l’aria condizionata sul “cool strong” ed un cd di musica heavy metal cattivo come il fiele; e dopo qualche peregrinazione, finalmente all’altezza del bagno “Da Mimmo” la mia audacia è premiata con una visione celestiale: un piccolo cartello con deliziosi svolazzi rosa e fiorellini arancio, ed una semplice ed inequivocabile scritta: “Mediaworld, 2 chilometri”.

Quando arrivo nel parcheggio, mi chiedo se quello che ho davanti è la realtà o un miraggio; è un complesso commerciale enorme, con Ipercoop, Ikea, Mediaworld, Uci Cinemas e persino scarpe Pittarello! Chilometri quadrati di puro marketing a prezzi scontatissimi… Mi lascio trascinare dalla folla, ed all’incrocio tra la corsia dei televisori maxischermo e quella delle lavatrici classe A mi sento finalmente a casa; con le mani tremanti chiedo ad un commesso dov’è l’esposizione dei videogiochi, e già che ci sono lo costringo ad una dettagliata esposizione delle caratteristiche delle cornici digitali e delle videocamere in offerta; e mentre costui ancora cerca le risposte alle mie assurde domande, io mi piazzo davanti a due casse da 500 Megawatt ad occhi chiusi e braccia aperte come Di Caprio sul cocuzzolo del Titanic, lasciando che le potenti onde sonore curino le mie ustioni, come il balsamo delle trentatré erbe che mia nonna conservava nel più segreto dei suoi cassetti.

Il giorno dopo sono come nuovo. Arrivo in spiaggia duro e spavaldo come un samurai, con la pelle a tratti violacea, a tratti bianca di crema. Mia moglie mi guarda incredula; lei, che è pallida come una mozzarella biancolatte, dice “caspiterina, ho dimenticato la crema in albergo….vabbè, la metterò domani…”; lo dice ogni giorno, e pur restando l’intera giornata sdraiata al sole come una lucertola resta illesa, senza neppure un po’ di rossore sulle spalle o un maledetto eritema da sabbia sporca. Per me è una sicurezza: al limite, il giorno del rientro la macchina la guiderà lei; io probabilmente sarò al suo fianco avvolto in una coperta termica, stonato dalla morfina ed idratato in modo continuo da una flebo fissata al portapacchi.

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Finalmente i mondiali di calcio!!!

soccer-world-cup-2010Niente mi fa essere più italiano dei mondiali di calcio. Avete presente gli uomini di mezza età calvi e panciuti che guardano la partita in canottiera e pantofole da piscina? Con magari un piccolo tavolo apparecchiato con il frittatone di cipolla ed il bariletto di birra? E che quando c’è un gol urlano dalla finestra e terrorizzano la vecchietta del piano di sotto? Perdonatemi, io sono così. Potenzialmente un giorno potreste anche vedermi in TV, inquadrato nel mezzo di una tribuna, con la faccia dipinta di rosso-bianco-verde ed una enorme parrucca di boccoli biondi; sarò quello che sventola una grande bandiera azzurra su cui c’è scritto “Leggete Tempodalupi.it”.

Per vedere Italia-Paraguay l’altra sera ho dovuto fare venti minuti di trattativa con mia figlia Betrice, cinque anni, un metro zero sette di altezza. Mi sentivo come un criceto davanti ad un gigante; ad un certo punto per intenerirla ho anche provato a piangere dicendole che era una ingrata. La concomitanza della partita con i cartoni animati mi ha costretto a garantirle una serie di regali imbarazzanti, tra cui sette Skifidol puzzolenti, due videogiochi dei Pokemon ed il reggiseno delle Winx.

Quando avevo vent’anni era tradizione incontrarsi con gli amici e lasciarsi andare come animali; c’era solo qualche problema a casa del mio amico Jacopone che aveva un cagnolino bastardo che ti azzannava le chiappe appena facevi un movimento brusco; la situazione era paradossale, noi seduti calmi come dei lord inglesi all’ora del the, ed il cane tra noi e la tv che ci fissava attentamente per tutta la partita; in caso di gol, poteva al massimo scapparci una esclamazione: “oh, che bel gol!”, “sisi, veramente bello…”, “quand’è che portiamo il cagnolino sull’autostrada?”, “magari prima della partita col Brasile…”.

E poi, quando l’Italia vinceva, partivamo in macchina per festeggiare per le strade. Le scarse risorse a disposizione non ci consentivano azioni scenografiche: di solito ci infilavamo in sette o otto in una macchina, generalmente la Seicento di Jacopone, facevamo qualche strombazzata, e poi tornavamo a casa a giocare a Risiko. Una volta abbiamo anche fatto una colletta per comprare una bandiera, che sventolavamo a turno dal finestrino; arrivati in centro, due poliziotti si sono avvicinati alla macchina gesticolando infuriati; davanti a noi c’era un pickup pieno di invasati che sparavano fumogeni, dietro una cabriolet con due ragazze in topless e le tette dipinte col tricolore, capite che ci era venuto d’intuito chiederci perché i poliziotti erano proprio interessati a noi che eravamo quattro sfigati con una bandierina; le loro urla superavano appena il casino di fondo: “così accecate qualcuno!!”. Allora abbiamo capito: da almeno quaranta minuti sventolavamo a turno solo una asticella lunga e nuda, probabilmente il drappo tricolore era volato via subito dopo aver lasciato il chioschetto di gadget calcistici.

