Un Natale diverso…
Un Natale … diverso
Erano i giorni precedenti al Natale di molti anni fa, quando una giovane Aristea studiava all’università e condivideva l’appartamento con altre studentesse. Quell’anno, complice un abete vero, ancora odoroso di resina, che ci era stato regalato, avevamo deciso di rendere natalizia l’atmosfera di casa e avevamo preparato l’albero. Date le solite, magre risorse finanziarie tipiche degli studenti, specie del tempo, non avevamo investito quasi nulla in decorazioni classiche, ma avevamo deciso di appendere all’albero anche qualcosa trovato in casa, che so, scatoline colorate e sfiziose, oggettini carini, orsetti e altri animaletti di peluche presi in prestito dai bambini della famiglia vicina, un berretto da babbo Natale che E. aveva utilizzato durante una dimostrazione pubblicitaria in un supermercato (cosa di cui credo si vergogni ancora oggi) per arrotondare un po’ le entrate.
Uno di quei giorni, dopo che una delle inquiline aveva lasciato la casa in seguito alla laurea, venne a vedere l’appartamento una ragazza per informarsi sul costo dell’affitto, le spese, il contratto e così via. L’appartamento, carino, ben tenuto e con un prezzo assolutamente accessibile per una città universitaria come Pisa, non mancava mai di suscitare entusiasmo nelle persone che lo visitavano, ma in questo caso la ragazza si accese non appena visto l’albero nel corridoio (che, a ripensarci, era di una tristezza infinita, con tutte quelle stranezze appese e quel berrettino sulla punta).
“Ma che idea pro-di-gio-sa quella di non usare le solite cose, queste scatoline..che colori, brave, a non utilizzare tutte quelle odiose palline, così fragili, così ordinarie…”
E rimaneva quasi stupita a guardare l’albero, mentre Aristea tentava di spiegare i particolari del contratto (mi risento ancora, tutta sussiegosa “contratto registrato, spese generali da dividere, nessun problema con il padrone di casa…”).
Non mi ascoltava. Aveva visto, tra gli orsetti e i gattini, una bella tigre di peluche sistemata tra i rami dell’abete e prendendola tra le mani chiese: “Dimmi, tigrotta, in quante ragazze siete a vivere qui?”
Non essendo propriamente dotata di movimenti aggraziati come quelli di un felino, non mi sentii chiamata in causa, ma dopo un paio di secondi dovetti ammettere che il termine “tigrotta” era riferito a me e non all’animaletto, che comunque non avrebbe potuto rispondere. Mi feci cauta. “Siamo tre, tu saresti la quarta e….”
Non mi fece terminare. Aveva adocchiato il terribile berrettino di Babbo Natale e ammiccando inequivocabilmente mi disse: “Chissà come staresti bene con questo berrettino”.
Possedevo, e possiedo tuttora, una vasta collezione di cappelli, accessorio che amo particolarmente, e da sempre il rosso vivo è il mio colore preferito, ma ritenni non fosse il caso di dimostrare le mie doti di modella di cappelli alla fanciulla e, sempre più cauta e sussiegosa che mai, l’accompagnai alla porta farfugliando alcune informazioni sull’eventuale caparra. Sulla porta, la ragazza allungò una mano, ma non per stringere la mia, come pensavo, bensì per accarezzarmi il viso, e mi disse (declassandomi nella scala di felinità, forse a causa della mia evidente freddezza): “Prendo la stanza, mi piaci, a presto miciona”.
E se andò.
Mentendo spudoratamente, la richiamammo per avvertirla che il padrone di casa ci aveva imposto una sua nipote povera arrivata improvvisamente dall’Argentina. Per un paio di mesi lasciammo la stanza sfitta dividendo tra noi il prezzo, nonostante le magre entrate. Investimmo parte dell’ammontare di quella che chiamavano “cassa comune”, destinato alle spese di casa, in splendide decorazioni classiche. Palline di tutti i tipi e colori e fili d’argento presero il posto degli oggettini appesi. Gli orsetti, i gattini e la tigre di peluche furono restituiti ai bambini vicini.
E. portò nella sua casa di origine, tra le colline toscane, il berrettino di Babbo Natale. Disse che sarebbe andato bene come contenitore per i numeri della tombola. L’ho rivista un paio di anni fa e mi ha detto che lo conserva come ricordo di quegli anni e che in casa lo utilizzano ancora. Certo, il rosso è un po’ sbiadito, ma fa ancora, onestamente, la sua bella figura.
Ancora oggi gli amici mi deridono chiamandomi con gli appellativi di cui sopra. Allora rimasi di sasso, ma a ripensarci adesso, a distanza di anni, ricordo l’episodio con assoluta simpatia e sorrido.
Con la stessa simpatia e lo stesso sorriso rivolgo i miei auguri di Natale, rossi più che mai, a Tempodalupi, che mi ospita sul sito, a voi amici, che leggete, e a tutti coloro che in questi giorni non si sentono “di peluche”, ma timidi, come gattini, solitari, come tigrotti, o scontrosi, come orsetti.