Quattro anni fa Beatrice aveva poco più di un anno, e nel periodo dei mondiali eravamo al mare. L’inizio delle partite era sempre concomitante con il delirio pre-nanna, e di solito riuscivo a lasciare l’albergo solo una ventina di minuti prima del fischio finale; allora giravo per le strade vuote ed i chioschi sul lungomare alla ricerca di un televisore, e di qualche disperato che mi facesse un minimo di telecronaca differita; una volta mi sono fatto raccontare tutta Italia-Olanda da un turista tedesco ubriaco, che si spiegava in un misto di gesti e lingue sconosciute: “Totti, puum, ball in corner, puf, gooool!, yellow card, Buffon kaputt…”.

Mia figlia comunque dimostra di avere una certa passione per il calcio: nelle feste con gli amici è l’unica femmina che gioca; dovreste vederla mentre molla pedate furiose e rincorre la palla con i suoi sandaletti rosa e la gonna tirata sopra le spalle come una ballerina di Can Can. Già adesso è significativamente più brava di me, e questo spiega perché quando ero ragazzino nessuno mi voleva nella sua squadra.

Domani pomeriggio la nazionale torna in campo. Per l’occasione comprerò un paio di chili di pop corn, qualche litro di birra, e magari anche una trombetta. Spero che Beatrice mi venga incontro, ed accetti di guardare la partita buona buona… Mia moglie le ha parlato in questi giorni, e non mi stupirei se ad un certo punto mi arrivassero richieste del tipo “per la mamma una collana di perle, e per me un week end a Disneyworld”.

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Cresciuto a pane e Pac Man

pac-manAlla fine ci sono cascato anch’io. Ero andato a fare la spesa con nobili intenzioni: prosciutto di Parma, pane integrale, latte e verdura fresca; magari anche un paciughino per mia figlia, che era a casa con l’influenza. Ma quando ho visto in offerta la console di videogame Wii Nintendo non ho capito più nulla, ed una forza invisibile mi ha costretto a sborsare i duecento euro richiesti. Colto dal senso di colpa ho preferito poi rinunciare a buona parte della spesa, costringendo la mia famiglia ad una triste cena con patate e ceci.

Inutile dire che Silvia mi ha tolto il saluto per tre giorni. Mia figlia invece si è esaltata, ed in pochi minuti era già un mito del ping pong multimediale. Ma per me che sono cresciuto a pane e Pac-Man non è stata solo esaltazione: è stato il risveglio dei sensi, un bagno di emozioni psichedeliche e di adrenalina che alla mia età può essere raggiunto solo da un corretto impasto di Viagra ed anfetamine.

Dopo solo una settimana ho acquistato il primo titolo per adulti, un gioco di simulazione che mi trasforma in un assassino orientale che gironzola con pistola e Katana, ammazzando tutto quello che si muove. Vi assicuro che è meraviglioso passare la giornata in ufficio piegati sul computer come piccoli programmatori sfigati, e poi trascorrere la serata a tagliare teste come burro.

Il problema è che quando ci prendi gusto non ti fermi più. E così inizi a gironzolare per i negozietti specializzati, piccoli luoghi di piacere annidati per lo più nei centri commerciali. Appena entri ti accorgi con un certo imbarazzo che sei l’unico sopra i quindici anni oltre al commesso, e questo non è un male perché sono proprio i quindicenni che sanno le cose: ti ritrovi a fargli domande incredibili del tipo “ma in questo si vede il sangue?”, oppure “cosa mi consigli, il gioco con i morti viventi, o il picchia-duro con il culturista mascherato?”; poi quando vai a pagare ti inventi scuse pietose, sul genere di “che ne dice, va bene come regalo per una Cresima?”, e se il commesso schifato ti fa notare che è vietato ai minori per gli alti contenuti di violenza, allora abbassi le brache e lo ammetti “è per me, che ci vuol fare, da piccolo non mi facevano entrare nelle sale giochi perché ero troppo basso”.

In bolletta cronica e con un mutuo che mi graverà sulle spalle per i prossimi vent’anni, mi ritrovo a fare dei budget familiari sempre più azzardati, che includono l’acquisto dei videogiochi novità del mese a spese del detersivo per piatti e dello shampoo antiforfora. Ultimamente mi sono anche abbonato ad una rivista specializzata, ed aspetto con un’ansia famelica le recensioni sulle nuove uscite. Mi appassiono ad argomenti difficilmente comprensibili per un adulto sano di mente, del tipo “è meglio la grafica spettacolare delle produzioni giapponesi, o le storie di ruolo fantasiose ed un po’ fuori di testa di quelle californiane?”. Ho anche sottoscritto una petizione per chiedere di anticipare l’uscita del nuovo “Mario Galaxy 2”, e tra i firmatari ero l’unico maggiorenne.

Quando scopri le promozioni sui giochi usati infine, la tua raccolta si arricchisce rapidamente, e con la stessa velocità i rapporti con tua moglie si incrinano in modo drastico. Nel mio caso però ho un grande vantaggio: Silvia la sera si addormenta sul divano, lasciandomi almeno un’oretta buona di totale libertà. Così scendo in strada ed apro il portapacchi della macchina, dove nascondo i nuovi acquisti per evitare critiche e scuse pietose. Quindi salgo in casa, e mi scateno; talvolta mentre gioco Silvia ha degli strani incubi, e comincia a gridare sul divano come se i mostri dei giochi entrassero nella sua mente; “tutto bene Silvia, dormi…dormi…”, le dico, terrorizzato dall’idea che mi costringa a spegnere prima di finire il livello; e dentro di me penso che c’è anche un lato romantico: è un po’ come se giocassimo in due. Poi il giorno dopo la sento al telefono che parla con sua madre, e tra una battuta e l’altra le sfugge qualche commento su di me: “si…sta bene, è duro da ammazzare quello…si, ha i giochini nuovi…che ci vuoi fare, ha quarant’anni, è ancora un bambino…ieri sera ha segato zombie fino alle due di notte…”.

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Nachos e Avatar!

NachosL’attesa è finita. Sabato pomeriggio Silvia mi ha portato da Blockbuster, ed in cambio di un paio di film melensi e mezzo chilo di giuggiole mi ha concesso l’affitto di “Avatar”.

Per garantire una visione accurata, ho sentito la necessità di aggiungere una giusta dose di Nachos piccanti e Salsa Hot-Mexico. L’unico posto al mondo che garantisce i due prodotti è l’Auchan al di là del Po, che purtroppo in concomitanza con l’evento è straripato provocando la chiusura del ponte che collega l’ipermercato alla città. A quel punto Silvia mi ha detto “ok, va bene così, andiamo a casa”. Io invece, con una serie di scuse del tipo “ma no, fidati, basta prendere per di là, ancora un minuto e ci siamo etc. etc”, ho costretto la mia famiglia ad una deviazione di quaranta chilometri pur di raggiungere l’obiettivo.

Tornato in città in serata, mia figlia era addormentata nel sedile per cuccioli, e Silvia era imbestialita. A quel punto era rischiosetto mettere in evidenza che avevo dimenticato di comperare la birra. E così, con una scusa pietosa, mi sono fermato ad un take away dove ho acquistato una Nastro Azzurro da litro ed una gigantesca pizza tonno e cipolla.

Tutto questo investimento per un film dai grandi effetti speciali, e dalla storia semplice e banale come un romanzetto rosa, pieno di fragilità, con personaggi stravisti ed improbabili, ed in alcuni momenti noioso e pesante come un saggio di glottologia. Per la prima volta da dodici anni, alla fine è stata Silvia a svegliarmi e non il contrario.

Per controbilanciare la pessima trama, sono stato costretto ad ingurgitare tutti i nachos con la salsa, ed ora sto passando la settimana tra incubi notturni e passate di verdura in mensa, risatine dei colleghi e tisane al limone. Silvia continua a dirmelo: se continui a mangiare così, non arrivi a cinquant’anni. Ed io tastandomi penso, se continuano a produrre queste schifezze di film, preferisco non arrivarci a cinquant’anni.

D’altra parte non è colpa mia, se quando ero un ragazzetto c’era in giro roba tipo “Blade Runner”, e “Alien”. Film fantastici, che ti costringono a passare il resto della tua vita chiedendoti: “sarò mica un replicante?”. Con la robaccia di oggi al limite puoi immaginare di addormentarti e di svegliarti dentro un avatar viola alto tre metri. Ed a quel punto l’unica maledetta cosa che può darti soddisfazione probabilmente è una occhiata nelle mutande, sperando che tutto resti proporzionato e che non ci sia qualche assurda invenzione anche per la zona genitale.

“Come cacchio è finito?”, ho chiesto a Silvia mentre cercavo di trascinarmi verso il letto. “Muoiono tutti”, mi ha risposto mentre si lavava i denti. Ho sempre apprezzato la capacità di sintesi di Silvia. “Tutti…tutti?”, ho provato a richiederle. “Tutti tranne il pistolone viola”. Capacità di sintesi confermata. Sono andato a letto con una delle peggiori depressioni della mia vita.

E così il giorno dopo sono andato a consolarmi da Mediaworld, dove almeno potevo mettere le mani su qualche oggetto tecnologico. Subito all’ingresso sono passato tra due enormi raccoglitori di “Avatar” in offerta speciale a 16.90 euro. Poco più avanti c’erano in vendita pupazzi di avatar, rivestimenti porta-cellulare griffate Avatar, videogiochi di Avatar, ed un paio di ragazzotte niente male cercavano pure di appiopparti la TV via cavo con un pacchetto “mondiali di calcio + Avatar”.

Però vi dirò con una certa soddisfazione che tutti questi gadget sembravano star lì a far polvere. Probabilmente in tutto il mondo non abbonda la gente che desidera rivedere il film. Invece Blade Runner avrà sempre un gruppo di vecchietti assatanati come me che ti cita a memoria Rutger Hauer, quando dice “tutto ciò andrà perduto, come lacrime nella pioggia”. Così ho deciso di concludere la mia visita da Mediaworld con un bel cd in offerta dei Jethro Tull, una roba della mia generazione come Nilla Pizzi per quella di mio padre.

Chissà se arriverà un giorno in cui mia figlia entrerà in un grande magazzino tutto luci laser ed ologrammi, con un bambino per mano che avrà una magliettina fosforescente con l’immagine di qualche mostro cinematografico del 2050. La vedo che scava in una enorme scatola di vecchi olo-dvd e trova “Avatar”, un pezzo da collezione. E così decide di fare un regalo al suo vecchio papà, che nel frattempo a causa dell’eccesso di caffè, nachos e pizza con la cipolla pesa ormai 200 chili, non riesce più a muoversi, ha fegato e cuore a pezzi, ed è ormai costretto su una enorme sedia a rotelle bloccata tutto il giorno davanti ad una olo-tv. La immagino che entra in casa, e mi grida “papàààà, ho un regalo!! Una roba dei tuoi tempi…Avatar!!!”. La paralisi facciale non mostrerebbe il panico che mi si accende negli occhi. Penso che solo così potrei essere costretto ad apprezzarne una seconda ed ultima visione.

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Capodannodalupi!

New-Year-2010Come avete trascorso la notte di Capodanno? Io ho cenato con il solito gruppo di amici, mangiando e bevendo in modo imponente mentre intorno al tavolo i nostri bambini si rincorrevano eccitati. Sono passati i tempi in cui scorrazzavo in macchina fino all’alba: nonostante l’affiatamento e l’affetto, tutti gli adulti già alle 21.30 guardavano l’orologio sbadigliando selvaggiamente, e qualcuno già cercava nelle borse le pillole per il mal di testa e la cattiva digestione; abbiamo aspettato la mezzanotte ricordando gli anni passati, scambiandoci di tanto in tanto un consiglio per la cervicale ed il nome di qualche nuovo ansiolitico.

Quando ero bambino le feste le trascorrevo in famiglia, dove provavano ad iniziarmi con scarso successo al gioco d’azzardo ed all’uso smodato dei petardi. Un paio di zii a turno facevano sempre una trasferta a Napoli, dove tornavano con l’auto talmente carica di tritolo che sarebbe bastata una buca sotto una ruota per farli saltare nella stratosfera. Il problema è che i botti mi hanno sempre fatto una paura del diavolo, e quando arrivava mezzanotte mi nascondevo sotto il letto come un cagnolino; la cosa suscitava grande divertimento in mio padre, e somma disapprovazione in mio nonno cavaliere di Vittorio Veneto, che coglieva sempre l’occasione per sparare un paio di colpi con un vecchio revolver dalla finestra, mirando alle tegole del dirimpettaio con cui aveva un paio di secolari questioni in sospeso.

Poi è arrivata l’adolescenza, e con essa la voglia di autonomia. Ancora troppo giovane per la patente, giravo con gli amici in bicicletta nella nebbia, cercando un qualunque localaccio illuminato per infilarci la testa e rubare un paio di tartine. A sedici anni abbiamo stappato lo spumante davanti al portone della casa di una delle ragazze più carine del liceo, provocati dal fatto che aveva osato organizzare una festa senza invitarci. Col cervello ottenebrato dal picco ormonale della adolescenza, mi ero aggiunto alla teppa che cercava inutilmente di attirare l’attenzione con qualche coro da stadio; vincendo la paura avevo anche fatto esplodere un paio di miccette attirando il cane lupo dei vicini, che saltata la staccionata ci aveva fatto sgombrare con l’accelerazione di uno Shuttle.

Poi è arrivata l’epoca della autonomia vera, quella in cui io e mio fratello facevamo a gara a chi tornava più tardi, con il suo mitico rientro record alla sera del due gennaio cui sono seguiti tre giorni in ginocchio davanti al water, con urla e lacrime all’insegna del ‘giuro non accadrà mai più’.

Durante la cena di quest’anno io ed un amico abbiamo ricordato una famigerata festa in un granaio che per pura fortuna non si è trasformata in una strage. Il locale era stato affittato da un furbacchione, che poi aveva piazzato dentro qualche ettolitro di alcool limitandosi a prelevare ventimila lire per farti entrare. Aveva fatto l’affare della sua vita, c’erano centinaia di persone stipate in pochi metri quadri, e dopo pochi minuti di spintoni la gente ha iniziato ad azzuffarsi. Poi a mezzanotte qualcuno ha iniziato ad accendere fiammelle e petardi, e questa non era una buona idea considerando il numero di individui che avevano bevuto fino a scollegare il cervello. All’interno della baraonda però era commovente il saluto al nuovo anno fatto da Gigi, le lacrime agli occhi ricordando qualche episodio dell’infanzia, lo spumante in una mano, e nell’altra un razzo acceso che tratteneva inspiegabilmente per un estremo mentre le scintille si infilavano nella manica illuminandolo come un albero di Natale.

La mezzanotte del duemila ero a Milano in piazza Duomo, con Silvia ed un paio di amici che come noi volevano entrare nel nuovo millennio in modo memorabile. Ed invece abbiamo passato la notte cercando di schivare i petardi sparati ad altezza uomo, scappando disperati su un tappeto di vetri rotti che sembravano distribuiti per le strade da decine di spalatori professionisti. Ricordo in particolare un imbecille col fisico palestrato, che girava tra la folla divertendosi ad aizzare un doberman che tratteneva appena al guinzaglio; con oggi sono dieci capodanni che prego che venga morso ad una chiappa.

Vi dirò, rileggendo questo articolo non mi lamento affatto della festa di quest’anno. Mentre ci scambiavamo gli auguri, i bambini erano assiepati alle finestre per vedere i fuochi d’artificio che venivano sparati da un balcone vicino. Probabilmente questi cuccioli non desiderano altro che diventare grandi, per scaraventarsi fuori e tornare all’alba devastati. Verrà anche il loro momento, ed allora probabilmente passerò la notte aspettando preoccupato davanti al portone del condominio. A loro, come a voi miei cari compagni di blog, auguro un meraviglioso anno nuovo.

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Riflessioni a pancia piena

banquet_lDopo un pranzo di Natale a base di salumi e sottolio, panettone gastronomico, pappardelle al ragù, arrosto agrodolce con patate, panettone, torrone, due bottiglie di Dolcetto d’Alba ed una di Berlucchi, limoncino della nonna, grappa-souvenir dalla Taiga e caffè aromatizzato alla noce, ho cercato di alzarmi da tavola e sono ricaduto rumorosamente sulla sedia mentre intorno a me tutto il mondo girava vorticosamente. Mi sono quindi trascinato lentamente sul divano delle zie di Silvia, e reclinando all’indietro la testa mi sono addormentato a bocca aperta, offrendo alla famiglia di mia moglie la stessa scena imbarazzante  che ripropongo da circa otto anni fin dalla ufficializzazione del fidanzamento.

Non è colpa mia se sono cresciuto in una famiglia dove le feste venivano passate a tavola, salutando festosi l’arrivo di Gesù con piatti di pasta al forno che strabordavano di una spanna, bis di interi provoloni e tombolate con tarallini e vino. Per me, non mangiare come una bestia quando si è invitati è come sputare sul cuoco, un gesto cafone che scredita l’affetto e la stima che provi per tutta la famiglia di cui sei ospite.

Il problema è che purtroppo ormai con l’età faccio fatica a gestire certe performance culinarie. Quando ero ragazzo digerivo anche le lattine, ero capace di spararmi un intero pollo arrosto e subito dopo giocare a calcio tutto il pomeriggio sotto il sole di ferragosto. Ora invece ho subito difficoltà respiratorie, digestioni lente e rumorose, incubi notturni mostruosi e fastidiosi bruciori allo stomaco che per almeno una settimana mi costringono a riso in bianco e mela bollita. E poi specialmente bevo acqua fino a crepare, tipico effetto della cattiva digestione; oggi pomeriggio ho bevuto talmente tanto che sentivo nelle orecchie il rumore del mare come se ci fossero appoggiate delle conchiglie.

Quando ero al liceo in un paio di occasioni sono riuscito a mangiare un chilo di pasta senza particolari problemi. La mia compagna di classe Cinzia si divertiva un mondo ad invitare me ed il mio compagno di banco a mangiare le chicche della nonna, e spesso chiamava anche parenti e vicini per far vedere di cosa eravamo capaci. C’era di meglio: nella mia compagnia c’era Matteo che riusciva a mangiare da solo un panettone intero in meno di venti secondi. Aveva sviluppata una tecnica personale, con la quale lo spremeva come una spugna comprimendolo progressivamente fino a ridurlo alle dimensioni di un mandarino; poi con una mossa veloce se lo sparava direttamente in gola ingoiandolo con un bel bicchierone di spumante; era incredibile poi vedere la sua pancia gonfiarsi progressivamente fino a restare tesa come se stesse per squarciarsi.

Se poi a queste incredibili gesta si accompagnava la logica della scommessa, si poteva arrivare anche vicini alla morte; un mio compagno di classe è quasi finito in coma etilico per aver tentato di ingoiare un litro di birra in meno di sette secondi; un altro è stato sottoposto ad un intervento di microchirurgia per farsi estrarre dalla bocca una tazzina da caffè, che davanti ad un gruppo di compagni che lo incitavano era riuscito ad infilare intera con successo, ma non a cavar fuori.

Ho visto fare strane cose per l’amore del cibo. Giusto in questi giorni il mio caro amico Nicola ha interrotto sei mesi di dieta per una strafogata di Natale con un menù ampiamente basato su cibi verso cui ha una sospetta intolleranza, e così ha avuto il giusto castigo con le dita di una mano trasformate in salsicciotti. L’episodio che ricordo con più affetto però è quello del mio compagno di liceo Marco e del suo amore per gli affettati; giocava a rugby, ed in una partita aveva rimediato una frattura alla mascella che lo aveva costretto a portare per oltre un mese un apparecchio che immobilizzava i denti, obbligandolo ad una dieta liquida assunta con una sottile cannuccia; dopo solo dieci giorni non ce la faceva più, ed aveva rischiato di morire soffocato infilandosi tra gli incisivi delle fette di salame tagliate sottilissime.

Adesso i tempi sono cambiati, e sono sinceramente preoccupato: ho ancora una quantità spaventosa di cibo da ingoiare obbligatoriamente nei prossimi giorni. Babbo Natale ci ha portato in dono una cesta di cantucci ed altri dolcetti, che ora sto sgranocchiando mentre scrivo questo articolo. Abbiamo già fatto un giro di telefonate per dividerci la preparazione della cena di capodanno, ed il giorno dopo concluderemo con un bel pranzetto dalla mia mamma, che ancora oggi continua a ripetermi che sono troppo magro…

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Costosi regali per bambini parsimoniosi

regaloSe avete cercato anche voi di tranquillizzare la vostra coscienza con l’acquisto di un gioco intelligente e l’illusione di staccarli dalla televisione, date retta a me, non avete capito nulla. Il mondo è fatto così, i nostri figli crescono con i nostri stessi desideri infantili, amplificati dalle pubblicità multimediali che li perseguitano nei cartoni animati del pomeriggio e sulle loro colorate rivistine progettate per fasce d’età. Quello che cambia è solo il target: per noi oggi il desiderio è rappresentato da televisori al plasma e macchine fotografiche digitali, per loro da videogiochi e robottini. La fortuna dei nostri cuccioli è che hanno occhi dolci e vocina tenera, e nel caso di mia figlia anche un papà disposto ad indebitarsi per accontentarla.

E così eccomi qua, appena tornato da una gita all’ipermercato, di nascosto da mia moglie che quando lo scoprirà mi farà una testa così ricordando l’ultimo estratto conto: cinque chilometri di tangenziale e trenta minuti di coda per acquistare il regalo di Natale che la mia piccola ha espressamente richiesto con una letterina per Babbo Natale, scritta con lettere disegnate come geroglifici e l’infame complicità della nonna. Buona parte del portapacchi della mia auto ora è occupata da un pulcino rosa che parla come il computer di “2001 Odissea nello Spazio”, sputa fuori piccoli cloni dalla pancia come una tarantola, e specialmente assorbe caricatori di pile con l’ingordigia di un maratoneta attaccato ad una bottiglia di Gatorade.

Non so perché ci casco sempre, sono evidentemente un papà duro come un marsh-mallow, ma mi consola il fatto di non essere l’unico: intorno all’area dei pulcini rosa orbitavano decine di genitori distrutti, che osservavano preoccupati il prezzo appeso ed il loro portafoglio, ormai consci di aver già varcato il punto di non ritorno. E lì ho selezionato il mio pulcino –  cercando di prenderne uno collocato un po’ in alto per evitare quelli che nei giorni scorsi sono stati smanacciati dai test impietosi di cuccioli esaltati –  e poi mi sono avviato verso la salumeria per cercare  di giustificare il mio viaggio almeno con l’acquisto di un rinforzino per la cena. Procedendo con il mostro sotto il braccio, decine di esserini sotto il metro e dieci mi guardavano con avido interesse.

A Natale mia figlia avrà dieci minuti di gioia incontenibile quando aprirà il suo pacchetto. E so anche che da questo sarò gratificato, e che tutto sommato la fortuna del nostro tempo è anche poter buttare una piccola cifra una volta all’anno per queste sciocchezze. Che importa allora se il pulcino verrà  messo nel reparto giochi dimenticati, assieme al leoncino parlante preso l’anno scorso ed il karaoke di due anni fa.

I bambini sono fatti così, si nutrono di desiderio, e si fanno fregare dalla pubblicità. Mia figlia mangia in tutto cinque cose: la carnina cotta come la cuoce mia moglie, la frittatina fatta come la fa mia moglie, il risino in bianco bollito come lo bolle mia moglie, il latte e cioccolato come lo preparo io, e infine una schifezza di budino bicolore dal gusto ripugnante ispirato ai colori di una mucca, pubblicizzato con un cartone animato da lei particolarmente apprezzato.

L’unica cosa che mi fa sperare che non sia definitivamente entrata nel tunnel è la sua parsimonia. Tempo fa le ho regalato un piccolo salvadanaio, che lei sta lentamente riempiendo con quello che giornalmente ruba a nonni e genitori. E’ arrivata ad imporre il pizzo alle zie di Silvia, che quando la vengono a curare il pomeriggio alla fine devono pure lasciarle il soldino. Mi commuove vederla accarezzare il salvadanaio, mi fa venire in mente un piccolo Tempodalupi bambino che si faceva derubare dai suoi genitori per motivi di dubbia utilità. Ancora oggi guardo con disprezzo gli occhiali di mio fratello, che nel 1978 sono stati finanziati dalla mia strenna Natalizia. Avrei voluto utilizzarla per soddisfare qualche piccolo desiderio personale decisamente meno utile.

Sono proprio i nostri traumi infantili che ci rendono deboli; e così, quando mia figlia  ha visto la pubblicità del pulcino rosa ed è arrivata da me con il suo salvadanaio in mano, dieci minuti dopo ero già in tangenziale…

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Morning Sun – by Tempodalupi

giraffa_lDopo un picco di lavoro delirante, ho deciso di concedermi un pomeriggio di ferie e di gironzolare un po’ per Milano.

E così mi sono trovato direttamente in centro con mio fratello, una persona talmente seria e posata che spesso la gente ci chiede se siamo davvero figli della stessa madre, instillando dopo tanti anni nella mia fertile mente un ragionevole dubbio. Per non sfigurare ho accettato la sua proposta di visitare la mostra di Hopper, meraviglioso ed originale pittore americano della prima metà del 900, famoso per il suo realismo crudo ed espressivo.

Mi hanno costretto a lasciare lo zaino da alpino col pc portatile al guardaroba, lasciandomi nervoso ed imbarazzato come Adamo senza la foglia di fico; comunque superato il momento di tensione e galvanizzato dalla giornata di ferie, ho offerto l’ingresso a mio fratello e mi sono pure concesso l’audioguida.

La mostra era meravigliosa. Ad un certo punto davanti ad un paesaggio parigino di inizio secolo, le cuffiette hanno avviato una divertente successione di pezzi musicale della bell-epoque, travolgendomi in aggressivi istinti danzerecci. Un tipo ha iniziato a farmi degli strani segni, ed io che dopo due sale credevo di aver già capito tutto gli ho risposto che si..certo… Hopper aveva una capacità unica nel cogliere la luce, ed è vero il suo rapporto con le forme anticipava le moderne teorie del cinema… Allora il tipo ha sospirato, e facendo un gesto a vite al suo orecchio ho capito che mi stava solo chiedendo di abbassare il volume di quelle cacchio di autoguide.

Qualche sala più avanti c’era la ricostruzione dell’ambiente del celebre quadro “Morning Sun”: un letto davanti ad una finestra. Nell’opera finale c’era pure la moglie nuda; qui invece il letto era vuoto, ed una targa invita i visitatori ad entrare nel quadro ed a percepire quello che sentiva l’autore; ho prenso questa proposta come un impegno, e cogliendo l’occasione della sala vuota ho cominciato a fare il pirla davanti allo sguardo nauseato di mio fratello; mi sono buttato sul letto, ed ho contaminato il crudo realismo di Hopper posizionandomi coma la “Maya Desnuda” di Goya; quindi ho cominciato a camminare sul letto a quattro zampe abbaiando come un cagnolino, e mentre mio fratello infuriato minacciava di chiamare la sorveglianza ho superato me stesso riuscendo per la prima volta a fare la famosa posizione yoga della “giraffa che beve”.

Proseguendo il giro, ero sempre più innamorato di questo pittore che riusciva a cogliere tutte le emozioni umane in un solo sguardo. Purtroppo l’istinto da avvitabulloni mi costringeva qualche volta a delle considerazioni sarcastiche, soffermandomi ad esempio sull’evidenza che le persone ritratte hanno sempre la stessa faccia di cacchio. Incredibilmente l’audioguida mi ha dato ragione: Hopper era uno dei più grande taccagni della storia dell’arte, e per evitare gli inutili costi di una modella ha sempre utilizzato esclusivamente la moglie. Evidentemente non aveva una donna come Silvia, che dopo un paio di minuti in posa avrebbe stroncato ogni talento artistico proponendo una pausa patatine.

Alla fine di tutto il giro ci siamo fermati ai bagni, consci del fatto che sarebbe stata l’ultima occasione fino al ritorno a casa. Come sempre in queste occasioni, la porta non si poteva chiudere a chiave, ed io senza chiudermi non riesco a fare nulla nemmeno se la vescica arriva a cento atmosfere. Così ho chiesto gentilmente a mio fratello di fare la guardia fuori; come era prevedibile invece, venti secondo dopo aver abbassato la chiusura lampo ed iniziato l’attività depurativa, una intera famiglia peruviana con dodici figli ha fatto irruzione nel cesso con la delicatezza di un reparto di teste di cuoio in un aereo dirottato.

Mi sono scaraventato fuori infuriato, con i polmoni gonfi per una litigata biblica, ed ho trovato mio fratello placido che si fumava una sigaretta; gli ho detto “ma non dovevi restare fuori dalla porta?”, e lui anziché rispondere mi ha indicato una piccola folla assiepata in strada davanti all’ingresso del palazzo della mostra; tutti fissavano un enorme schermo, e ridevano a crepapelle; inquadrato, c’era il letto dove pochi minuti prima facevo il pirla, e sopra di esso c’era un tipo strano che si muoveva a quattro zampe. Abbiamo preferito scappare prima di vedere la giraffa che beve.

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L’opzione Ikea

trasporto_lQuando io e Silvia abbiamo arredato casa, ci siamo trovati a valutare più volte l’opzione Ikea. Col tempo la visita al magazzino era diventata una gita piacevole, alternativa ad una passeggiata per negozi o ad una scampagnata. E colpa del design invitante e del prezzo abbordabile ci siamo trovati rapidamente la casa piena di una ricercata oggettistica svedese che andava dai lampadari stroboscopici di carta ai tappetoni fintalana multicolor, dalle collezioni di bicchieri da mirto alle aringhe di plastica che dicono buongiorno se qualcuno batte le mani, dalla mini-serra per cactus al quadro gigante finto-naif in rilievo.

Come una droga che ti costringe a cercare emozioni sempre più intense, ogni volta che visitavamo questo straordinario Luna Park del mobile tornavamo a casa con la macchina più piena, spesso con oggetti ingombranti e spigolosi, che richiedevano una guida attenta per evitare che alla prima frenata uno spigolo di qualche diavoleria accomodata tra i sedili posteriori non si conficcasse nel cervelletto del guidatore.

Abbiamo toccato il fondo una piovosa serata d’autunno, quando la nostra perversione Ikea ci ha portato a selezionarlo come prima scelta per un armadio componibile che avrebbe definitivamente risolto i nostri annosi problemi logistici, concedendo finalmente un posto per tutti i vestiti accumulati dai tempi della prima comunione. Siamo usciti dal magazzino raggianti di felicità, trascinando un carrello con sopra una quantità spropositata di scatoloni che avrebbe richiesto almeno il doppio dello spazio disponibile nella mia macchina. Eppure per qualche strano motivo ho fatto fatica a capire questo semplice concetto, ed ho cominciato a caricare il bagagliaio con straordinario vigore davanti allo sguardo un po’ preoccupato di Silvia.

Quando alla fine ho sistemato l’ultimo scatolone ed ho chiuso il portellone posteriore, Silvia ha sentito l’obbligo morale di riportarmi sulla terra facendomi capire, con la lentezza che si richiede per spiegare un concetto ad un minorato, che non era rimasto spazio per noi. E’ stato duro da accettare; tuttavia, forte della mia secolare esperienza nei videogame, sono riuscito a riorganizzare tutto il materiale, rischiando quasi di fracassare un finestrino, ma riuscendo finalmente a liberare un posto per il guidatore. Solo per il guidatore. Silvia restava un problema.

Ho provato a proporre a mia moglie alcune opzioni: ad esempio lei avrebbe potuto prendere il treno, doveva solo fare un paio di chilometri a piedi per arrivare a prendere la metropolitana. La proposta non è stata accolta in modo positivo. Ho provato anche a riorganizzare nuovamente il materiale, trovando una soluzione geniale che avrebbe consentito il trasporto di Silvia sdraiata nel portapacchi, incastrata tra un fascio di assi e la carrozzeria. Mentre ancora stavo esponendo questa opzione, la situazione mi è sfuggita completamente di mano: nel giro di una decina di secondi mi sono conficcato una scheggia di legno in un’unghia, mia moglie mi ha mandato affanculo minacciando di andarsene in autostop, e mia madre mi ha chiamato sul cellulare per chiedermi come erano i peperoni fritti che mi aveva preparato la sera prima.

Alla fine io e Silvia siamo riusciti a partire, entrambi seduti nella nostra auto, con il portellone posteriore aperto da cui spuntavano le assi dell’armadio per oltre un metro, rozzamente assicurate da un elasticone acquistato per pochi euro, che in caso di cedimento avrebbe decapitato di netto qualche ignaro passante. Per andare sul sicuro, Silvia ha fatto tutto il viaggio con il busto ruotato, afferrando le assi con le mani per tenerle ferme.

Siamo arrivati a casa dopo gli ottanta chilometri più lunghi della mia vita, per buona parte in autostrada, e non c’è stata macchina incrociata che non mi abbia lampeggiato o salutato con il dito medio. Per questa disavventura Silvia non mi ha parlato per una settimana, ed ha avuto febbre nervosa per quasi un mese. Abbandonato da tutti ho completato il montaggio del nuovo armadio da solo, utilizzando letteralmente tutte le parti del corpo per riuscire ad inchiodare ogni asse tenendone nel frattempo ferme almeno cinque. Il risultato però è stato eccellente ed una volta montato, il prodotto è risultato di eccellente solidità, alla faccia di chi ha dubbi sulla qualità Ikea. E’ risultato talmente solido che quando abbiamo cambiato casa non è stato neanche possibile smontarlo, e la ditta dei traslochi dovette fare un trasporto con un intero camion solo per lui. Adesso è in una stanza su cui successivamente abbiamo fatto una serie di modifiche. Se mai un domani dovrà essere rimosso, sarà necessario demolire due pareti ed affittare una gru per estrarlo.

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Il marketing degli autolavaggi

car_wash_lOggi il mio blog festeggia cinque settimane di vita. Penso che festeggerò andando a lavare la macchina. “Bravo”, mi ha detto Silvia quando ha sentito, facendomi sentire in colpa. Probabilmente si vergogna un po’ quando usciamo con gli amici. Penso che incidano i vetri opachi e le tracce di fango dell’estate scorsa. Anche gli scheletri delle bottigliette e le riviste crostificate sui tappetini fanno la loro parte. Solo che io sono fatto così, è una cosa che ho dentro, odio investire tempo e denaro per un oggetto su cui già benzina ed assicurazione mi succhiano l’anima.

Ho letto da qualche parte che lavare l’auto era l’attività preferita degli italiani negli anni 50, quando avevano iniziato ad avere i soldi per comprarla ed il sabato aveva smesso di essere lavorativo. Mi fa impazzire pensare ai cortili pieni di Fiat 500, con i padri di famiglia armati di secchio e spugna ed i bambini che si rincorrevano con i piedi nudi nell’acqua e sapone.

Poi invece sono arrivati i supermercati, i bancomat, i self service e le televendite. E con loro gli autolavaggi. Per breve tempo lavare la macchina è diventato veloce ed economico. Poi però gli strateghi del marketing hanno deciso di differenziare l’offerta, offrire una serie di servizi per andare incontro al cliente, anticipare i bisogni e parametrizzare il servizio per migliorare la qualità complessiva. L’ultima volta che ho portato a lavare la macchina mi hanno chiesto 50 euro, 40 minuti per fare il lavoro, e due ore di attesa in coda per il mio turno. E che cacchio fate per quaranta minuti, ho domandato io sia pur in tono cortese. E l’impiegato con fare annoiato mi ha tirato fuori una brochure a colori, il cui costo sicuramente in parte giustificava il prezzo del servizio, mi ha fatto seguire le illustrazioni col ditino come un bambino delle elementari, ed ha elencato: lavaggio esterno con spazzolone centrifugo e sapone ecologico, rifiniture manuali con pelle di daino, sanitarizzazione delle ruote, pulizia interna con aspiratutto micro filtrante, lucidatura con crema metallizzata intonata alla vernice…”Sti cazzi”, dico io. L’impiegato si è offeso, mi ha girato le spalle, ed ha iniziato a parlare con un altro cliente come se io non ci fossi.

Vabbè, mi sono detto, vado da un altro più alla buona. Niente, c’era chi rendeva tutto talmente automatico che per lavare la macchina dovevi prima fare un corso di matematica avanzata, chi ti metteva in mano lo spazzolone e ti chiedeva pure venti euro, chi accettava solo prenotazioni per la prossima settimana, ed infine chi proponeva trattamenti con brochure. Alla fine, ho fatto venti chilometri per andare in un ipermercato in cui ricordavo che c’era un autolavaggio vecchio stile, ho pagato un macello di soldi, e come ringraziamento per la fidelizzazione mi hanno pure rotto l’antennino della radio con uno spazzolone difettoso.

Da quel momento, appena piove porto fuori dal garage la macchina e ci butto sopra un po’ di sapone. Certo per l’interno è un po’ più difficile. Ma al limite basta lasciare una notte la macchina nel parcheggio della stazione: il giorno dopo la si trova fresca di fabbrica, esattamente com’è allo stadio prima dell’inserimento della tappezzeria.

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